Lettera apetta a Enrico Letta per una commissione sui tatuaggi


Enrì,
tu sei uno giovane. Tu il mondo dei giovani, lo capisci. Tu c’hai Twitter. Tu non usi l’auto blu perché ascolti Rino Gaetano. È per questo che voglio scriverti. È per questo che ti scrivo, Enrì.
Col cuore in mano. Come un fratello. Fà finta che sia un pisano democristiano anche io. Leggi questa lettera come se anch’io avessi in camera un poster di Andreatta.
Perché ti scrivo per un tema serio, Enrì. Serissimo. I tatuaggi.
Io non so da quanto tempo non frequenti le balere, le spiagge o le cicchetterie. Non so da quanto tempo non stai nel mondo reale, Enrì. Per i tatuaggi però, bisogna prendere una soluzione.
Enrichè, in questi anni, troppo impegnati a far finta di fare qualcosa, tu e i tuoi colleghi non vi siete resi conto di quanta gente abbia deciso di immolare il suo corpo all’inchiostro. Enrì, tu non lo sai, ma per strada c’è gente che si tatua le proprie iniziali del nome. Cioè, tipo, tu ti chiami Enrico e ti scrivi una bella E. Sul polpaccio, sul collo, sulla spalla, dipende da dove c’hai meno peli.
Così se un giorno dovessi perdere la memoria, potresti chiedere agli astanti: ragazzi, ma io come mi chiamo? Con tutti quanti a dire: Eugenio… Empedocle… No, no, Eustorgio. Secondo me ti chiami Eustorgio…

Ti faccio sta proposta. C’ho sto vizio di fare delle premesse un po’ lunghe. Facciamo una cosa, Enrì. Visto che tanto voi in Parlamento avete troppo poco tempo per  legiferare, oberati come siete di lavoro, facciamo una cosa alternativa. Facciamo una bella commissione. Una commissione sui tatuaggi. Si sa, a noi e a voi, le commissione piacciono da morire. Si discute tanto nelle commissioni. E come discutete voi in Transatlantico Enrì, nessuno… Poi si discute ancora un po’, perché una discussione seria non può esaurirsi in due-tre mesi, ci vuole tempo, no? Dopo tre mesi di discussione poi, il problema è stato compreso, certo, ma c’è bisogno di un’altra commissione o di uno studio più approfondito. A quel punto poi, si può chiamare la Protezione Civile. O mandare Grillo a dire che la commissione sui tatuaggi la deve presiedere lui. Il popolo ha deciso che la commissione sui tatuaggi la deve presiedere il Movimento Cinque Stelle. Con streaming delle riunioni negli uffici dei tatuatori.

Io non so se c’avrai tempo di leggere sta proposta, Enrì. Mò state a fare di tutto per non fare la legge elettorale e per capire chi deve togliere l’Imu a chi.
“Mi dia 250 g. di cotto, senza Imu per cortesia.”
Enrì, scusami, una domanda. Posso? Ma gli esodati ci stanno ancora o se ne sono andati? Io non li sento più in giro. Non è che se ne so andati in ferie e non ritornano più?  Comunque Enrì, dicevo, io la proposta te l’ho fatta. Mò vedi tu. Possiamo prima fare quella sulle iniziali tatuate e poi quella sulle stelle a sproposito. Se avanza tempo magari, ne facciamo anche una sui fidanzati che si tatuano i nomi dei partner.

Tuo,

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Milano, 18 agosto, preghiamo


Tapparelle chiuse. Un reggimento di tapparelle chiuse. Riottose all’esterno, non si aprono. Almeno per oggi. Mettono paura per quante sono e per quanto son chiuse.
Troppo silente la città, oggi. Si sente tutto là fuori. In verità si sente il nulla, perché fuori c’è il nulla. Mai tanti posti liberi per parcheggiare; mai così poca umanità accanto al bar dei cinesi.
Stendiamoci sul divano. Immoliamoci, da settimane vergini e astinenti, alle punture delle zanzare. Nella domenica carsica, antecedente al ritorno lavorativo, aspettiamo un segnale. Aspettiamo il sole.

Toc toc. Bussano alla porta. Il segnale arriva. Di domenica pomeriggio. Alle 18:00. Guardo dallo spioncino. La vicina logorroica e baffuta: Baffi.
Apro la porta. Mi chiede se sono tornato. Le rispondo con educazione che purtroppo non ha il piacere di trovarsi di fronte ad un ologramma. Da un: “Ah!” di risposta, quasi piccata. Non si scoraggia. Affonda il fendente finale di questa domenica spettrale. Mi dice che sta andando a messa. Potrei andare con lei. Parlare col Signore non mi farebbe bene.

Mai come adesso proverei piacere nell’essere una tapparella, in un’altra parte del mondo.

Storie di F.S. 10


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• La cosa che mi incanta dei viaggi in treno è il misunderstanding, ormai consolidato e scontato, tra l’interesse e la maleducazione. La signora campana con la voce roca che viaggia sul mio stesso Barletta-Lecce ha fatto di questo assunto, una regola di vita. Sciorina, commenta e chiede opinioni sulle “sue” vie preferite di Roma o sulla giusta lunghezza dei capelli di Hamsik. Ciò che mi affascina ancora in misura maggiore, è che lei crede sul serio che a chi postula domande, esigendo risposte, interessino i suoi vezzi. E i suoi cazzi.

• La mia vicina di banchetto, dell’affollato Bari Lecce, è salita sul treno. Ha esatto il suo posto. Ha fatto alzare metà carrozza. Si è accorta che aveva sbagliato posto. Ha fatto rialzare tutta la carrozza. Si è seduta accanto a me. Il posto giusto, stavolta. Mi ha guardato supplichevole, lasciandomi intendere di spostare la sua valigia sul posto più alto; dove la valigia, ovviamente, non è entrata. Mi ha detto grazie. E ha detto quasi scocciata:
“Lasciamola qua la valigia. Per ora.
Adesso la valigia vaga nel corridioio. Da sola. Fa avanti e indietro nel corridoio.
Sbatte addosso ai sedili dello scompartimento. Sbeum. E ai passeggeri. Sbeum.
La sua padrona invece, serafica e assonnata, legge il giornale. Accanto a me. Sbeum.

• I treni sono un panopticon ridotto, mostrano ai passeggeri fortunati, la logica intrinseca al pensiero comune. Se si è particolarmente fortunati poi, ogni carrozza mette in luce quanto poco da piccoli si è giocato ai Lego. È estatico vedere signori di mezza età che sudano e imprecano per la valigia che non entra nella “cappelliera”. Una valigia che non entra e che soprattutto non entrerà mai. Nonostante i “Morti toi”, i “Meenaa trasi”, e le sfilate di santi nominati fuori sede.

• La discesa verso il profondo sud della Puglia corrisponde a un progressivo degradare in ulivi e muretti a secco. Un po’ di tempo fa, mentre riprendevo la strada della Pianura Padana con una ragazza ciociara, per consolare il suo buffissimo cattivo umore, le dissi:
Cara, vedi che bei paesaggi che ci sono. Vedi che bei colori…
Ricevendo una risposta che tutt’ora impiego come aneddotica di base:
Aaaddddooo? È tutto bruciato. Dù colori ce stanno. Rosso e marrone. Marrone e rosso. Dòò li vedi sti bei colori?”
Effettivamente aveva ragione. In questo Barletta Lecce è ancora più evidente. Dù colori ce stanno. Eppure è comunque meraviglioso.

• Una nonnina emigrata da Lecce molti anni fa, guarda un albero e dice sua nipote: Marì, so pronte le fiche!
La nipote, corroborata da una vita di lazialità spinta, le risponde: a nò, nun se dicono ste cose.