20 ANNI A Milano – Un’umile dimora pt. 2


Via Pezzotti, la seconda casa in cui ho abitato a Milano, era tecnicamente un centro sociale. Io, U. e M. pagavamo l’affitto ma la proprietà della casa, sostanzialmente, era condivisa. La casa era al sesto piano di un palazzo mai terminato. Il pianerottolo aveva i cavi a vista e il pavimento scrostato, in perenne costruzione.

L’interno della casa era stato diviso con ingenti dosi di fantasia. C’era una sala/cucina molto ampia e subito alle sue spalle una camera da letto, divisa da una porta a scorrimento. Tecnicamente quindi, chiunque avrebbe potuto aprire la camera da letto aprendo la porta a scorrimento della sala/cucina. L’insonorizzazione, a sua volta, era parecchio blanda, cosa non comoda quando nei weekend la casa diventava un centro sociale e tu avevi la pretesa di dormire. Il bagno era lungo, spropositatamente lungo. Si poteva correre o campeggiare.
La planimetria bislacca destava impressione anche agli occhi meno abituati. Quando un’amica di un mio ospite, ragazza altera e alto borghese che probabilmente non conosceva il concetto di casa in affitto + coinquilini, mise piede in casa, un sabato pomeriggio, disse candida:
– Oh, che bello. Avete anche la cucina integrata.
I quattro/cinque tesserati del centro sociale, coadiuvati dagli abbracci di sostanze di psicotrope, per tutto il pomeriggio continuarono a chiedersi cosa volesse dire: cucina integrata. Non arrivarono mai a darsi una risposta. Anche perché quel pomeriggio non sarebbero stati cerebralmente in grado di farlo.

In via Pezzotti c’era un balcone lunghissimo, con dei mattoni a vista; molto probabilmente per degli illeciti penali che il costruttore aveva dovuto fronteggiare (e non per replicare i tipici muretti a secco delle costruzioni pugliesi o di alta montagna). Ogni qualvolta si faceva un salto o un movimento avventato, a muoversi era l’intera planimetria della casa. Per fortuna Milano non è mai stata una zona particolarmente sismica. Ad onor del vero, il balcone incompiuto aveva anche un bellissimo panorama. Si vedevano le montagne innevate, nelle stagioni in cui el Nino lo permetteva. Il pregio principale del balcone però era la disciplina olimpica che avevamo inventato, ovvero: il lancio delle arance vecchie dal balcone (sul tetto delle Esselunga). Una sorta di lancio del peso, ma in versione agrumata. Non ci giocavamo spesso, soltanto di notte e quando nevicava, così da avere la misura precisa del lancio e decretare il vincitore effettivo, il giorno seguente.

L’altra stanza da letto era invece una singola con delle pareti talmente sottili che si viveva in simbiosi con l’affittuario della casa accanto. Sentivamo tutto del Senor Miguel. Era una figura strana. Lo si sentiva tanto ma non lo si vedeva mai. Conoscevamo perfettamente la sua voce ma non lo avevamo mai visto in viso. Probabilmente usciva di casa in orari inconsulti (o non usciva mai). Un Hikikomori in salsa boliviana, vai a capire… Il pomeriggio però, soprattutto nei giorni feriali, lo sentivamo gridare a ogni ora: Berluscooooooniiiiii. Io ho sempre sostenuto che fosse il suo gatto. Altri dicevano essere degli scherzi telefonici un po’ anni ’90. Probabilmente gridava il cognome di Silvio per infondersi forza. Non lo sapremo mai. Come mai conosceremo il suo volto.

La casa era un centro sociale perché, soprattutto nel weekend, gravitavano almeno 3 o 4 amici per inquilino. Essendo 3 inquilini è facile immaginare la soglia minima di persone in casa. Accanto al frigorifero c’era un mobile con una televisione spropositata. La televisione era il palcoscenico per interminabili tornei alla Play. Alcune sfide duravano più della maratona Mentana. Potevi uscire al mattino e trovare, la sera tardi, i giocatori ancora a duellare in maniera accanita.
Un po’ per saudade della terra natia, un po’ per un amore del vizio, erano solite formarsi delle piccole bische in cui si onoravano, per interi weekend, i giochi di carte regionali. Spesso le due cose si univano. C’era chi giocava a carte e chi giocava alla Play, o chi giocava a carte mentre giocava alla Play.

Casa mia era un po’ lo specchio del palazzo. Anche solo restando sul mio piano c’erano personaggi degni di nota. Tra tutti questi la signora Buffy, chiamata così non perché avesse dimestichezza con i vampiri ma per la sua scarsa amicizia con i centri estetici. Casalinga logorroica e dall’alito pestilenziale, incontrarla nell’ascensore equivaleva a impratichirsi in apnea. Si poteva annuire e parlare ma era assolutamente vietato inspirare. Pena: una morte certa. Buffy era capace di attaccare delle pezze celestiali. Le bastava un minimo appiglio, dalla luce dell’ascensore ai prezzi della frutta all’Esselunga per partire con un monologo irrefrenabile. Bisognava quindi stare muti e non respirare. Si poteva solo mugugnare per sei piani, per poi fuggire espirando un falso: arrivederci.

Sempre sullo stesso pianerottolo, accanto all’ascensore viveva una coppia in procinto di scoppiare. Lei, la signora Gianna, forse perché educati e dall’aspetto gentile, aveva preso a confidarsi con noi.
– Eh, ma con il Marco non so più cosa fare. Eh, ma se continuo così sono costretta a chiedere la separazione.
Noi, costernati, che avremmo voluto rispondere alla signora Gianna:
– Eh, signora cara, ma un’amica, un’estetista, una terapeuta a cui confidare le beghe con il suo Marco, non ce le l’ha? Possiamo darle una mano a cercarlo?
L’ascensore, tra lei, che attaccava silurotti con il suo Marco e Buffy, che attaccava silurotti a prescindere, era una scatola metallica, minata.
Il Marco della signora Gianna, a dire il vero, non risentiva molto delle storie tese domestiche, visto che la sua occupazione giornaliera era stare davanti al portone del palazzo, a parlare con il calzolaio. È sempre li. Soprattutto il weekend. Desumo che con la Signora Gianna abbia risolto i suoi problemi. Probabilmente, la coppia non è scoppiata. Oppure si sono separati e lui adesso vive nello sgabuzzino del calzolaio.

Sotto casa, nello stesso stabile del palazzo, c’era un bar esteticamente molto bello, immancabilmente acquistato dai cinesi e con delle interessanti pecche in materia di igiene e decoro. Col tempo era diventato il punto di riferimento degli alcolizzati educati del quartiere. Gente esteticamente impeccabile che però ad ogni ora del giorno e della sera, appena poteva, beveva. beveva in continuazione. Beveva perchè bere rendeva la vita meno fosca. Questo bar, che non aveva un’insegna e il cui nome era presente soltanto sullo scontrino fiscale, adesso è diventato il Bar Atlantic dell’Esselunga. Ha perso la magia estetica del precedente Bar e ha perso tutti gli alcolizzati educati del quartiere. Ha ragione mia moglie. Questi affabili signori avvinazzati, dallo sguardo un po’ perso e dai movimenti ondulatori, non metteranno più piede in un posto così impeccabile ma così privo di personalità.

20 ANNI A Milano – Glasgow


Glasgow è una grande bugia. La mia grande bugia. La bugia di saper parlare inglese e di saper fare il cameriere. Le bugie, oltre ad avere le stesse gambe del Pibe de oro hanno una ricaduta pratica sulla vita quotidiana. Si scoprono presto. Basta pochissimo per rivelarsi per quello che sono: delle menzogne, appunto. Finita l’esperienza in Belgio avevo subito capito che bisognava impratichirsi sull’inglese. La cosa migliore per farlo, avendo qualche mese a disposizione era fare una full immersion. E così, eccomi a Glasgow.

Perché Glasgow? Perché scegliere la peggiore regione anglofona del mondo per impratichirsi sulla lingua? Come ogni bugia che si rispetti, c’entra mia madre. Il fratello di una sua cara amica lavorava lì, a Glasgow. Carlo per l’appunto, il fratello di Maria Rosaria, credo facesse il medico lì, in Scozia. Dico “credo” perché Carlo io l’ho visto due, forse tre volte in vita mia. Tendenzialmente solo a dei funerali. Carlo era solito andare a mangiare in un ristorante italiano, che con un imbattibile sforzo di fantasia si chiamava: Mediterraneo Restaurant. Carlo, da cliente fedele e persona perbene, era diventato molto amico di Mario, general manager del ristorante e gli aveva chiesto se per qualche mese suo “suo cugino” Giorgio potesse lavorare presso il ristorante di sua gestione. Io, ovviamente, non ero suo cugino. Prima Bugia. Bugia piccola, veniale, forse. Una parentela bugiarda che vista a posteriori, in più di un’occasione, mi ha permesso di non farmi cacciare dal ristorante, ma ci arriviamo…
Carlo aveva detto a Mario, il gestore del ristorante, che io avevo già fatto il cameriere (seconda bugia) e che parlicchiavo inglese. (seconda bugia e mezzo).
Mario, da persone buona, si era fidato e aveva preso il pacchetto completo. Giorgio, cameriere, nel suo ristorante, a Glasgow.

Il Mediterraneo Restaurant era una ristorante di prima fascia nella parte nuova della città. Camerieri con camicia azzurra, sedie e sedute in pelle, area drink con salottino e un centinaio di coperti. Il menù era abbastanza vario, copriva tutti i must have delle cucine regionali, rigorosamente storpiati nella pronuncia dagli avventori scozzesi: lasanie, orecchietti, parmisano etc… I camerieri erano esclusivamente italiani, in cucina invece erano ammessi accenti dalle latitudini superiori alle Dolomiti. I camerieri stavano in Scozia ormai da moltissimi anni. Con quaranta ore settimanali, tra mance e paghe ordinarie, portavano a casa uno stipendio che io tutt’oggi fatico ad eguagliare. Erano tecnicamente bravissimi. Portavano anche quattro piatti al tavolo contemporaneamente e non perdevano un’ordinazione neanche per scherzo.
Il proprietario del ristorante invece era una persona incredibilmente spiacevole. Si chiamava Tony. Traslitterazione di un ben più classico e natìo Antonio. Era il genero di un calciatore italiano che aveva giocato per parecchi anni nei Rangers di Glasgow (che adesso allena la Lazio ma che per motivi di privacy preferisco non nominare) ed aveva tutti i defetti che le pagine degli HR di Linkedin segnalano come “tossici”. Parlava un misto di campano/scozzese, cercando sempre di pescare le cose più spiacevoli da entrambi gli idiomi.
– Hai vist a chill? Hai vist a chill? Chill è nu son of a bitch. Aveva una voce roca, graffiante e non perdeva tempo nel pontificare qualcosa che lui aveva già fatto, molti anni prima di te, sicuramente meglio di te.
– How long stai ccà? Io all’età tua avevo already aperto due restaurants.
Era ricco, ben vestito ma profondamente incattivito dalla vita. Non ebbi mai modo di chiedergli perché o di capire le ragioni di questo astio nei confronti del mondo. Ero troppo impegnato a sopravvivere.

Io non avevo mai lavorato in un ristorante in vita mia, seppur Carlo avesse detto a Mario il contrario e dovetti imparare a farlo con i malefici occhi di Tony che mi scrutavano e con le considerazioni caustiche che scagliava bevendo degli immancabili camparini. I primi giorni furono giustamente terribili. Non capivo come parlavano, non sapevo servire ai tavoli, non conosceva la planimetria dei tavoli. Tutti gli ingredienti per commettere almeno un disastro a servizio. Ricordo un sabato pomeriggio quanto tolsi letteralmente di bocca a un cliente delle lasagne che dovevano andare al tavolo 38, riportandogli una carbonara indebitamente portata al 48. Lo so, lo so. Lui non si era accorto che la lasagna non era una carbonara e quindi si meritava questo trattamento terribile. Lo so che lo state pensando anche voi. Io però ho sempre lasciato le mie generalità. I RIS di Glasgow sanno dove abitavo e dove abito. I say I’ sto ‘cca, per dirlo come padron Tony e qualche altro.

Il disastro più bello e una delle figure di emme più bella mia vita però fu quando feci un gavettone di spumante ad una signora. Sì, ho scritto bene, non è un typo. Un gavettone di spumante ad una signora. Ero a Glasgow da un mesetto, l’incidenza di disastri al servizio era calata da uno al giorno a uno a settimana. Il responsabile di sala quindi mi aveva reputato idoneo per iniziare a portare e soprattutto aprire i vini al tavolo. Come mio ulteriore capo d’imputazione, c’è da dire che non era il primo vino frizzante che aprivo in vita mia. Magari non come cameriere, ma in passato, mi era già capitato di farlo. Non so però cosa successe quel giorno.
Ricordo solo la faccia della signora colpita ai seni da un gayser di bollicine venete, il verso, simile a una pentola a pressione in ebollizione e il gesto istintivo di alzarsi di soprassalto, facendo cadere la sedia per terra. Il ristorante, squassato da questo ensemble di rumori inusuali, sussultò all’unisono. Quando poi capì cosa fosse effettivamente successo si divise in due fazioni. La prima, la fazione razionale, cercò di prestare supporto alla signora e a me che avevo avuto lo stesso spirito di reazione di un bradipo guatemalteco; la seconda, quella più sanguinea e maggioritaria, iniziò a ridere. Proruppe all’unisono un fragore di risate simile a quelli che si ascoltano negli sketch degli animali buffi di Paperissima. Io ero indeciso se scappare, piangere, nascondermi sotto il tavolo fino ad orario di chiusura o dare la mia camicia blu alla signora per asciugarsi. Non feci nessuna di queste cose. Dopo aver prestato soccorso alla signora bagnata e visto gli amici cuochi in sala che ridevano talmente tanto da buttarsi sui fornelli accessi, dopo qualche minuto andai da Mario e gli dissi che se voleva, proprio in quel momento, ero pronto ad andarmene. Mi poteva licenziare senza problemi.
– Giorgio, non scherzare, al cugino di Carlo non potrei mai fare questo. Capita. Non ti preoccupare.

Ci sono parecchi altri aneddoti su Glasgow. Magari faccio una seconda puntata. Magari li metto dentro un libro. Magari me li tengo per me, per evitare che Padron Tony mi raggiunga a Milano e mi spezzi le legs.

20 ANNI A Milano – Bruxelles


Dopo la laurea triennale non avevo le idee molto chiare, decisi perciò di fare la famigerata: esperienza all’estero. Si era presentata l’opportunità di svolgere un Programma Leonardo (ovvero un tirocinio all’estero), opportunità colta senza troppe esitazioni. Avrei svolto un tirocinio lavorativo per qualche mese a Bruxelles, seppur non sapendo dove e con chi.
Quello che sapevo è che sarei partito con un’altra decina di ragazzi della mia stessa provincia. Quello che non potevo sapere, io, era che avremmo vissuto nella stessa casa. Quello che non sapevamo, tutti, è che avremmo dato vita a una versione in terra belga del Grande Fratello.

Non è semplice vivere con undici persone, nella stessa casa, soprattutto se la casa non è adatta e predisposta logisticamente alla convivenza. La casa, nello specifico, era una palazzina di tre piani riadattata come casa unica. Al piano terra: ingresso, cucina e salone e un terrazzino di cui ho ricordi vaghissimi, chissà perché, forse perché per due mesi e mezzo il cielo è stato grigiazzo e non ci sono andato neanche per scherzo. Al primo piano: una camera singola con bagno privato che dopo una miracolosa estrazione a sorte mi era capitata in dono e per uno spiccato senso degli affari avevo scambiato, in favore, tra l’altro, di una camera da letto “aperta”; aperta nel senso che era una grossa camera con una libreria che faceva da divisorio tra il mio letto, un antibagno e un bagno. Sì, è proprio così. Tutti i 5 coinquilini maschi per andare in bagno dovevano entrare in camera mia. Io li sentivo ma non li vedevo. Loro, idem. Era una stanza spiritica, ci si sentiva, ci si immaginava, ecco. Era anche particolarmente indicata per avere dei momenti di intimità, quando volevi ascoltare la tua anima ma sentivi gli stomaci dei tuoi coinquilini a chiedere conto alle salse belghe. Al secondo piano: la camera dei ragazzi e al terzo quelle delle ragazze. O viceversa, non ricordo bene. C’era anche una lavanderia in un piano semi-interrato, ma non è importante. Fatto sta che non era una casa, era un guazzabuglio.

Nelle precedenti puntate credo sia emerso quanto poco all’epoca, come allora, avevo dimestichezza con la cucina. Bene, dico solo che in quel guazzabuglio belga, io, ai fornelli, svettavo. La competizione non era altissima, ad essere onesti. Alcuni amici in trent’anni di vita si erano affacciati al piano cottura solo per mettere la moka sul fuoco.
Spesso cucinavo io. Spesso si cucinava e si mangiava insieme, sempre che non si stesse litigando. Si litigava a bizzeffe, anche con un certo gusto. Per i motivi più svariati, quasi sempre legittimi. Si litigava perché chi cucinava non puliva bene o non puliva proprio, perché chi faceva la spesa non comprava tutto quello che era stato richiesto, perché non si rispettavano i turni delle pulizie e soprattutto per temi politici. Forse perché eravamo a Bruxelles, ma c’era un clima molto politicizzato e molto polarizzato. Era una sorta di esperimento sociale o una copia in scala ridotta dell’attuale America trumpiana.
Questo continuo arrabbiarsi e chiarirsi, scontrarsi e cercare la pace rendeva il tutto molto GF. La Bignardi o la Marcuzzi non varcarono mai la soglia di casa, in compenso però, con cadenza settimanale, la casa era popolata da amici di amici che si accodavano ai piani e alla sopravvivenza domestica degli undici effettivi. La settimana in cui vennero a trovarmi dei miei amici ad esempio, fu la settimana in cui eruttò quel vulcano impronunciabile in Islanda, paralizzando il traffico aereo di mezza Europa. I miei amici rimasero quindi intrappolati nella casa del GF, per una decina di giorni, vivendo l’atmosfera da comune semi-organizzata. Ad uno dei due, quei domiciliari belgi diedero la conferma che Bruxelles sarebbe stata la città in cui avrebbe vissuto da grande. Tutt’oggi, appena può non fa che ringraziare me, ma soprattutto il vulcano islandese impronunciabile per avergli chiarito così tanto le idee.

Dopo un po’ di colloqui iniziai a lavorare in ufficio di rappresentanza istituzionale. Al suo interno c’era un ambiente composito. C’era il direttore, molto serioso, molto professionale e con un senso dell’ironia settato al lumicino. C’erano degli impiegati storici, a Bruxelles ormai da anni che però alla prima occasione utile parlavano in dialetto. E poi c’erano dei colleghi un po’ più grandi di me che facevano delle cose un po’ più strutturate. Io non ricordo assolutamente niente di cosa facessi in ufficio. Non ricordo che tipo di report facessi, che tipo di task mi furono affidati e con che grado di accuratezza furono effettivamente consegnati. Evidentemente non era roba pregiata.

Bruxelles era una città ricca e organizzata. La sua peculiarità più attraente era la diversità e ricchezza culturale. La facilità con cui arrivavi a confrontarti e parlare con persone provenienti da tutta Europa era semplicemente disarmante. Era molto disarmante anche il mio livello d’inglese, cosa che praticamente mi fece tornare in patria con una maggiore conoscenza dei dialetti della sesta provincia pugliese rispetto all’inglese o al francese. Il clima che si era instaurato all’interno “della caaaaaasa” cit., tra l’altro, spingeva a frequentazioni centripete. Le conoscenze e gli amici europei (e non appartenenti alla BAT) venivano spesso introiettate a casa nostra. Non erano insoliti scambi culturali eccentrici o ascoltare dei polacchi che imparavano le bestemmie in andriese. Ma tant’è. Tanto si sa. La prima cosa che si imparano di una lingua sono: Ciao, mi chiamo xx e qualche bestemmia ben strutturata.

Essendo il Belgio un posto relativamente piccolo, ogni weekend non perdevamo l’occasione di andare a vedere qualcosa lì nei pressi. Una delle gite che difficilmente scorderò fu quella in cui rischiai di morire, in macchina, con un ragazzo kossovaro sotto ingenti dosi di stupefacenti. Andammo a visitare una cittadina orrenda con un castellozzo utilizzato durante la seconda guerra mondiale. Il castellozzo, a sua volta orrendo, era l’unica attrazione di questa città orrenda. Svanita quindi la possibilità di esperire cose che non fossero orrende decidemmo di tornare a casa. Per tornare a casa potevamo scegliere se: a) ritornare in stazione con il bus preso all’andata b) farci dare una passaggio da dei ragazzi del posto che avevano appena raggiunto il castellozzo orrendo ma che si apprestavano, giustamente, a tornare in paese. Noi scegliemmo la seconda opzione, ovviamente, sulla carta molto più attrattiva, noncuranti che la balbuzie del nostro accompagnatore non era balbuzie ma smascellamento da stupefacenti. Ce ne accorgemmo in macchina, quando il nostro accompagnatore iniziò a fare dei sorpassi in curva o a sfidare a casaccio le macchine ferma ai semafori. La morte è un momento ineluttabile della vita, certo. In quel tragitto io infatti pensavo solo chi e come avrebbero comunicato il mio decesso ai miei genitori.
– Salve, lei è la mamma di Giorgio Damato? Eh, vorremmo dirle che suo figlio ha fatto un incidente mortale in una strada vicino a un castellozzo orrendo di una città orrenda del Belgio. In macchina c’erano lui, una sua amica e due ragazzi kossovari imbottiti di pasticche. O forse sarebbero stati un po’ più diplomatici: Signora, suo figlio è andato in macchina con uno sconosciuto, strafatto. Adesso è morto. Insomma, è un coglione.

Non è successo. Non sono morto. Ma come diceva il poeta: potevo rimanere offeso.

20 ANNI A Milano – Beverage


L’ultima volta che sono andato a bere a Milano il barman ha agitato lo shacker in aria per un tempo infinito. Cosa aveva da sciogliere all’interno dello shacker? Quale liquido necessita di oltre due minuti di erculea agitazione per essere potabile? Stava sgrassando la cicuta di Socrate? Era un Cicuta Sour? Lo faceva per mostrare i bicipiti allenati? O i bicipiti erano così rotondi per quell’inesauribile schackerio? Se avessi preso anche io lo stesso cocktail gli avrei provocato del dolore fisico, per l’ulteriore schakerio, o del gaudio, per l’ulteriore vetrina concessa ai suoi bicipiti sodi e rotondi? Come faceva a sopravvivere, tutta la serata, a quel rumore molesto e incessante di cubetti che si sgretolano? Come faceva a sentire cosa diceva la gente con quei ghiaccetti che si spiaccicano in continuazione sul metallo dello shacker?
– E tu invece cosa bevi?
– Un Gin Tonic. Un Gin Tonic per cortesia. Bello, semplice semplice.
– Ma vuoi la variant…
– Un Gin Tonic, per carità del Signore. Un Gin Tonic.
Basta a muovere le braccia Bro. Placati. Basta! Poi domani non puoi prendere in braccio tua figlia e dai la colpa al mio drink, dici che è stato l’ennesimo cocktail preparato in modo kalistenico che ti ha fatto venire il colpo della strega. Qual è l’anno in cui a Milano i cocktail kalistenici hanno preso il sopravvento? Da quando, per fare un cocktail è obbligatorio fare il Meneito? In tutta onestà, non so rispondere a nessuna delle domande precedenti.
Quando sono arrivato a Milano, vent’anni fa, bere e il concetto di bere, il metabere, se così possiamo definirlo, era parecchio diverso.

Nei primi anni a Milano il concetto di bere voleva dire comprare parecchie birre all’Esselunga e fare il tocco alla birra. Sempre per restare in zona luppolo, eventualmente, voleva dire andare alla Fontanelle, locale all’inizio dei Navigli di cui non conosco l’attuale stato di salute. Alle Fontanelle si beveva la birra in dei contenitori abnormi. Si prendevano quantità di birre fuori dalle misure convenzionali. A noi sembrava un qualcosa di esotico e irrazionale. Ricordo sempre che il background culturale ed esperienziale era Barletta, che non ha la stessa cultura etilica dell’Alta Baviera.
Non frequentavamo locali pettinati, perché anche questi, ovviamente, non ce li potevamo permettere. O meglio, rettifico, ce li saremmo anche potuti permettere, ma poi avremmo dovuto mangiare pasta col pesto senza pesto, quindi pesto col pesto. Tipo l’Eros degli anni duemila di Fuoco nel fuoco. Pesto nel pesto.

Quando invece la mia capacità di spesa nella città è aumentata, i miei venerdì sera sono iniziati a tingersi di alcool. Il tempio dove, festosi, inneggiavamo al Dio Bacco e tutti i suoi compari, per parecchi anni è stato il “Tango“. Il Tango era un locale sui navigli con bottiglie di alcolici terrazzate e un lungo bancone in legno scuro. Il tango era quel locale che faceva un po’ casa. Un luogo sicuro dove sapevi che avresti trovato sempre qualche amico e qualche fornitore di sostanze stupefacenti borghesemente impeccabile e intaccabile. Noi avevamo fatto del tango il punto di ritrovo scontato. Ci vediamo al Tango. Il Tango, per restare musicali, era il “Mario” di Certe notti del Liga. Non a caso, a causa di questa generale ineluttabilità di intenti che ci faceva convogliare sui tavolini verdi all’esterno del locale, almeno due rette universitarie al figlio del proprietario, gliele abbiamo pagate noi. Comode comode proprio.
Accanto al Tango c’era (forse c’è) un kebabbaro coopto egiziano dal nome programmatico: Abramo. Ad Abramo voglio un bene inusitato perché quando passo di là, raramente ormai, mi abbraccia e mi offre una Coca Cola o dell’acqua frizzante, in memoria dei vecchi tempi. Abramo mi ha sempre adorato, non ho idea del perché. È sicuramente una delle persone insieme a mia nonna e al messo del negozio dei miei zii, che mi ha voluto più bene in assoluto. Quando ero al Tango era un profluvio di: Ciao Signor Jorjo. Come stai Signor Jorjo? Vuoi qualcosa da bere Signor Jorgo? E questo accadeva più o meno giornalmente, visto che io stazionavo al Tango più o meno giornalmente. Ma soprattutto, stimavo e stimo Abramo per la quantità di prole che sfornava senza sosta. Ogni stagione c’era un figlio nuovo o già sfornato o in preparazione. Al momento credo si sia fermato a quattro.
 Il Tango ha chiuso qualche anno fa. Vederlo chiudere è stata una cesura generazionale. E a differenza di Mario del Liga, il Tango non ha riaperto, prima o poi. Cosa penserà la gente dei miei gusti musicali, dopo le citazioni di Ramazzotti e Ligabue, uno dietro all’altra, non lo so. Ho anche paura di saperlo.

Chi invece a Milano c’è da vent’anni e probabilmente resterà intatto e vigoroso per altri venti è il Mom. Il Mom è una birreria in Porta Romana, accanto cui, per anni, si è ritrovata una movida sfrenata. Non mi riferisco a una normale movida. A un normale assembramento di giovani in un dato punto della città, che causa i normali disagi alla circolazione e ai residenti. Parlo di una movida caotica, irrefrenabile, caciarona, danzereccia, vitale e indomabile. Questa movida impetuosa, (mi manca un solo aggettivo per superare il record di aggettivi per paragrafo di Salvini) vedeva il suo apice il giovedì. Non so per quale ragione, ma esattamente il giovedì sera, i giardinetti accanto al Mom producevano lo stesso grado di fumo e trambusto sonoro di Jamaa el Fna, a Marrakech. A differenza di adesso, i giardinetti non avevano alcun tipo di recinzione e venivano presi d’assalto da quasi tutte le categorie sociali, ad accezione dei residenti, giustamente esasperati. Ora che sto diventando vecchio, che sto iniziando ad apprezzare il silenzio, la quiete dei borghi e la campagna, mi chiedo come i residenti della zona abbiano potuto sopportare per così tanto tempo un baccano così focoso. Me lo chiedo, anche se per dovere di cronaca, lo so. Lo so perché per anni invece io ho abitato davanti al primo (e indimenticato) Rocket.

Il Rocket era un club, in Via Pezzotti, lungo e stretto, con una sala da ballo alla fine del locale. Sui muri della sala troneggiava la scritta: Vietato Ballare. Al di là del magnifico gusto dada e delle programmazioni musicali notevolissime, un giorno a settimana, il martedì, in via Pezzotti non si dormiva fino alle 2. La mia camera da letto era dall’altro lato della strada, io perciò ero parzialmente salvo dal baccano allucinante. Se qualche condomino della zona però, esasperato, avesse lanciato dei pomodori pelati sulla folla rumorosa fuori dal locale, io avrei solidarizzato con lui. Da quando il Rocket ha chiuso parecchi residenti hanno migliorato la loro qualità di vita, e soprattutto, hanno ripreso a dormire.

Dove c’era il Tango adesso c’è un altro locale. Non so neanche come si chiama. Non ho ancora superato il trauma.
Dove c’era il Mom adesso c’è sempre il Mom. Il giovedì però non sembra più di stare a Marrakech. Al massimo sembra Palermo.
Dove c’era il Rocket adesso c’è la sede della Camera di Commercio della Repubblica Dominicana.

Sarà l’età ma io ormai bevo molto meno e ormai, quando bevo, mi dispiaccio per le braccia dei baristi costretti a servire cocktails kalistenici.

20 ANNI A Milano – Food


Come ormai si è capito, una delle prime cose pratiche da dover affrontare nella nuova città era come e dove mangiare. Catalogatomi come inetto e ai primi rudimenti di cucina, non appena si poteva, mi rifugiavo in dei porti sicuri. Uno dei nostri porti sicuri era la trattoria da Gisella. Gisella era una di quelle trattorie di quartiere dove con dieci euro mangiavi: primo, secondo, contorno e caffè. Sul serio però. Le porzioni erano da operai specializzati, porzioni da chi si sveglia alle cinque del mattino e alle undici mangerebbe qualche suo parente a caso. Non a caso infatti, a volte, dopo la prima portata, bisognava chiedere pietà. Io, noi, difficilmente avevamo pietà, anzi, se fosse avanzato qualcosa dai piatti altrui l’avremmo rubato. Con nonchalance e grazia, ovviamente. Eravamo senza una lira, affamati e con un appetito che avrebbe triturato anche la retorica di Vannacci. Ero a una distanza siderale dal mio attuale quasi vegeterarianesimo, del poco alcol e solo nel weekend e dalla pasta serale vista come un affronto al sacro metabolismo. Mangiavamo anche le pietre. E con gusto.

Una domenica di primavera, ad esempio, eravamo certi di aver cucinato dei tortellini in brodo, ma ci accorgemmo solo una volta a tavola, col primo boccone già ingerito, che la polvere rossastra buttata nell’acqua non era brodo liofilizzato bensì peperoncino. La cosa particolarmente interessante è che non solo mangiammo tutti i tortellini ma due degli astanti al tavolo si contesero i quattro tortellini che l’altro commensale aveva lasciato nel piatto (dopo aver raggiunto un grado di temperatura corporea superiore alla Death Valley a mezzogiorno).

Una delle tappe fisse, di domenica sera tendenzialmente, era il kebab. Non voglio aprire adesso l’annosa questione del panino vs piadina, del “con o senza cipolla”, del “con o senza piccante”, della pronuncia kebab con la “b” o con la “p” finale. Ho visto solide amicizie sgretolarsi per molto meno. Soprattutto, era frequente avere amici o commensali che riuscivano a sopravvivere indenni alla notte dopo aver mangiato pizze kebap. Se io adesso mangiassi una pizza kebab dovrebbero ricoverami in neurologia.
 
Sempre per restare in tema specialità meneghine, a Milano, vent’anni fa, mangiai il mio primo sushi, in via Pomponazzi. Anche qui, eravamo talmente poco avvezzi all’asiatico che decisi di mangiare una pallozza di wasabi in un sol boccone. Fu U., il mio astuto coinquilino a esortarmi a farlo, ridendo fino allo svenimento nel vedermi violaceo dopo aver ingerito il boccone. Oppure Marco, che tra una portata e l’altra chiese, per favore, un po’ di pane da accompagnare al Sashimi. O i miei stessi genitori, anche loro poco avvezzi alle interazioni con il cibo asiatico e nipponico; con mio padre e la sua proverbiale pazienza, che dopo tre tentavi falliti nel prendere il cibo, scaraventò sul tavolo le bacchette gridando: “come si usano ste cazzo di bacchetteeeeee”.

Ad ogni modo, oltre ai due piatti sacri della tradizione milanese, sushi e kebab, sicuramente Milano era piena di ristorantini carini, come lo è adesso. Io però non li conoscevo e di conseguenza, non ci andavo.

Adesso invece, dove c’era Gisella c’è un negozio che vende prodotti per ufficio. Come faccia a campare, onestamente non mi è chiaro.  
Dove c’era il Kebab in via Meda, adesso, c’è lo stesso Kebab, con sempre lo stesso gestore. Solo loro, sono stati in carica più a lungo dell’ultimo governo Meloni.
Al posto del Sushi in via Pomponazzi c’è un bar/libreria.

Intanto, il cibo è diventato food. A volte il food è anche porn. Se prima lo chiamavi fast, adesso, a volte, è dopo truck. Si fanno molto spesso brunch. Si bevono parecchi macha. Si tende spesso a essere green. Eventualmente anche veg. Nel dubbio, a volte, gluten free. Si paga molto il cibo Thai e il tutto deve sempre essere wow.

Della serie, vent’anni fa non stavamo messi bene. Adesso però, forse, non siamo messi meglio.

20 ANNI A Milano – La Iulm


Il primo impatto che ebbi con la Iulm, ancor prima di conoscere il corpo docenti fu con il suo edificio e posso dire che fu positivamente devastante. Dei palazzi così belli, così puliti, con così tante scale mobili io non li avevo mai visti. Si ricordi che io venivo da Barletta, che non era di certo Nairobi ma neanche Los Angeles.
(Un saluto, ovviamente, agli amici di Nairobi e agli amici di Los Angeles.)
L’impatto economico invece che, in questo caso i miei genitori, ebbero con la Iulm, fu altrettanto devastante, temo. Me ne resi conto quando il giorno dell’immatricolazione vidi uscire entrambi, dagli uffici amministrativi dell’università, con delle macchie rossastre all’altezza dei reni.
– Cosa avete là?- chiesi in maniera un pò naif.
– Ma niente… – risposero entrambi – Avevamo finito il blocchetto degli assegni e abbiamo pensato di dare due reni in pegno. Ne abbiamo dato uno io e uno tua madre. Così, in caso, ne abbiamo ancora qualcuno per l’università di tuo fratello o di tua sorella.
(Un saluto, ovviamente, anche ai reni di mio padre e di mia madre.)

A parte gli scherzi, il pagamento della retta del primo anno fu economicamente impegnativo soltanto perché uno dei miei zii decise di cambiare residenza ed entrare nel nostro nucleo familiare (e nel nostro Isee). Il fine era risultare residente vicino la parrocchia, di fronte a casa nostra, dove si sarebbe voluto sposare. Il trick gli riuscì abbastanza bene. Riuscì effettivamente a sposarsi nella parrocchia prescelta e i miei genitori, nonostante fossero diventati mono-rene, riuscirono a prendere parte alla cerimonia.
(Un saluto ovviamente anche a mio zio e alla parrocchia prescelta).

La Iulm, dicevamo, era un posto fatato. Per un ragazzetto della provincia pugliese era un Luna Park estatico. C’erano troppi stimoli che non ero abituato a processare. C’erano le ragazze. Una marea di ragazze. Ragazze di tutte le regioni, di tutte le nazionalità, di tutti gli accenti, di tutti i laghi, di tutti i luoghi. Non ho dubbi che su alcune di queste, io e i miei amici terroncelli, destavamo la stessa impressione che i Nani facevano agli Elfi quando accidentalmente si incrociavano nella Terra di Mezzo. Tra una lezione e l’altra, alcune di queste figure angeliche ci parlavano di weekend in Toscana e di gite in montagna. Noi ascoltavamo e basta, non potendo invece raccontare nulla dei nostri weekend. Al massimo eravamo stati in Viale Toscana, all’MD.
Quando ogni tanto riuscivamo a farci guardare, queste figure elfiche ci guardavano con tenerezza, con affetto, come un proprietario terriero fa con il gestore del suo maneggio. Tra tutte queste ricordo Noemi. Era una ragazza siciliana dagli occhi chiari. Ci innamorammo tutti di lei, più o meno nello stesso minuto in cui la vedemmo per la prima volta. Non era particolarmente ricca, né eccessivamente snob. Era soltanto eterea e angelica. A metà della triennale sparì, quasi senza lasciare traccia di sé. Per anni tutti l’abbiamo cercata su tutti i social, cercando di capire dove e come stesse. Nessuno l’ha mai più trovata.

Oltre le ragazze c’erano i ragazzi, come è ovvio che sia, altrimenti la Iulm sarebbe stata “Non è la Rai”.
Uno dei ragazzi che più avrebbe segnato l’immaginario degli iscritti della mia generazione fu Perimetro. Perimetro non era uno studente. O forse lo era ma di sicuro non aveva la nostra età. Era molto più grande di noi. Si chiamava così perché ogni giorno, dalle 18:00 in poi, arrivava al terzo piano, leggeva i suoi libri e iniziava a percorrere l’intera planimetria del terzo piano, facendo dei giri sistemici attorno al ballatoio rettangolare del piano. Era un movimento continuo, instancabile, quasi in trance, fatto tra l’altro con un libro in mano. Nessuno sapeva chi fosse, nessuno sapeva come si chiamasse, a parte le guardie immagino, eppure era un complemento d’arredo, in movimento, dell’università.

C’era anche Michigan, oltre a Perimetro, che ha riempito interi bancali di racconti.
Michigan si chiamava così perché dopo una partita di calcetto sostenne che qualcuno gli avesse rubato la felpa del Michigan, regalata da un suo zio, del Michigan appunto, a cui lui teneva molto. Non era nostra abitudine rubare felpe del Michigan, cercammo di spiegarglielo in tutti i dialetti, ma lui non volle sentire ragioni e da lì, per un’ora intera, proruppe con un lamento in abruzzese: la mi felpa dè Michigan. La mi felpa dè Michigan. Diciamo che il soprannome se lo scelse da solo.
Che Michigan sarebbe stato indiscusso protagonista del triennio lo capimmo il primo giorno, quando alla prima lezione in assoluto, del primo corso in assoluto, al primo banco in assoluto prese posto, in ritardo, vestito con: abito bianco, maglietta nera e diamantino all’orecchio dalla grandezza di un motoscafo. Bastarono poche settimane di frequentazione per vivere la sua trasformazione da idolo delle folle a meme vivente (nonostante i meme non esistessero ancora). Accadde quella notte in cui decise di portarsi una televisione marroncina, con tubo catodico, di una cinquantina di chili, in braccio, dalle Colonne a Famagosta.
Lui, proprio lui, il nostro Michigan, il giorno dopo, ci disse che purtroppo però la televisione non funzionava. Coincidenze? Io non credo. cit.
 
C’è un’espressione che in ambito aziendale si usa molto. Di solito, verso la fine dei workshop, quando il relatore ha mostrato l’ultima slide mostra i “So What“. Di solito, quando sa che nelle riunioni ci sono parecchi C.Level, anche per legittimare il loro utilizzo del telefono entro i tre minuti e mezzo, questi “So What” vengono mostrati all’inizio.  Che sia all’inizio o alla fine però, solitamente, il relatore dice con fare sornione, mostrando la slide dei “So What”: Cosa ci portiamo a casa? È un’espressione bizzarra, che spesso mi fa sorridere, immaginando me che porto a mio figlio e mia figlia sei distinte Personas per degli ipotetici User Journey. O che torno a casa e dico: Amore, oggi ho portato un po’ di Awareness. È fresca fresca. L’ho presa grazie al budget di HeadQuarter. Sorrido perché questi sarebbero alcuni dei So What che potrei portarmi a casa, dopo una riunione.  

Se dovessi tirare una somma della Iulm, dei tre anni passati alla Iulm invece, oltre a professori e lezioni incredibili, quello che mi sono portato casa sono stati gli amici di una vita. Tre, dei miei attuali e migliori amici, li ho conosciuti proprio lì, alla Iulm. Sono stati loro i miei “So What”.
Quegli amici che in caso di bisogno, come per la televisione di Michigan, trasporteresti in braccio da Famagosta alle Colonne. Con la differenza che la loro amicizia e il loro affetto, il giorno dopo e per una vita a venire, continuano a funzionare.

20 ANNI A Milano – Un’umile dimora


Se avessi comprato casa a Milano, vent’anni fa, adesso probabilmente avrei terminato di pagare il mutuo e avrei affittato casa ad un prezzo astronomico, a qualche studente pugliese, garantendomi il pagamento della retta universitaria dei miei eredi al mutuo.
Ma vent’anni fa non avevo la minima idea di dove mi sarei ritrovato vent’anni dopo. Non potevo prevedere che i prezzi al metro quadro degli appartamenti di Milano sarebbero stati equipollenti a quelli di Dubai. Ma soprattutto, vent’anni fa non avevo una lira per piangere, figurarsi per accendere un mutuo.
La mia prima casa a Milano l’ho comprata sette anni fa. Forse “comprata” è un parolone, visto che attualmente appartiene molto alla banca, molto alla mia compagna e in piccolissima parte anche a me. Prima di comprare casa però ho oliato parecchi Iban con i miei versamenti mensili d’affitto.

Il primo bilocale in cui ho abitato effettivamente è stato in via Meda. Era un famigerato: quarto piano senza ascensore, disegnato da un architetto degli anni ’30 evidentemente amante del brivido, considerato che le scale che portavano all’ultimo piano, il nostro, si restringevano man mano che si saliva, arrivando a trasformarsi da chiocciola a piramide. Sì, ora che ci penso erano delle scale piramidali.
In quella casa ho vissuto per anni con U., mio coinquilino storico e decennale. U. però era il coinquilino ufficiale perché, stando troppo comodi in quaranta metri quadri, per larga parte dei tre anni di convivenza con noi ha abitato altra gente, dormendo sul divano della sala. (stavo scrivendo salotto ma non volevo giocarmi già adesso un’iperbole). Per noi era comodo e conveniente vivere in tre. Cioè, razionalmente parlando, con i criteri di visione della vita attuali era una situazione da rifugiati di camorra, noi però la vivevamo abbastanza bene. Soprattutto, quegli 800 euro della camera doppia invece di pagarli in 2, li pagavamo in tre. Con quei quasi cento euro risparmiati si poteva fare la scorta di pesto per più di un mese.


La casa era carina ma ai limiti della legalità, per una serie di motivi che proverò ad elencare.
Le scale piramidali, ma ne abbiamo già parlato prima. Il Bagno: era talmente piccolo che per espletare le proprie funzioni primarie era necessario tenere aperte le ante della doccia, altrimenti non sarebbe stato possibile accovacciarsi. La Caldaia: si spegneva ad ogni soffio di vento, soprattutto d’inverno, soprattutto sotto la doccia, soprattutto quando eri solo in casa e non potevi chiedere aiuto a nessuno e ti dovevi vestire, insaponato, per andare sul balcone a tentare di riaccenderla. Le stanze da letto: era solo una, non so perché ho usato il plurale; l’altro era un divano letto che ad un certo punto della notte, a seconda del subaffittuario che c’era, veniva aperto. Quando il coinquilino pezzotto era Emanuele, veniva aperto molto presto, essendo lui lavoratore e dovendosi alzare molto presto. Quando c’era Giuseppe, veniva aperto molto tardi, però con il pegno della tv accesa per tutta la notte. Dormivamo in quattro in casa sostanzialmente, io U. Giuseppe e Rai3.

A rendere questa situazione logisticamente ancor più raffazzonata c’erano i seguenti fattori. Non esisteva ancora il wi-fi. O se c’era non era disponibile a casa nostra. La connessione internet passava da dei cavi Lan chilometrici, pratici per scalare pareti d’alta montagna. Questi cavi, non solo attraversavano la casa, portando con loro polvere e sporcizia, ma erano un dettaglio di arredo del palazzo. I primi mesi in via Meda c’era un modem al terzo piano che serviva casa nostra, al quarto e un altro inquilino, al primo e il tutto veniva fatto passare in bella vista dai balconi. Roba alla Peter Parker.
Dopo un annetto anche noi diventammo padroni di questo metodo, comprando una connessione internet e spacciandola, con un cavo Lan, al nostro dirimpettaio, così da smezzare i costi. La prima cosa che gli ospiti notavano arrivando a casa nostra non erano lo zerbino o il malandato portoncino marrone d’ingresso, bensì questo cavo in fibra che passava da una casa all’altra. Tra l’altro, quel dirimpettaio deve ancora a me e a U. 70 euro.

Le pareti dei muri erano fatte, ovviamente, di cartongesso. Quindi io dalla sala sentivo perfettamente U. in camera, e viceversa. Il problema però intercorreva non solo da stanza a stanza ma anche da casa a casa. Per questo motivo, spessissimo, a partecipare agli amplessi del nostro dirimpettaio debitore, eravamo in quattro: Lui, la sua fidanzata, io e U. Nei periodi in cui c’era Giuseppe, anche lui e Rai 3, ovviamente. Concettualmente era una gang bang.

A tutto ciò si aggiunga che, nei primi mesi, non eravamo dei ragazzi abili alla vita (lontano da casa). L’unica incombenza domestica che avevo svolto fino a 19 anni era stata comprare le sigarette per i miei genitori.  Forse U. era un po’ meno impedito di me ma io versavo in condizioni davvero critiche. Per spiegare: quando U. mi diceva prepariamo una pasta per pranzo, io ero in dubbio se mettere nell’acqua in ebollizione: il sale o lo zucchero. A volte, ripetendo gesti meccanici che avevo visto fare a mia nonna mentre preparava il sugo, mettevo entrambi. Divenne famosa infatti la mia pasta al sugo democristiana, un po’ dolce, un po’ salata.  Mi risultò facile capire, perciò, che mi sarei dovuto specializzare nella gestione e nel lavaggio delle stoviglie. Ruolo che comunque conservo anche adesso con orgoglio.
In un mondo di chef ci sarà sempre bisogno di lavapiatti.

Prendemmo tecnicamente possesso della casa il 2 ottobre del 2006. L’allaccio del gas però sarebbe avvenuto dieci giorni dopo. Per dieci giorni quindi io e U. chiedemmo diritto d’asilo nelle cucine altrui. Partivamo da casa nostra con pentole e stoviglie (e qualche raviolo Giovanna Rana) per mangiarli gentilmente, in seconda serata, nella cucina di Marco e Dommy o di Peppe e Michele.

Il caro U. conserva ancora il “quaderno degli ospiti” di Via Meda. Non ricordo il numero preciso ma il libro è stato riempito fino alla penultima pagina. Di alcune dediche non riusciamo a riconoscere né il nome né il cognome. Da lì ci è passata, tanta, ma davvero tanta gente.     

20 ANNI A Milano – Milan l’è un gran Milan


– Se vuoi studiare comunicazione devi andare a Milano. A Roma so tutti: volemose bene, a Bologna, solo feste e festini. Se vuoi studiare e poi vuoi lavorare, devi andare a Milano.
Furono queste le parole dette da mio padre, in cucina, in una giornata feriale di settembre, che accreditarono Milano come meta della mia futura vita universitaria. Mia madre era concorde, ma non particolarmente felice all’idea che il suo figlio maggiore lasciasse definitivamente il nido di casa.
– Laureati a Bari, in Giurisprudenza, poi si pensa…
Anche mio zio, avvocato, desiderava lo stesso. Anche un altro zio, idem. A casa mia si pasteggia a pane e Diritto Commerciale, come si può intuire.
Ad ogni modo fu deciso. Avrei iniziato il mio percorso di studi a Milano,  alla Iulm per la precisione. Prima di trasferirsi però a Milano c’era solo un piccolissimo scoglio da superare: trovare casa.

– Quando si viaggia, è importante partire comodi e leggeri – sempre mio padre che pronunciava queste parole con me stipato come un confetto in una BMW aziendale zeppa di campionario. Ero pronto a vedere un nuovo orizzonte, in quel momento però non riuscivo a scorgere neanche la nuca del guidatore e del passeggero, che era mio padre, per l’appunto.
Le prime case viste a Milano le vidi proprio con lui. Ci muovevamo in metro o in taxi in quartieri e fermate Metro che mi sembravano mondi paralleli. Non ricordo assolutamente in che zona fossero, non avevo la benchè minima cognizione della città. Di quegli appuntamenti ricordo solo una stanza doppia, da affittare con uno studente d’ingegneria, in sovrappeso e un po’ puzzoso.
– Ti è piaciuta la casa che abbiamo visto – mi chiese mio padre.
– Non proprio – risposi, fin troppo buono. A distanza di vent’anni posso dirlo: era un cesso di casa.
Quella prima sortita alla ricerca di un alloggio non produsse i risultati sperati. C’era da venire con più calma e da cercare, con calma ancora maggiore, una casa. Bisognava trovare un’anima pia da cui appoggiarsi per qualche settimana, per poi scandagliare tutte le bacheche delle università.  Quelle, al plurale, anime pie da cui appoggiarmi furono Giuseppe e Michele.

Entrambi studenti, entrambi più grandi di me, mi offrirono il loro divano letto per qualche settimana, facendomi vivere il turbinio degli affitti di Milano Sud. Vivevano in uno basso di Via Bonghi. I loro letti davano sulla strada ed erano chiusi da una saracinesca. Quella saracinesca, nei molti anni in cui ho frequentato la casa, io non l’ho mai vista aperta. Agli amici e ai curiosi, che mi chiamavano o mi mandavano un sms, chiedendomi dove stessi vivendo, rispondevo che ero a Milano ma che dormivo nella Bat-Caverna di Gotham.
Milano vent’anni fa era una città molto diversa. Il mondo, vent’anni fa era un mondo molto diverso. A Milano la Darsena era un acquitrino e l’Italia non solo partecipava ma addirittura vinceva i Mondiali, tanto per dire due cose a caso.

Io vivevo la città al pari di un esploratore che si imbatteva per la prima volta in delle isole Vergini e osservavo tutto con una vorace curiosità: le vie, i monumenti, i modi di dire. Ad esempio, un po’ per vezzo un po’ con un orgoglio sentivo pronunciare dalle persone a cui dicevo che sarei stata una futura matricola, l’espressione: Milan l’è un gran Milan. È da venti anni che mi chiedo il senso di una frase del genere e soprattutto la trasposizione della stessa su altre città d’Italia: Urbino l’è un gran Urbino, oppure: Marzamemi l’è un gran Marzamemi.
Insomma, ero molto sbarbato, confuso, elettrizzato e felice.
E dopo venti anni in città, nonostante una diversa market share degli aggettivi, lo sono ancora.

Recensione non richieste | 2 | La concessione del telefono


Non avevo mai letto niente del maestro. E se l’ho fatto, non me lo ricordo. È per questo che da tre anni prendo appunti sui libri letti, per ricordarmi quando li ho letti, chi erano i protagonisti e di cosa parlava il libro.

Dicevo, Camilleri con La connessione del telefono mi ha triggerato.*

Mi ha colpito innanzitutto la divisione dei capitoli, tra cose scritte e cose dette dai personaggi. Il tutto, ad eccezione dei personaggi istituzionali della burocrazia ottocentesca italiana che si esprimono in un italiano datato ma corretto, scritto in un siculo italiano altamente comprensibile.

Il libro ripercorre le gesta di Filippo Genuardi, marito e imprenditore guascone, alle prese con gli apparati statali italiani, la burocrazia e la mafia siciliana di fine ottocento. La trama riserva colpi di scena che prendono corpo organicamente, capitolo dopo capitolo, rendendo il libro una specie di “giallo”

Mi è piaciuta esteticamente la nuova edizione Sellerio, nonostante la profanazione della classica copertina viola, con una nuova veste grafica e soprattutto perché primogenito di una nuova collana dedicata ai libri più famosi di Montalbano. Se non avessi altri dieci libri a guardarmi minacciosi sul comodino li avrei comprati tutti.

Cercherò di scrivere molto più spesso i miei pensieri su quanto letto, anche per riappropriarmi della routine da scrittura che negli ultimi anni ho messo un po’ da parte.

Per la scrittura di questo testo, non è stata maltratta alcuna intelligenza artificiale.

* Esaurisco con questo inglesismo a sproposito la quota digital marketing necessaria per pubblicare qualcosa sull’Internet.

Instagram d’estate fa schifo.


Instagram d’estate fa schifo. I miei contatti sono tutti al mare. O in montagna. Sorridono singolarmente. Sorridono in coppia. Sorridono sempre. Non hanno problemi. Sono stra felici. Se la loro felicità non fosse una costante statistica, potrei anche prenderla per buona.
Instagram anche d’inverno, ad essere onesti, fa abbastanza schifo. Sono tutti felicemente nei loro caldi giacigli, con l’albero e le lucine in background. Hanno tutti dei maglioncini rossi, terrificanti. Molti addirittura li indossano in coppia, come se fosse una cosa socialmente permissibile.
Instagram mi fa schifo anche in primavera. Anche in autunno. Instagram mi fa schifo sempre, se devo essere sincero. Per questo motivo, da gennaio, l’ho cancellata dal mio telefono. Quando devo postare qualcosa (tendenzialmente la Brace Accesa, le foto con le scritte o dei video bislacchi) la riscarico, pubblico i post, mi innervosisco come una bufala in un vernissage e la ricancello.

Anche Facebook d’estate fa schifo. L’unica differenza con Instagram è che da gennaio Facebook l’ho riscaricata soltanto una volta. O due. Massimo tre.
Mentre Instragram però mi provoca una violenza indotta, provocata  dall’omologazione di massa, della felicità fittizia ed esasperante e dalla mia incapacità di staccarmi dalla fruizione di contenuti di cui non mi interessa nulla, su Facebook sono io l’artefice della mia rabbia. Per mesi e mesi, su Facebook, ho scritto cose per pura bramosia di likes. Scrivevo non per il puro piacere di scrivere bensì per verificare a quanti piaceva quello che stessi scrivendo. All’inizio lo facevo distrattamente, quasi senza accorgermene. Poi ho capito di esserci dentro fino al collo. Da gennaio quindi: ciao ciao bambina.
E poi, per dovere di cronaca, Facebook mi fa schifo anche in inverno. E in estate. E in primavera. Sempre.

Tik Tok non ce l’ho. Né voglio averlo. Come il Covid insomma.

Linkedin ce l’ho. Lo uso spesso. Lo uso troppo. Quasi due ore a settimana. Quasi sempre senza motivo. Lo uso come strascico della dipendenza di Facebook e Instagram. Mi ritrovo spesso a scrollare cose di cui non mi interessa niente. Post di persone tendenzialmente con le braccia conserte. Perchè su Linkedin hanno tutti le foto profilo con le braccia conserte? Non riesco a capacitarmene.


A parte la dipendenza da Linkedin, sulla quale credo che interverrò a breve, vivere senza social network è bellissimo. Magari solo per qualche giorno, ma è qualcosa che io consiglio a tutti. Non ci si libera dalla dipendenza dal cellulare ma lo si usa leggermente di meno. Quel poco che ti aiuta ad osservare di più.
Tra le tante cose ad esempio, osservi che in una conversazione di gruppo, seduti ad un tavolo, nessuno ormai riesce a non prendere il telefono dopo 5 minuti. Osservi che spesso colui che prende il telefono lo ha fatto per abitudine, non per una reale esigenza; dopo qualche secondo il telefono verrà rimesso al suo posto. Osservi che non è un problema soltanto della tua generazione. Succede lo stesso con le persone più grandi di te, tipo quelli che hanno l’età dei tuoi genitori. Succede lo stesso con le persone più piccole di te. Succede con tutti. Ed è abbastanza triste.

Volendo si potrebbe rincarare la dose ed entrare nel merito: della polarizzazione delle opinioni, delle informazioni non verificate (aka propaganda), della possibilità di controllo da parte di entità governative, dell’erosione collettiva della soglia dell’attenzione, della perdita, da parte degli adolescenti, della visione laterale. O di come nell’immediato, probabilmente, diverrà necessaria una sempre maggiore forma di regolazione per l’accesso alle piattaforme. Certo, si potrebbe.
Io adesso però devo verificare un attimo quanti miei amichetti stanno sorridendo in spiaggia, felici. Non credo di aver tempo e di potermi esprimere a riguardo.