L’amore ai tempi degli Hipster vol. 6


Le passeggiate con gli ombrelli aperti anche quando fuori ha smesso di piovere.

Le Spice Girls, che vent’anni fa erano dieci anni avanti.

I doppiatori dei documentari di Discovery Channel che dicono tutto con troppa enfasi: “Incredibileeee questoooo hamburgereeer

Gli album dei rapper di sedici tracce, otto delle quali sono introduzioni con parolacce; spesso provo a pensare a chi lo ripropone, perché sicuramente c’è qualcuno che lo ripropone, in italiano.
Un album di un rapper italiano di sedici tracce, otto delle quali sono un lungo tappeto di: cazzo cazzo merda figa puttana, puttana, merda, culo culo culo di merda.

I volti di alcune persone evidentemente somiglianti al padre o alla madre, anche se non hai mai conosciuto nè il padre nè la madre.

I ragazzi siciliani che dicono la parola Minchia con la prima “i” di 6 minuti: miiiiiiinchia.

Le leggende dei contratti a tempo indeterminato.

I capelli di alcuni ragazzi diciottenni che non sanno ancora che tra dieci anni saranno Calvi.

I passettini delle donne con le gambe corte e i tacchi; quelli che comprano 8 kg di pop corn al cinema; i vigili con la paletta che dirigono il traffico.

Il fazzoletto di cotone con cui taluni uomini raccolgono il muco, lo fanno sedimentare all’interno e lo rimettono in tasca con nonchalance (ovviamente riutilizzandolo la volta successiva)

Jerry Calà, le serate che fa Jerry Cala, le persone che vanno alle serate che fa Jerry Cala.

Le penne con cui i carabinieri fanno le multe, appese agli stivali.

I figli che si mettono le giacche dei padri, con le spalle che arrivano fino alle costole; le spese ai supermercati di domenica mattina; il volersi sedere nella stessa direzione di marcia del tram.

I pantaloni di velluto; il gesto del piede che mette il freno al passeggino, i regimi alimentari decisi dalle promo dell’Esselunga; gli spazzolini Tau Marin.

La facilità delle lenticchie nel farti strozzare.
Il rumore della Fiesta: non ci vedo più dalla fame.
Le scritte “affittasi” sulle agenzie immobiliari sfitte.

La moltitudine del soprannome: Banana. Lello Banana, Rino banana, Gianni banana, Tonio Banana.

Le signore attempate o affini alla menopausa orgogliose di andare in giro con le figlie bone.

Il singhiozzo; le camicie corte dei testimoni di Geova; i bulldog terrier francesi, senza dubbio cani da passeggio dell’anno.

Gli over 60’s che sul tara tara tara tatta ta tara tara tara tatta ta di Can’t take my eyes of you battono le mani e ondeggiano sulle anche.


questo video è dedicato a tutti quegli hipster che si aspettavano una canzone di Gloria Gaynor e a chi da domani vorrebbe iniziare a far suonare le carte, attività in cui attualmente riescono soltanto gli abili commercialisti…

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Gaetano Sburrazzi sul recente sentiment antieuropeista


Ca tutti mo volunu assire dall’Europa…
E chi ddovi venne voliti andare, eh? A Nuova York? A Svizzera?
Che è? Vi sta sgradita l’Europa? Vi sta a dare fastidio l’Europa, eh?
Che siccome ci sta a’ crisi allora l’Europa fa vomitare, l’Europa ci rruba i tirnisi, l’Europa Ciccì, l’Europa Cicciò.
Rimbambitazzi.
La verità è che dovete pagare le tasse e non vi dovete mangiare gli stipendi alle trattoria,
picchì tutti sò insisti a dire che l’Europa ci rubba i tirnisi,
quando invece i tirnisi ce li freca i trattoria,
vabbuò?
Disonesti. Farabutti. Mangia tirnisi. Magia a’ trattoria.

A me l’Europa mi piace na quantità assai.
Puru la barca mia si chiamava Europa, e puru lu cane di mia sorella si chiamava Europa.
E chill era nu bbravo cane, e non si frecava i tirnisi alla trattoria,
come a voi,
ca vuliti ca ce ne ascimm dall’Europa,
che però dalla traottoria non ve ne uscite
nemmeno se scende l’ènem d GesùCrist. Eh?
Disonesti. Disonesti e rimbabitazzi.

Io dico che all’Europa ci dobbiamo rimanere
e che anche nell’Italia non ce ne dobbiamo andare, che tanto qui si sta bene.
Che perciò, non è tanto a uscire dalla Europa,
ma è a uscire dalle trattoria l’impresa namber uàn,
vabbuò?

Il miracolo dei pullman


tratto dal mio libro in attesa di un clemente editore

C’è un sacco di gente che crede in qualcosa.
Un sacco di gente che crede in Gesù, in Maometto, in Budda
che va fino a Lourdes, che torna da Fatima,
che torna dalla montagna
perché Maometto, a suo dire, preferisce il ravennate.

Questa gente crede in qualcosa.
Ed è giusto che lo faccia.
Costoro però, o la maggior parte, sempre per restare sull’approssimativo,
crede in cose facili, in religioni scontate
come sempre nella loro evidenza, intangibili.
Questa gente non si accorge di cose più acute,
di forze e di spiriti che si intrecciano sul bagnasciuga del fato.
Questa gente non si accorge che ogni mattina, soprattutto in alcune fasce periferiche della città,
si compie: il miracolo del pullman.

Più o meno in tutte le città, più o meno in tutte le nazioni,
ad un certo punto, un signore o una signora anziana, entrano nel pullman.

Ogni mattina, nel pullman,
questi anziani signori, guadagnato un posto semi stabile
iniziano a parlare.
Così.
Senza nessun motivo.
Del nulla.
Ed ogni giorno, quando questi signori iniziano la loro conversazione
immotivata, ingiustificata, insignificante,
qualcuno risponde.
Sempre.
È questo, checchè ne dicano i più scettici, è un miracolo.

C’è sempre qualcuno, sempre, che a un: oh come sono stanca oggi,
risponde: e come mai?
C’è sempre qualcuno, sempre, che a un: che bella giornata oggi
risponde: ha visto signora? Non come ieri, che pioveva…
C’è sempre, soprattutto, qualcuno che invece di aspettare la domanda sparata a caso,
propedeutica al miracolo,
anticipa l’anziano signore per far sì che l’incompiuto si compia.
Vuol sedersi signore, prego, io starò tutto il giorno seduto. Si sieda pure.
Grazie. Grazie mille. Ma lo sa che io quando ero giovane….

Miracolo casuale. Miracolo anticipato. Miracolo indotto, ma pur sempre miracolo.