Se avessi comprato casa a Milano, vent’anni fa, adesso probabilmente avrei terminato di pagare il mutuo e avrei affittato casa ad un prezzo astronomico, a qualche studente pugliese, garantendomi il pagamento della retta universitaria dei miei eredi al mutuo.
Ma vent’anni fa non avevo la minima idea di dove mi sarei ritrovato vent’anni dopo. Non potevo prevedere che i prezzi al metro quadro degli appartamenti di Milano sarebbero stati equipollenti a quelli di Dubai. Ma soprattutto, vent’anni fa non avevo una lira per piangere, figurarsi per accendere un mutuo.
La mia prima casa a Milano l’ho comprata sette anni fa. Forse “comprata” è un parolone, visto che attualmente appartiene molto alla banca, molto alla mia compagna e in piccolissima parte anche a me. Prima di comprare casa però ho oliato parecchi Iban con i miei versamenti mensili d’affitto.
Il primo bilocale in cui ho abitato effettivamente è stato in via Meda. Era un famigerato: quarto piano senza ascensore, disegnato da un architetto degli anni ’30 evidentemente amante del brivido, considerato che le scale che portavano all’ultimo piano, il nostro, si restringevano man mano che si saliva, arrivando a trasformarsi da chiocciola a piramide. Sì, ora che ci penso erano delle scale piramidali.
In quella casa ho vissuto per anni con U., mio coinquilino storico e decennale. U. però era il coinquilino ufficiale perché, stando troppo comodi in quaranta metri quadri, per larga parte dei tre anni di convivenza con noi ha abitato altra gente, dormendo sul divano della sala. (stavo scrivendo salotto ma non volevo giocarmi già adesso un’iperbole). Per noi era comodo e conveniente vivere in tre. Cioè, razionalmente parlando, con i criteri di visione della vita attuali era una situazione da rifugiati di camorra, noi però la vivevamo abbastanza bene. Soprattutto, quegli 800 euro della camera doppia invece di pagarli in 2, li pagavamo in tre. Con quei quasi cento euro risparmiati si poteva fare la scorta di pesto per più di un mese.
La casa era carina ma ai limiti della legalità, per una serie di motivi che proverò ad elencare.
Le scale piramidali, ma ne abbiamo già parlato prima. Il Bagno: era talmente piccolo che per espletare le proprie funzioni primarie era necessario tenere aperte le ante della doccia, altrimenti non sarebbe stato possibile accovacciarsi. La Caldaia: si spegneva ad ogni soffio di vento, soprattutto d’inverno, soprattutto sotto la doccia, soprattutto quando eri solo in casa e non potevi chiedere aiuto a nessuno e ti dovevi vestire, insaponato, per andare sul balcone a tentare di riaccenderla. Le stanze da letto: era solo una, non so perché ho usato il plurale; l’altro era un divano letto che ad un certo punto della notte, a seconda del subaffittuario che c’era, veniva aperto. Quando il coinquilino pezzotto era Emanuele, veniva aperto molto presto, essendo lui lavoratore e dovendosi alzare molto presto. Quando c’era Giuseppe, veniva aperto molto tardi, però con il pegno della tv accesa per tutta la notte. Dormivamo in quattro in casa sostanzialmente, io U. Giuseppe e Rai3.
A rendere questa situazione logisticamente ancor più raffazzonata c’erano i seguenti fattori. Non esisteva ancora il wi-fi. O se c’era non era disponibile a casa nostra. La connessione internet passava da dei cavi Lan chilometrici, pratici per scalare pareti d’alta montagna. Questi cavi, non solo attraversavano la casa, portando con loro polvere e sporcizia, ma erano un dettaglio di arredo del palazzo. I primi mesi in via Meda c’era un modem al terzo piano che serviva casa nostra, al quarto e un altro inquilino, al primo e il tutto veniva fatto passare in bella vista dai balconi. Roba alla Peter Parker.
Dopo un annetto anche noi diventammo padroni di questo metodo, comprando una connessione internet e spacciandola, con un cavo Lan, al nostro dirimpettaio, così da smezzare i costi. La prima cosa che gli ospiti notavano arrivando a casa nostra non erano lo zerbino o il malandato portoncino marrone d’ingresso, bensì questo cavo in fibra che passava da una casa all’altra. Tra l’altro, quel dirimpettaio deve ancora a me e a U. 70 euro.
Le pareti dei muri erano fatte, ovviamente, di cartongesso. Quindi io dalla sala sentivo perfettamente U. in camera, e viceversa. Il problema però intercorreva non solo da stanza a stanza ma anche da casa a casa. Per questo motivo, spessissimo, a partecipare agli amplessi del nostro dirimpettaio debitore, eravamo in quattro: Lui, la sua fidanzata, io e U. Nei periodi in cui c’era Giuseppe, anche lui e Rai 3, ovviamente. Concettualmente era una gang bang.
A tutto ciò si aggiunga che, nei primi mesi, non eravamo dei ragazzi abili alla vita (lontano da casa). L’unica incombenza domestica che avevo svolto fino a 19 anni era stata comprare le sigarette per i miei genitori. Forse U. era un po’ meno impedito di me ma io versavo in condizioni davvero critiche. Per spiegare: quando U. mi diceva prepariamo una pasta per pranzo, io ero in dubbio se mettere nell’acqua in ebollizione: il sale o lo zucchero. A volte, ripetendo gesti meccanici che avevo visto fare a mia nonna mentre preparava il sugo, mettevo entrambi. Divenne famosa infatti la mia pasta al sugo democristiana, un po’ dolce, un po’ salata. Mi risultò facile capire, perciò, che mi sarei dovuto specializzare nella gestione e nel lavaggio delle stoviglie. Ruolo che comunque conservo anche adesso con orgoglio.
In un mondo di chef ci sarà sempre bisogno di lavapiatti.
Prendemmo tecnicamente possesso della casa il 2 ottobre del 2006. L’allaccio del gas però sarebbe avvenuto dieci giorni dopo. Per dieci giorni quindi io e U. chiedemmo diritto d’asilo nelle cucine altrui. Partivamo da casa nostra con pentole e stoviglie (e qualche raviolo Giovanna Rana) per mangiarli gentilmente, in seconda serata, nella cucina di Marco e Dommy o di Peppe e Michele.
Il caro U. conserva ancora il “quaderno degli ospiti” di Via Meda. Non ricordo il numero preciso ma il libro è stato riempito fino alla penultima pagina. Di alcune dediche non riusciamo a riconoscere né il nome né il cognome. Da lì ci è passata, tanta, ma davvero tanta gente.