20 anni a Milano – Un’umile dimora


Se avessi comprato casa a Milano, vent’anni fa, adesso probabilmente avrei terminato di pagare il mutuo e avrei affittato casa ad un prezzo astronomico, a qualche studente pugliese, garantendomi il pagamento della retta universitaria dei miei eredi al mutuo.
Ma vent’anni fa non avevo la minima idea di dove mi sarei ritrovato vent’anni dopo. Non potevo prevedere che i prezzi al metro quadro degli appartamenti di Milano sarebbero stati equipollenti a quelli di Dubai. Ma soprattutto, vent’anni fa non avevo una lira per piangere, figurarsi per accendere un mutuo.
La mia prima casa a Milano l’ho comprata sette anni fa. Forse “comprata” è un parolone, visto che attualmente appartiene molto alla banca, molto alla mia compagna e in piccolissima parte anche a me. Prima di comprare casa però ho oliato parecchi Iban con i miei versamenti mensili d’affitto.

Il primo bilocale in cui ho abitato effettivamente è stato in via Meda. Era un famigerato: quarto piano senza ascensore, disegnato da un architetto degli anni ’30 evidentemente amante del brivido, considerato che le scale che portavano all’ultimo piano, il nostro, si restringevano man mano che si saliva, arrivando a trasformarsi da chiocciola a piramide. Sì, ora che ci penso erano delle scale piramidali.
In quella casa ho vissuto per anni con U., mio coinquilino storico e decennale. U. però era il coinquilino ufficiale perché, stando troppo comodi in quaranta metri quadri, per larga parte dei tre anni di convivenza con noi ha abitato altra gente, dormendo sul divano della sala. (stavo scrivendo salotto ma non volevo giocarmi già adesso un’iperbole). Per noi era comodo e conveniente vivere in tre. Cioè, razionalmente parlando, con i criteri di visione della vita attuali era una situazione da rifugiati di camorra, noi però la vivevamo abbastanza bene. Soprattutto, quegli 800 euro della camera doppia invece di pagarli in 2, li pagavamo in tre. Con quei quasi cento euro risparmiati si poteva fare la scorta di pesto per più di un mese.


La casa era carina ma ai limiti della legalità, per una serie di motivi che proverò ad elencare.
Le scale piramidali, ma ne abbiamo già parlato prima. Il Bagno: era talmente piccolo che per espletare le proprie funzioni primarie era necessario tenere aperte le ante della doccia, altrimenti non sarebbe stato possibile accovacciarsi. La Caldaia: si spegneva ad ogni soffio di vento, soprattutto d’inverno, soprattutto sotto la doccia, soprattutto quando eri solo in casa e non potevi chiedere aiuto a nessuno e ti dovevi vestire, insaponato, per andare sul balcone a tentare di riaccenderla. Le stanze da letto: era solo una, non so perché ho usato il plurale; l’altro era un divano letto che ad un certo punto della notte, a seconda del subaffittuario che c’era, veniva aperto. Quando il coinquilino pezzotto era Emanuele, veniva aperto molto presto, essendo lui lavoratore e dovendosi alzare molto presto. Quando c’era Giuseppe, veniva aperto molto tardi, però con il pegno della tv accesa per tutta la notte. Dormivamo in quattro in casa sostanzialmente, io U. Giuseppe e Rai3.

A rendere questa situazione logisticamente ancor più raffazzonata c’erano i seguenti fattori. Non esisteva ancora il wi-fi. O se c’era non era disponibile a casa nostra. La connessione internet passava da dei cavi Lan chilometrici, pratici per scalare pareti d’alta montagna. Questi cavi, non solo attraversavano la casa, portando con loro polvere e sporcizia, ma erano un dettaglio di arredo del palazzo. I primi mesi in via Meda c’era un modem al terzo piano che serviva casa nostra, al quarto e un altro inquilino, al primo e il tutto veniva fatto passare in bella vista dai balconi. Roba alla Peter Parker.
Dopo un annetto anche noi diventammo padroni di questo metodo, comprando una connessione internet e spacciandola, con un cavo Lan, al nostro dirimpettaio, così da smezzare i costi. La prima cosa che gli ospiti notavano arrivando a casa nostra non erano lo zerbino o il malandato portoncino marrone d’ingresso, bensì questo cavo in fibra che passava da una casa all’altra. Tra l’altro, quel dirimpettaio deve ancora a me e a U. 70 euro.

Le pareti dei muri erano fatte, ovviamente, di cartongesso. Quindi io dalla sala sentivo perfettamente U. in camera, e viceversa. Il problema però intercorreva non solo da stanza a stanza ma anche da casa a casa. Per questo motivo, spessissimo, a partecipare agli amplessi del nostro dirimpettaio debitore, eravamo in quattro: Lui, la sua fidanzata, io e U. Nei periodi in cui c’era Giuseppe, anche lui e Rai 3, ovviamente. Concettualmente era una gang bang.

A tutto ciò si aggiunga che, nei primi mesi, non eravamo dei ragazzi abili alla vita (lontano da casa). L’unica incombenza domestica che avevo svolto fino a 19 anni era stata comprare le sigarette per i miei genitori.  Forse U. era un po’ meno impedito di me ma io versavo in condizioni davvero critiche. Per spiegare: quando U. mi diceva prepariamo una pasta per pranzo, io ero in dubbio se mettere nell’acqua in ebollizione: il sale o lo zucchero. A volte, ripetendo gesti meccanici che avevo visto fare a mia nonna mentre preparava il sugo, mettevo entrambi. Divenne famosa infatti la mia pasta al sugo democristiana, un po’ dolce, un po’ salata.  Mi risultò facile capire, perciò, che mi sarei dovuto specializzare nella gestione e nel lavaggio delle stoviglie. Ruolo che comunque conservo anche adesso con orgoglio.
In un mondo di chef ci sarà sempre bisogno di lavapiatti.

Prendemmo tecnicamente possesso della casa il 2 ottobre del 2006. L’allaccio del gas però sarebbe avvenuto dieci giorni dopo. Per dieci giorni quindi io e U. chiedemmo diritto d’asilo nelle cucine altrui. Partivamo da casa nostra con pentole e stoviglie (e qualche raviolo Giovanna Rana) per mangiarli gentilmente, in seconda serata, nella cucina di Marco e Dommy o di Peppe e Michele.

Il caro U. conserva ancora il “quaderno degli ospiti” di Via Meda. Non ricordo il numero preciso ma il libro è stato riempito fino alla penultima pagina. Di alcune dediche non riusciamo a riconoscere né il nome né il cognome. Da lì ci è passata, tanta, ma davvero tanta gente.     

20 anni a Milano – Milan l’è un gran Milan


– Se vuoi studiare comunicazione devi andare a Milano. A Roma so tutti: volemose bene, a Bologna, solo feste e festini. Se vuoi studiare e poi vuoi lavorare, devi andare a Milano.
Furono queste le parole dette da mio padre, in cucina, in una giornata feriale di settembre, che accreditarono Milano come meta della mia futura vita universitaria. Mia madre era concorde, ma non particolarmente felice all’idea che il suo figlio maggiore lasciasse definitivamente il nido di casa.
– Laureati a Bari, in Giurisprudenza, poi si pensa…
Anche mio zio, avvocato, desiderava lo stesso. Anche un altro zio, idem. A casa mia si pasteggia a pane e Diritto Commerciale, come si può intuire.
Ad ogni modo fu deciso. Avrei iniziato il mio percorso di studi a Milano,  alla Iulm per la precisione. Prima di trasferirsi però a Milano c’era solo un piccolissimo scoglio da superare: trovare casa.

– Quando si viaggia, è importante partire comodi e leggeri – sempre mio padre che pronunciava queste parole con me stipato come un confetto in una BMW aziendale zeppa di campionario. Ero pronto a vedere un nuovo orizzonte, in quel momento però non riuscivo a scorgere neanche la nuca del guidatore e del passeggero, che era mio padre, per l’appunto.
Le prime case viste a Milano le vidi proprio con lui. Ci muovevamo in metro o in taxi in quartieri e fermate Metro che mi sembravano mondi paralleli. Non ricordo assolutamente in che zona fossero, non avevo la benchè minima cognizione della città. Di quegli appuntamenti ricordo solo una stanza doppia, da affittare con uno studente d’ingegneria, in sovrappeso e un po’ puzzoso.
– Ti è piaciuta la casa che abbiamo visto – mi chiese mio padre.
– Non proprio – risposi, fin troppo buono. A distanza di vent’anni posso dirlo: era un cesso di casa.
Quella prima sortita alla ricerca di un alloggio non produsse i risultati sperati. C’era da venire con più calma e da cercare, con calma ancora maggiore, una casa. Bisognava trovare un’anima pia da cui appoggiarsi per qualche settimana, per poi scandagliare tutte le bacheche delle università.  Quelle, al plurale, anime pie da cui appoggiarmi furono Giuseppe e Michele.

Entrambi studenti, entrambi più grandi di me, mi offrirono il loro divano letto per qualche settimana, facendomi vivere il turbinio degli affitti di Milano Sud. Vivevano in uno basso di Via Bonghi. I loro letti davano sulla strada ed erano chiusi da una saracinesca. Quella saracinesca, nei molti anni in cui ho frequentato la casa, io non l’ho mai vista aperta. Agli amici e ai curiosi, che mi chiamavano o mi mandavano un sms, chiedendomi dove stessi vivendo, rispondevo che ero a Milano ma che dormivo nella Bat-Caverna di Gotham.
Milano vent’anni fa era una città molto diversa. Il mondo, vent’anni fa era un mondo molto diverso. A Milano la Darsena era un acquitrino e l’Italia non solo partecipava ma addirittura vinceva i Mondiali, tanto per dire due cose a caso.

Io vivevo la città al pari di un esploratore che si imbatteva per la prima volta in delle isole Vergini e osservavo tutto con una vorace curiosità: le vie, i monumenti, i modi di dire. Ad esempio, un po’ per vezzo un po’ con un orgoglio sentivo pronunciare dalle persone a cui dicevo che sarei stata una futura matricola, l’espressione: Milan l’è un gran Milan. È da venti anni che mi chiedo il senso di una frase del genere e soprattutto la trasposizione della stessa su altre città d’Italia: Urbino l’è un gran Urbino, oppure: Marzamemi l’è un gran Marzamemi.
Insomma, ero molto sbarbato, confuso, elettrizzato e felice.
E dopo venti anni in città, nonostante una diversa market share degli aggettivi, lo sono ancora.

Recensione non richieste | 2 | La concessione del telefono


Non avevo mai letto niente del maestro. E se l’ho fatto, non me lo ricordo. È per questo che da tre anni prendo appunti sui libri letti, per ricordarmi quando li ho letti, chi erano i protagonisti e di cosa parlava il libro.

Dicevo, Camilleri con La connessione del telefono mi ha triggerato.*

Mi ha colpito innanzitutto la divisione dei capitoli, tra cose scritte e cose dette dai personaggi. Il tutto, ad eccezione dei personaggi istituzionali della burocrazia ottocentesca italiana che si esprimono in un italiano datato ma corretto, scritto in un siculo italiano altamente comprensibile.

Il libro ripercorre le gesta di Filippo Genuardi, marito e imprenditore guascone, alle prese con gli apparati statali italiani, la burocrazia e la mafia siciliana di fine ottocento. La trama riserva colpi di scena che prendono corpo organicamente, capitolo dopo capitolo, rendendo il libro una specie di “giallo”

Mi è piaciuta esteticamente la nuova edizione Sellerio, nonostante la profanazione della classica copertina viola, con una nuova veste grafica e soprattutto perché primogenito di una nuova collana dedicata ai libri più famosi di Montalbano. Se non avessi altri dieci libri a guardarmi minacciosi sul comodino li avrei comprati tutti.

Cercherò di scrivere molto più spesso i miei pensieri su quanto letto, anche per riappropriarmi della routine da scrittura che negli ultimi anni ho messo un po’ da parte.

Per la scrittura di questo testo, non è stata maltratta alcuna intelligenza artificiale.

* Esaurisco con questo inglesismo a sproposito la quota digital marketing necessaria per pubblicare qualcosa sull’Internet.

Instagram d’estate fa schifo.


Instagram d’estate fa schifo. I miei contatti sono tutti al mare. O in montagna. Sorridono singolarmente. Sorridono in coppia. Sorridono sempre. Non hanno problemi. Sono stra felici. Se la loro felicità non fosse una costante statistica, potrei anche prenderla per buona.
Instagram anche d’inverno, ad essere onesti, fa abbastanza schifo. Sono tutti felicemente nei loro caldi giacigli, con l’albero e le lucine in background. Hanno tutti dei maglioncini rossi, terrificanti. Molti addirittura li indossano in coppia, come se fosse una cosa socialmente permissibile.
Instagram mi fa schifo anche in primavera. Anche in autunno. Instagram mi fa schifo sempre, se devo essere sincero. Per questo motivo, da gennaio, l’ho cancellata dal mio telefono. Quando devo postare qualcosa (tendenzialmente la Brace Accesa, le foto con le scritte o dei video bislacchi) la riscarico, pubblico i post, mi innervosisco come una bufala in un vernissage e la ricancello.

Anche Facebook d’estate fa schifo. L’unica differenza con Instagram è che da gennaio Facebook l’ho riscaricata soltanto una volta. O due. Massimo tre.
Mentre Instragram però mi provoca una violenza indotta, provocata  dall’omologazione di massa, della felicità fittizia ed esasperante e dalla mia incapacità di staccarmi dalla fruizione di contenuti di cui non mi interessa nulla, su Facebook sono io l’artefice della mia rabbia. Per mesi e mesi, su Facebook, ho scritto cose per pura bramosia di likes. Scrivevo non per il puro piacere di scrivere bensì per verificare a quanti piaceva quello che stessi scrivendo. All’inizio lo facevo distrattamente, quasi senza accorgermene. Poi ho capito di esserci dentro fino al collo. Da gennaio quindi: ciao ciao bambina.
E poi, per dovere di cronaca, Facebook mi fa schifo anche in inverno. E in estate. E in primavera. Sempre.

Tik Tok non ce l’ho. Né voglio averlo. Come il Covid insomma.

Linkedin ce l’ho. Lo uso spesso. Lo uso troppo. Quasi due ore a settimana. Quasi sempre senza motivo. Lo uso come strascico della dipendenza di Facebook e Instagram. Mi ritrovo spesso a scrollare cose di cui non mi interessa niente. Post di persone tendenzialmente con le braccia conserte. Perchè su Linkedin hanno tutti le foto profilo con le braccia conserte? Non riesco a capacitarmene.


A parte la dipendenza da Linkedin, sulla quale credo che interverrò a breve, vivere senza social network è bellissimo. Magari solo per qualche giorno, ma è qualcosa che io consiglio a tutti. Non ci si libera dalla dipendenza dal cellulare ma lo si usa leggermente di meno. Quel poco che ti aiuta ad osservare di più.
Tra le tante cose ad esempio, osservi che in una conversazione di gruppo, seduti ad un tavolo, nessuno ormai riesce a non prendere il telefono dopo 5 minuti. Osservi che spesso colui che prende il telefono lo ha fatto per abitudine, non per una reale esigenza; dopo qualche secondo il telefono verrà rimesso al suo posto. Osservi che non è un problema soltanto della tua generazione. Succede lo stesso con le persone più grandi di te, tipo quelli che hanno l’età dei tuoi genitori. Succede lo stesso con le persone più piccole di te. Succede con tutti. Ed è abbastanza triste.

Volendo si potrebbe rincarare la dose ed entrare nel merito: della polarizzazione delle opinioni, delle informazioni non verificate (aka propaganda), della possibilità di controllo da parte di entità governative, dell’erosione collettiva della soglia dell’attenzione, della perdita, da parte degli adolescenti, della visione laterale. O di come nell’immediato, probabilmente, diverrà necessaria una sempre maggiore forma di regolazione per l’accesso alle piattaforme. Certo, si potrebbe.
Io adesso però devo verificare un attimo quanti miei amichetti stanno sorridendo in spiaggia, felici. Non credo di aver tempo e di potermi esprimere a riguardo.   

Perché faccio (Ashtanga) Yoga


Ho iniziato a fare yoga 6 anni fa. Avevo molti più capelli, molta meno barba e lo smart working era più un guilty pleasure che l’attuale: no raga, io 5 giorni a settimana in ufficio mi licenzio e denunzio tutti, ripetutamente, finche non vanno in galera.
Fu Melissa, un’ex collega, che mi disse: Giorgetti, vuoi venire a fare yoga?
Se avessi saputo che dopo 6 anni, il vezzeggiativo del mio nome sarebbe stato il cognome del ministro leghista allo sviluppo economico, avrei… Niente. Non avrei fatto niente.

Della mia prima lezione di Yoga, più di 6 anni fa, ricordo soprattutto una cosa: i culi. Era una shala molto grande, piena di donne, con una quantità di sederi e donne suadenti che facevano movimenti strani. Non ero onestamente pronto. C’erano luci soffuse e musica lounge. Ad ogni lezione mi aspettavo che Tinto Brass venisse fuori da una stanza e dicesse: Stoooooop. Ok belline. Per oggi va bene così. Domattina si attacca alle 8:30.
Questo non è mai accaduto, purtroppo.
Ho praticato in questa shala soft hard per qualche mese, dopo di che ho iniziato a fare Ashatanga Yoga.

Posso dire che la pratica dell’Ashtanga yoga, in questi 6 anni, mi ha letteralmente cambiato la vita, in meglio e mi piacerebbe spiegare il perchè.
Inizio col dire questa cosa: a parte amare i miei cari e la Juventus non c’è niente in cui sono stato così costante, come l’Ashtanga, per così tanto tempo. Ho avuto un approccio lento alla disciplina. Ho indugiato per parecchio tempo nelle lezioni guidate approdando tardi al Mysore. Ho messo in discussione, spesso, la pratica. In uno dei miei primi ritiri con Mario (forse l’unico) in un paesino sperduto sotto le Dolomiti, a pranzo, dopo la pratica, in un mare di infusi e tisane al bergamotto chiedevo dei grappini, con gli altri compagni di pratica che con occhi allibiti mi invitavano gentilmente a prendere fuoco.
Poi però ho iniziato ad abbandonarmi all’Ashtanga. Anzi, come dicono quelli bravi su Linkedin, sono stato perseverante.  

Volendo tralasciare i benefici fisici della pratica, perché scontati, l’altra cosa per cui ogni giorno ringrazio questa pratica è la possibilità di mantenere la concentrazione. Essere messi a tu per tu con  un tappettino, (provare) a non avere stimoli esterni, in questi tempi moderni, è qualcosa di impagabile. Contro il flusso dei pensieri non sempre si vince. Anzi, spesso si perde. A volte infatti, al primo saluto al sole prefiguri la riunione delle 10:00,  invece di prendere i banda pensi a a che ora prendere tuo figlio dal nido, o dopo Supta Kurmasana ripassi il numero dell’impresa edile da chiamare per tornare in chaturanga. Quando però riesci ad astrarti e a concentrarti sulle asana e sul respiro, solo sulle analisi e sul respiro, a fine pratica sei indistruttibile. Puoi affrontare di tutto, dalle avversità giornaliere alle riunioni condominiali
.
Infine , l’altra cosa per cui ringrazio lo yoga è l’importanza che assegna alla figura del maestro. Forse si fa meno caso, in quest’era di tutorial e sedicenti guru di cosa sia davvero un maestro. Attraverso la sua esperienza, il maestro ti guida, ti aiuta, ti consiglia, decide cosa farti fare e con che tempi. Al maestro ci si affida, confrontandosi, a volte facendosi consolare, ma il maestro rimane il tuo faro. È questo infatti che i miei maestri, Pinuccia (insieme a Mario, Nadia, Sandra, Lella, Laura, Jacopo e Gabriele) sono stati per me in questi anni: dei fari.

È per questo che ringrazio l’Ashtanga yoga e i miei maestri. Per aiutarmi ad essere costante, per farmi stare bene, per imparare ad essere guidato e consigliato; per dovere di cronaca dovrei ringraziarli anche per tutte le volte che mi hanno spronato a fare di più e per tutte le volte che mi hanno messo le mani sulla schiena anche quando sembrava il lago di Garda.

Concludo quindi come ho iniziato, con un inizio. Ho capito che questa pratica faceva al caso mio quando ho partecipato al primo seminario di Lino MIele, il maestro dei miei maestri. Era una classe guidata per principianti plebei. Io avevo da poco abbandonato la shala soft hard e mi aspettavo da questa nuova scuola, rigorosa e radicale, una scuola dove addirittura chiamavano le posture in sanscrito, un maestro analogo, iconicamente yogico, vagamente sanscrito.
Lino entrò quatto quatto in sala, con un passo felpato, salutò tutti e inizio a parlare:
“Molti di voi se chiedono che cos’è lo yoga. Bene! C’avete presente le sale co à musica, co è luci soffuse, le sale dove non riesci a sentì er respiro. Beh, tutto quel casino non è yoga. Dovete respirà. Dovete imparà a respirà e santivvè. Quello è lo yoga”.
 

Cosa penso quando ascolto le canzoni di Sanremo 2022


Ovunque sarai – Irama
Penso ai preti, ai vescovi, ai cardinali, ai papi, alle messe di Pasqua, alle messe di Natale, ai bettesimi, alle comunioni, alle cresime, ai matrimoni, ai funerali e tutto quello che è possibile associare alla Chiesa Cattolica, perchè questa è indubbiamente una canzone della Chiesa.

Ciao Ciao – La rappresentante di lista
Fabio è alla prima esperienza in un villaggio turistico. Lo scorso inverno ha deciso di fare l’animatore e adesso è qui, al villaggio Sole Azzurro di Cirò Marina. Gli hanno appioppato l’organizzazione dello spettacolo di fine soggiorno. Ha un’idea geniale. Si prefigura già tutta la scena. Gli ospiti del villaggio che il giorno dopo partiranno, nonni, padri, figli, animali domestici, tutti sul palco a dire Ciao Ciao. Movimento d’anca, prima a destra, poi a sinistra, movimento delle braccia a frullatore e ciao ciao. La sua non è un’idea. La sua è l’Idea.
Al capocomico non piace. Balleranno I migliori anni della nostra vita, di Renato Zero.

Tuo padre, mia madre, Lucia – Giovanni Truppi
I ragazzini della mia età che quando eravamo piccoli uscivano d’inverno, senza giubbotto.

Inverno dei fiori – Michele Bravi
Devo pagare la rata del mutuo, l’asilo del bambino, l’assicurazione della macchina, l’assicurazione della moto, le quote di partecipazione ai matrimoni di quest’estate. La Tari degli anni passati, l’iscrizione in palestra, la signora delle pulizie, le spese di condominio, Netflix, Sky, Dazn, Fastweb.

Miele – Giusy Ferreri.
Quelli che bevono il Mojito d’inverno.

Brividi – Mahmood, Blanco
Maria Giovanna è una ragazza un pò complicata. Ha 17 anni, quasi 18. Fa il Liceo Scientifico, quest’anno finalmente in presenza. È in quella fase in cui la mamma è il nemico. La mamma è un ostacolo. Tra qualche anno però tutto cambierà. Scoprirà, Maria Giovanna, che sua madre è e sarà la sua roccia. A breve ci sarà il diciottesimo di Maria Giovanna. Presso la sala ricevimenti Il Ghiottone, Maria Giovanna e sua madre Imma, chiamate con una voce suadente dal vocalist balleranno questa canzone al centro della sala, commuovendosi un pò.

Perfetta così – Aka 7even
Non ce la faccio. Davvero, non ce la faccio.

O forse sei tu – Elisa
La protagonista di un cartone animato Disney cammina su un prato innevato, molto triste, in pieno inverno. Ha ricevuto da poco una forte delusione. Credeva di riuscire nel suo obiettivo ma le è letteralmente caduto il mondo addosso.
Non bisogna disperare però. Un evento inatteso ribalterà la situazione. La nostra eroina tornerà a sorridere. Si ricongiungerà con la famiglia e finalmente potrà godere dell’amore interrotto assecondando quella stupida voglia di vivere…

Lettera al di là dal mare – Massimo Ranieri
I vecchi nelle case di riposo che affacciano sul mare. 

Insuperabile – Rkomi.
Micaela a Luigia sono amiche per la pelle. Sono sempre insieme. Si conoscono da sempre. Da qualche settimana Micaela è un pò triste dopo aver lasciato Ector, il suo fidanzatino di origine ecuadoregna. Luigia, dal canto suo invece, ha appena preso la patente.
Va a prendere la sua amica. Si mettono in macchina e per le vie del centro di Rieti, ad alta voce, cantano: Insuperabile. Per un attimo, brevissimo ed estatico, Micaela riesce a non provare rimorsi per aver lasciato Ector.

Sesso occasionale – Tananai
Non credo di farcela, neanche qui, perdonatemi.

Domenica – Achille Lauro
Cinzia lavora a casa dei signori Quagliettta da vent’anni. Ha iniziato come bambinaia. Adesso aiuta la signora Clotilde a fare le pulizie, a stirare, a rassettare la casa per occasioni speciali. È magra magra. Le si vedono le ossa delle ginocchia. Nonostante ciò ha un’energia da quindicenne.
Oggi, arrivata a casa dei signori Quaglietta: non c’è nessuno. Anche il gatto è via dal veterinario. La casa è tutta sua. È una bella sensazione. Accende la radio e mentre stira le camicie di Oronzo Quaglietta, ondeggia, ascoltando Domenica. Cinzia è contenta.

Dove si balla – Dargen D’amico
Cosimo vuole fare il dj. Non ha nessun talento. Nessuna conoscenza musicale. Nessun rudimento di ritmo e melodia, ma vuole fare il dj. Cosimo sogna la prima serata della sua vita in cui Mino Dj farà ballare tutta la pista con questo pezzo. Anche se non avverrà mai, questo è il suo sogno.

Ogni volta è così – Emma
La Michelin che fa finta di fare la direttrice d’orchestra durante la prima esibizione. In realtà nelle cuffie sta sentendo le partite della Serie B. Si vede nettamente. Non riesco a togliermela dalla testa.

Farfalle – Sangiovanni
Vito ha 7 anni ed è figlio di Enzo Redel, famiglia di giostrai da generazioni. Si sposta ogni 15 giorni, da una festa patronale all’altra. Non va a scuola. Non ha molti amici. Ha 7 anni ma è già “un ometto”. Monta e smonta le giostre come fossero lego. Ha le mani spesse. Nelle macchine da scontro di suo zio Nico, quest’estate, tutti si scontreranno, arrabbiandosi l’uno con l’altro, nonostante l’obiettivo delle macchine da scontro sia per l’appunto: scontrarsi.

Voglio amarti – Iva Zanicchi
Il vomito che mi viene se mi immagino i vecchi che fanno del sesso. Voglio amarti, con l’anima e di più… in che senso?

Ti amo non lo so dire – Noemi
Debby è il diminuitivo di Deborah. La chiamano tutti così. Da sempre. Ormai quando si presenta non dice più il suo nome dell’anagrafe, risponde: piacere Debby. La maestra di suo figlio Giosuè, di 7 anni, l’ha appena chiamata: Signora, sono Erminia, la maestra di Giosuè. Giosuè si è appena fatto la cacca addosso. Può venire a prenderlo o portargli un cambio?
Debby sfreccia in macchina, con un piccolo jeans e delle mutandine nuove in una sacchetta gialla, il cambio di Giosuè. La sua responsabile non potrà avere il documento finito prima di sera.

Tantissimo – Le Vibrazioni
Invecchiare male

Chimica – Ditonellapiaga, Donatella Rettore
Frotte di quarantenni che non si arrendono all’età e fanno ginnastica, in palestra, con un istruttore piacione/provolone.
Antonella, alza la gamba, Antonella. E due. E tre. E quattro. Eddai.

Duecentomile ore – Ana Mena.
Paolo. Agente di commercio in Molise. Ogni mattina esce di casa alle 7:30 e prende la sua Audi aziendale. Ha una routine ben precisa. Chiavi nella toppa, sigaretta accesa e telefonata ai suoi due migliori amici: Nunzio e Antonio. Oggi è una giornata speciale. Li chiama entrambi, con questa canzone in sottofondo grida ad alta voce: Sveglia dormiglioni, svegli. Ca ddò ammà fadicà…

Sei tu – Fabrizio Moro
I panettieri che aprono la serranda del loro panificio alle 4:00 del mattino. Che tra l’altro, diciamolo una volta per tutte, non è vero che aprono la serranda alle 4:00. Alzano la serranda, ok, entrano dentro e poi la richiudono. Se la riaprono la riaprono per le 6:00, le 6 :30, toh… Non vogliono mica rotture di cazzo dei netturbini, degli ubriachi, delle anime dell’Inferno, i panettieri.

Ora e qui – Yuman
Flavio è l’unico della suo gruppo che non è andato a studiare fuori. È Rimasto a Campobasso. Tanto l’università è buona… In realtà i genitori non avevano soldi per mandarlo a Bologna.

Virale – Matteo Romano
Beppe insegna storia dell’Arte al liceo classico di Assisi. È un architetto, ma qualche anno fa, quando è nato il suo piccolo Domenico ha lasciato lo studio che aveva messo su, con molti sacrifici, per provare il concorso da professore. Concorso passato al primo colpo. Spiegare Fidia e il classicismo greco per 6 mesi non era proprio la sua ispirazione, ma almeno non fa più la fame.

Apri tutte le porte – Gianni Morandi
Con tutte le donne sono tremendo, abbiamo un reef geghegeghegeghegè, stasera mi butto, stasera mi butto stasera mi butto con I vatussi altissimi negri.  

Abbi cura di te – Highsnob, Hu
Gli studenti universitari che tra una lezione e l’altra si mettono a fumare i drummini sulle scale d’emergenza.

Recensioni non richieste | 1 | Il Giovane Holden


Quando eravamo piccini, alle scuole superiori, io e il mio amico Vladimir non eravamo delle cime. Eravamo simpatici, burloni, disponibili, certo, ma non esattamente quei tipi di alunni che speri ti passino la versione di latino o greco. Anzi, a volerla dire tutta, noi eravamo quelli che la versione l’aspettavano. Sempre.

Io e Vladimir, alle superiori, facevamo solo una cosa: leggevamo. Avevamo creato una sorta di patto con i professori. Noi ci privavamo dell’agio degli ultimi banchi, evitando così di fare troppo i monellacci, ricevendo però in cambio il permesso di leggere dei libri durante le ore di lezione.  
Ora, detta così può sembrare un pò troppo radicale. Non è che leggessimo E BASTA. Facevamo anche tante altre cose. Diciamo però che una quota parte delle “ tante altre cose” era sicuramente leggere.
In quegli anni ricordo di aver letto una cifra spropositata di libri. A scuola e a casa.  Ero, come Vladimir, onnivoro. Spaziavamo dai classici della letteratura russa alla beat generation americana. E cosa succede quando leggi i classici della letteratura russa a quindici anni? La risposta è pressocchè scontata: non capisci un cazzo.  
Tra i libri letti a quindici anni c’era anche Il Giovane Holden di J.D.Salinger. E in queste vacanze di Natale, visto che ho avuto degli intoppi ai programmi stilati, ho fatto una cosa che non faccio mai. Ho riletto un libro già letto.  Il Giovane Holden, per l’appunto.

Iniziamo dicendo alcune cose su “Il Giovane Holden”.
La prima: del libro letto 19 anni fa, a 15 anni, non ricordavo niente. È stata una scoperta scioccante. Non ricordavo la trama, i personaggi principali, il prologo, lo svolgimento, l’epilogo. Niente. Quindi rileggere i libri, dopo un pò, tutto sommato è cosa buona e giusta.

La seconda: non ridevo così tanto leggendo un libro da anni. Lo scrittura del libro, giovanile, diretta (parliamo di un testo del 1951) ti mette letteralmente affianco a Holden Caulfield, un sedicenne un pò schizzzato in lotta coi suoi labirinti mentali, in una New York di fine dicembre. L’utilizzo di espressioni gergali e di una stesura molto vicina al parlato rende la lettura immediata. Inoltre, la chicca su cui ogni volta ho riso come un matto è che ogni personaggio è preceduto da un “vecchio/a”. La sorella di Holden è la vecchia Phoebe. Il professore saggio a cui Holden chiede aiuto è il vecchio Antolini. A volte sembra che il tutto sia ambientato a Bassano del Grappa e non a New York.

La terza: Il giovane Holden, a detta di tutti, è un capolavoro della letteratura americana. Non lo dico io, lo dicono tutti. Nel caso quindi doveste e voleste comprarlo, sentitevi rincuorati dal giudizio di tutti e non solo da quello di Giorgio Damato.

La quarta: la vita schiva e misantropa dell’autore, J. D. Salinger, e il successo ottenuto dopo la pubblicazione, rendono il libro un vero e proprio feticcio della cultura occidentale.

Sulla trama invece, infine, non dirò niente, altrimenti che gusto c’è a leggere il libro?

E comunque, nonostante non fosse un approccio canonico alla quotidianità scolastica, il leggere molti libri (e lo scrivere) ha fatto sì che il mio amico Vladimir al momento sia il miglior drammaturgo Under 35 in Italia. E tra l’altro, si chiama Fabrizio, non Vladimir. Ma questa è un’altra storia.
Linkino

ELSA SPINACI S2E3


LA FALSA SOLITUDINE DEL SIGNOR MARIO BELOZZI

Quando ricevi una chiamata da un numero fisso sai già che qualcosa di inopportuno sta per palesarsi. Il tuo cervello inizia a formulare delle scuse gentili e credibili per il tipo di servizio che un operatore albanese, sardo e indipendentemente dalla provenienza geografica, sottopagato, proverà a venderti.
Io utilizzo sempre l’approccio del: “La ringrazio, ma al momento abbiamo già questo tipo di servizio”, anche se mi stanno provando a vendere degli eco shuttle per partire su Marte; la ringrazio, ma l’ho appena comprato sul sito della Tesla, sa, la scorsa settimana c’erano i Saldi…

Giovedì mattina infatti, quando ho visto la chiamata che mostrava con un +02 iniziale, ero pronto a menzionare solo il tipo di fornitura di cui ero già fiero e in possesso, preparando nella mia testa il gentile rifiuto al servizio offerto. Qualcosa però si è inceppato. Dall’altra parte del telefono non c’era nessun operatore outbound. Grazie all’eco preistorica e al silenzio che è intercorso dopo il mio “pronto”, ho capito che dall’altro lato della cornetta c’era Mario Belozzi (S1-E10)

– Signor Giooorgiooo, giustoooo?
– Sì, esatto. Con chi parlo? – domanda falsa e retorica, per l’appunto.
– Ah, chee piacereeeee. Sono il signor Belozziiiiii, come staaaaa?
– Bene, bene. Lei?
– Anche ioooooo, molto beneeeee – precisava Mario Belozzi, dalla casa entrata nel Guiness dei primati come la casa con più eco in Europa. – Mi fa piacereeeee che anche lei stia beneeeee.
L’ultima volta ci eravamo sentiti con il Mario e sua moglie, la sua ghostwriter che tesseva per filo e per segno il suo discorso telefonico, per dei formali ringraziamenti. Avevamo pagato loro una bolletta e ci tenevano a ringraziarci. Credevo che anche oggi il Mario mi avesse chiamato per un servigio analogo, che avrei fatto tra l’altro con tutta la gioia del mondo.
– Signor Giorgio, la disturbooooo?
– No affatto signor Belozzi, mi dica pure.
– Guardiiiii, in realtà l’ho chiamataaaaa perché mi sentivoooo un pò solooooo
– Oh, è molto gentile da parte sua mostrarmi così tanto affetto. – considerando che tutto sommato non so neanche come sia fatto e che in vita mia le ho solo pagato una bolletta, cosa che ho pensato ma non detto – Son contento che abbia chiamato per me.
– È un piacereeee signor Giorgiooooo. È che l’altra volta al telefono mi ha fattooooo una buona impressioneeee. Cosììììì, visto che mia moglie è uscitaaaaa a fare la spesaaaaa, mia figlia a Casertaaaaa non mi risponde maiiii, mio nipoteeee ha dettoooo che stavaaa facendo lezioneeee su Interneeet, a quel punto mi sono dettoooo: quasi quasiiii chiamo il mio vicinoooo.
– Ha fatto benissimo signor Belozzi. Davvero. È un bellissimo gesto.

Insomma, si era creato un feeling inaspettato, un’empatia artificiosa ma naturale. Quasi da nonno a nipote. Poi però ad un certo punto si è palesato un rumore. Si è sentito un gracchiare prolungato seguito da un tonfo. Una porta, poco oliata, che nella caverna del signor Belozzi ha prodotto una vera e propria deflagrazione.
– Signor Giorgioooo, mi scusi è arrivata mia moglie – si è interrotto guardingo il signor Belozzi, quasi sussurrando.
– Mariooooooo, con chi stai parlandoooo?
– Mi sa che dobbiamo chiudere signor Giorgio…. Marisaaaaaa, è unoooo delle televenditeeee al telefono. Gli ho dettooooo però che non sonooo interessatoooo.
– Signor Belozzi, ma come…?
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu…
Mario Belozzi ha riattaccato e mi ha chiuso il telefono in faccia.

È finita così. Scaricato, come il peggiore dei venditori di trading online, da un vecchietto di origine campane che non ho mai visto in volto. D’altronde si sa: l’outbound dà, l’outbound toglie.

ELSA SPINACI – S2E1


BABBO LEGHISTA

Durante la vita di prima mi capitava spesso di prendere l’ascensore con il Babbo leghista. Lo chiamavo così non perché andasse regolarmente sul sacro suolo di Pontida. Lo chiamavo Babbo leghista perché padre di due figlie e perché nell’angusto spazio dell’ascensore che ci conduceva nei rispettivi immobili, mostrava un atteggiamento “un po’ leghista”. Quella malcelata diffidenza, mista ad un’espressione facciale condita con del robusto fastidio latente, tipica degli elettori e dei politici leghisti. Spesso, in questi tragitti, i suoi occhi chiari, coperti da lenti color panna mi dicevano inequivocabilmente: non mi piace la tua barba, non mi piace il tono amichevole che mostri durante questi 3 piani di ascensore, non sono affatto convinto che tu, ragazzo barbuto e meridionale sia una risorsa fruttuosa per questo condominio.

Questa era l’impressione che dava a me. Magari però fraintendevo. Forse il suo sguardo torvo era sola timida curiosità. Vai a sapere…

Il Babbo leghista in ogni caso ha 2 bambini. Bellissimi. Sembrano delle linci di montagna. Hanno degli occhi chiarissimi, affusolati e il loro colorito olivastro dona loro un aspetto esotico. Devono aver preso tutto dalla mamma, visto che il loro babbo leghista ha le fattezze di una caciotta. Non fa nulla tra l’altro per non sembrare una caciotta. Veste volutamente larghetto e i suoi abiti sembrano quel tipo di plastichina che avvolge i latticini nel reparto formaggi della grande distribuzione. La sua somiglianza ad una caciotta mi ha a lungo tenuto interrogato sull’effettivo nome da attribuirgli, se Babbo leghista o Babbo Caciotta. Ha prevalso la prima, essendo la sua attitudine leghista più spiccata di quella casearia.

I bellissimi figli di Babbo Leghista vengono portati “fuori” giornalmente. Fuori in questo caso è inteso come: lo spazio dei box, che danno sulla finestra dove pratico da due mesi lo smart-working e un cortiletto interno, che affaccia sul terrazzo della cucina, dove abitualmente mangio.
I bimbi bellissimi di Babbo leghista quindi sono sempre con me. Sono con me quando lavoro, impegnati in giretti sulle biciclettine nei box; sono con me quando mangio, a scoprire le meraviglie della natura nel cortiletto interno. Carla e Amedeo, bambini bellissimi del Babbo leghista, tanto son belli, tanto frantumano la minchia. Anche qui, ho meditato a lungo sull’utilizzo di un’espressione così greve e anche qui, dopo un’accurata analisi S.W.A.T. ho scelto volutamente questo tipo di espressione. Perché i bambini bellissimi del Babbo leghista, non danno fastidio. Non sono esuberanti. Non sono vivaci e/o necessitano di evadere l’immobilismo domestico forzoso. No, Carla e Amedeo, frantumano la minchia. Le cose vanno dette per come sono.

Se esistesse un prontuario scientifico per esasperazione indotta, Carla e Amedeo sarebbero magnifici rettori. Gli studenti penderebbero dalle loro labbra mentre spiegano le tattiche di esaurimento condomini attuate dall’inizio di questa domiciliazione forzata. Le vado ad elencare qui di seguito, per futura e comune memoria.

PRIMA REGOLA DEL MANUALE ESAURIMENTO CONDOMINI: nominare senza sosta durante la permanenza all’esterno il nome del genitore munito di vezzeggiativo: papinooopapinoopapinoopaponeepaponeepapinoo guarda, guarda, guarda, guarda, papino guarda; o al contempo, quando necessario mamminaamamminaamamminaamamminaa vedi, vedi, vedi, mammina vedi.
SECONDA REGOLA DEL MANUALE ESAURIMENTO CONDOMINI: pronunciare qualsiasi cosa con toni di voce da soprano. Delle petulanti ed ininterrotte vocine stridule che distruggono qualsiasi altro tipo di pensiero e riflessione circostante.

TERZA REGOLA DEL MANUALE ESAURIMENTO CONDOMINI: indurre una risposta di approvazione da parte del Babbo leghista (o al contempo dalla mamma), i quali martoriati dalle richieste della prole intervallano i papinoopapinoopapone vs mamminaamamminaamamminaa con dei cadenzati: sì Carla, sì Amedeo, si Carly, sì Ame, dando quindi un risultato finale del tipo : papinooopapinoopapinoo sì Carla, paponeepaponeepapinoo sì Ame, guarda, guarda, guarda, guarda, sì guardo.

QUARTA REGOLA DEL MANUALE ESAURIMENTO CONDOMINI: soffrire e piangere come durante un’amputazione di un arto non appena viene pronunziata la seguente espressione: “bambini dai, saliamo”. Piangere insieme, per molto tempo, disperati, fino a quando non si è entrati in casa. Per circa 8 minuti quindi.

Tutti in questi giorni si chiedono come sarà la nostra vita una volta sconfitto il virus. Se torneremo a vivere come se nulla fosse accaduto. Tutti discutono i modelli comportamentali che ci hanno accompagnato fino ad ora. Andranno cambiati o rimarranno gli stessi? L’unica cosa su cui io invece mi arrovello da giorni invece è se in uno dei prossimi viaggi in ascensore avrò l’ardire nel pronunciare le seguenti parole:
– Babbo leghista, sappi che Carla e Amedeo sono due bambini stupendi. Fantastici. Per tutta la quarantena però hanno davvero frantumato la minchia.

ELSA SPINACI – S1E10


LA FAMIGLIA BELOZZI

Uno dei grossi rimpianti di questa quarantena è non aver conteggiato lavatrici e lavastoviglie effettuate. Da inizio lockdown dovrei essere su 50 lavastoviglie e 20 lavatrici. Almeno così sostiene la Protezione Civile. Pensavo a questi numeri, all’efficacia e alla correttezza del conteggio, a quando Borrelli li avrebbe decanati in conferenza stampa, quando Jerry, il portinaio, mi ha chiamato dall’interfono.

Son sceso in portineria e dopo parecchie indagini linguistiche sono riuscito a capire che dei vecchini del palazzo avevano chiesto se qualcuno potesse pagare loro una bolletta dell’Internet. Dal tabacchino o con il telefono magari, come fanno i giovani…
– Signor Sjoorsjo, buoi bagare tu? Eh eh. – mi ha chiesto il portinaio nel suo adorabile Jerrese.
Ho pagato la bolletta della famiglia Belozzi tramite il telefono, essendo un giovane. Ho stampato la ricevuta. Ho preso il corrispettivo del pagamento e ho inserito il resto nella busta, restituendo poi il tutto a Jerry.

Alle 15:30 il mio cellulare, giovane, ha iniziato a vibrare, mostrando una chiamata da un telefono fisso. Ero pronto a rispondere in maniera pungente all’ennesimo tentativo di retention di un operatore sardo, quando dall’altra parte del telefono ho sentito:
– Proooontoooo.
– Si, pronto?
– Lei è Giorgiooooo?
– Si, esatto. Con chi parlo?
– Ciao Giorgio. Siaaaaamo i signoriiiii Belozziiiii – mi hanno risposto probabilmente da una caverna o dall’appartamento meno ammobiliato del quartiere, a giudicare dalla quantità di eco. –
Signor Gioooorgio, volevaaaaaamo ringraziarlaaaaa per la bollettaaaaaaa.

Bene, quello che è difficile trasferire, ma ci proverò comunque, è il meccanismo comunicativo della famiglia Belozzi. Ad interfacciarsi con me, alla cornetta, c’era il signor Belozzi; ogni cosa pronunziata dal signor Belozzi però veniva suggerito dalla ferrea signora Marisa, moglie del Belozzi. La cosa straordinaria è che i due, marito e moglie, non hanno mai avuto percezione che questo loro dialogo interno fosse in realtà perfettamente udibile.
La telefonata infatti è stata più o meno questa:

– Digli che è stato gentile – Marisa Belozzi dice a suo marito, “bisbigliando”
– È staaaatoooo mooolto gentileeeee signor Giorgioooo – il Signor Belozzi dice a me, con ingenti dosi di eco.
– Si figuri signor Belozzi. È stato un piacere.

– Digli che è stato gentile!
– Gliel’ho detto Marisa. Gliel’ho già detto…
– Allora digli che ci dobbiamo conoscere e rendere la gentilezza ricevuta.
– Signor Giorgioooo, noiiii non ciiii conosciamoooooo. Non ciiii conosciamoooo ancoraaaaaa – sempre il signor Belozzi dalla caverna – pensi, non sappiamoooo nemmenoooo in che pianooo abitiamoooo. Quando tuttooo questooo sarà finitoooo però vorremmo ringraziarlaaaa di personaaaa.

– Digli che magari possiamo offrirgli delle torte o del the.
– Signor Giorgioooo, magari quando tutti staremo beneeeee potremo offrirvi della cioccolataaaaaaa.
– Mario, dovevi dire il the, o delle torte, perché hai detto la cioccolata?
– Marisa, stai zitta un attimo, Marisa!
– Che ne diceeeeee signor Giorgioooooooo?
È dopo questa proposta che ho iniziato a vacillare. Bisognava rispondere con un sì alla cioccolata del signor Belozzi o alla proposta originaria di torte di sua moglie? Ci ho pensato su parecchio, 3 secondi forse. Quando però è arrivato l’ultima trasmissione dell’eco originaria, ho risposto:
– Signor Belozzi, le ripeto, è stato una grande gioia potervi dare una mano. Accetto volentieri l’invito e non esitate a contattarmi nuovamente per delle commissioni del genere – un po’ thankyou page post acquisto di un ecommerce, ma abbastanza svizzero da evitare dissidi nella coppia.
– Va bene signor Giorgiooooo. Graaaazieeeee. Graaaazieeeee. Graaaazieeeee. Graaaazieeeee.

Si è conclusa così la chiamata. Con un eco infinito di grazie. E un pareggiamento delle bollette nel faldone di casa Belozzi. Anche loro, nella casa dell’eco, potranno tornare a fare lavatrici e lavastoviglie senza sosta. Sembra poco ma in realtà sò soddisfazioni.