Guida pratica per affrontare le feste del Roll Over Beethoven


Avvertenze: questo articolo segue i canoni stilistici imposti da Vice. Lo scroll del vostro device vi presenterà perciò un articolo molto lungo, forse divertente, tendenzialmente inutile.

Nell’ideale comune Milano è molto famosa per le feste.
A qualunque parente racconti della tua vita in questa città, subito dopo il binomio “quando sei arrivato – quando riparti”, scatta tronfia la domanda: ma a Milano vai alle feste?
Rispondere sì implica ulteriori ed evitabili domande; rispondere no acclude ulteriore dispiacere e disappunto. La soluzione corretta è: cincischiare.
Anche perché, allo zio godereccio e post berlusconiano sarebbe impossibile spiegare che andare alle feste, a Milano, è sinonimo di: andare al Roll Over Beethoven.


Preparati: al Roll Over Beethoven son tutti bellissimi.

Sia chiaro, non lo dico per la mia indole paracula, ma perché son tutti oggettivamente bellissimi. Roba che guardandoti in giro dici: madò, ma qui sono tutti bellissimi?
Il buttadentro all’ingresso del locale è il ras che doviziosamente impone questa difficile dittatura estetica. Se non sei bellissimo infatti è difficile che il buttadentro prenda in considerazione la tua esistenza; potrai arrivargli a tre centimetri dall’iride chiedendo spiegazioni sul fatto che sei in coda da 3 settimane, non riuscendo a varcare la soglia d’ingresso. Lui non ti risponderà.
Non sei bellissimo. Quindi non esisti. E non esistendo non potrai entrare.

Siccome però il Roll Over è un posto birichino, anche se sei bruttissimo, le tue speranze non decadranno. Gli sparuti bruttissimi all’interno del Roll Over Beethoven infatti, stridono talmente tanto con tutti i bellissimi che riescono ad assumere un contorno piacevole, eterogeneo. Diventano anche loro dei bellissimi bruttissimi.
E ciò, agli occhi di tutti, è definibile con una sola parola: bellissimo.

Dimostrazione danzereccia di quanto siano tutti bellissimi al Roll Over Beethoven.
nota: se l’immagine qui presente lede la vostra sensibilità o i vostri diritti, avvertitemi prontamente e mi scapicollerò ad eliminarla; non ho euro a sufficienza per sostenere spese legali.


Attento agli apostoli del Roll Over Beethoven
.
Sapientemente dislocati nelle zone più trendy della città, il Roll Over si affida a dei bellissimi e convincenti apostoli che diffondono il suo verbo.
Tramite codesti, non sarà difficile ascoltare sagaci approcci comunicativi di questa portata:
– Ciao roccia, come va? Come stai dopo che aver perso il lavoro? Vieni al Roll Over?
oppure:
– Ciao grande, com’è? Ti sei ripreso dalla departita di tuo zio? Vieni al Roll Over?
Non chiamateli PR però. Potrebbero inalberarsi. Il Roll Over è LA festa e non ha bisogno mica di chicchessia che gli faccia pubblicità.


L’importante è che tu, in qualunque modo, ci sia
.
Sarebbe difficile spiegare al nostro zio, ormai metafora di una pasoliniana voglia di conoscenza, anche il friccicore dei venerdì sera. Quella smania taciuta e visibile nel provare a partecipare al Roll Over Beethoven.
Crederebbe, il nostro zio, che pur di assecondare questo friccicore, la gente è disposta a spingersi in comportamenti che hanno dell’irrazionale, tra cui:

  • affidarsi alle preghiere del Signore Gesù prima di affrontare una coda (che senza l’aiuto del buttadentro di cui sopra) è stimata sulle 3 settimane?
  • affrontare nuovamente la stessa coda all’ingresso, anche per riuscire a bere una Cedrata Tassoni?
  • indossare cappelli a falda equatoriale, in primavera-inverno, o da scuola calcio anni 90, in invenrno, che ostruiscono la normale deambulazione?

Ve lo dico io che lo conosco. No. Non ci crederebbe.

Dimostrazione pratica di quanto al Roll Over Beethoven talvolta sia difficile respirare


Cerca di rendere questa esperienza
eterna”.

Una volta superato lo scoglio dell’ingresso, è fondamentale godersi il momento.
Due, gli step fondamentali per riuscire in questa impresa:

    • cerca le ragazze con la macchina fotografica

In queste serate, delle ragazze (tendenzialmente bellissime) si aggirano con delle macchine fotografiche da quattro chili e un quarto. Una volta inserito il tuo volto nella loro memory card, il godimento potrebbe rivelarsi eterno. Ed etereo. Un post su Facebook e un tag appropriato, permetterebbero di ricordare per sempre quella che è stata la serata mediocre più bella degli ultimi otto mesi.
Non pensate sia così facile però. Ricordate che per destare l’attenzione delle ragazze con la macchina fotografica, è importante avere dei requisiti standard: baffi molto lunghi; tagli di capelli con rasature a muzzo, canotte e scarpe da scoglio con il tacco. Oltre a cento chili di tatuaggi, ca va sans dire.
Onta: l’esclusione dalla gallery di Facebook.

Dimostrazione di soglie minime di inchiostro per accedere nella gallery delle ragazze con la macchina fotografica

p.s. se l’immagine qui presente lede la vostra sensibilità o i vostri diritti, avvertitemi prontamente e mi scapicollerò ad eliminarla; non ho euro a sufficienza per sostenere spese legali.

  • immagina di ascoltare una live session di Marvin Gaye su un atollo regalato da Equitalia

Il bello di posti del genere, di cui il Roll Over è il fulgido stendardo, è che durante lo scorrere del tempo non si fa assolutamente nulla. Un nulla autentico. Artistico.
Non essendo bellissimo e vergognandoti di quanto gli altri lo siano: non puoi ballare.
La troppa gente bellissima, in troppo bellissimo e piccolissimo spazio è un impedemento reale nell’effettuare danze che implicano più di un andirivieni di falangi.
Inoltre, bere, a causa di una coda simile solo ad una Tac al Gemelli, è altrimenti arduo.
Quindi, per godere un’esperienza che in realtà non stai riuscendo a vivere, devi scordare di stare ascoltando Ciccio Cicciotti [nome di fantasia] e credere di godere dell’ultimo live di Marvin Gaye (risorto) su un atollo regalato da Equitalia.

Perciò caro zio , tu non crederai possibile che la gente perda così tante calorie per entrare in un posto le cui barriere all’entrata sono il punto forte dell’offerta commerciale. Però è proprio così.
E al di là di quello che tu reputi sensato o meno, al Roll Over questo non fa nè caldo nè freddo. Tutt’al più, lo reputa in un solo modo: bellissimo.

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L’amore ai tempi degli Hipster vol. 9


Il sentirsi partecipe a un qulcosa quanto i cani di Paris Hilton si sentono partecipi alla categoria dei cani.

Gli interrogativi mai risolti su cosa spinge una donna ad indossare (e a comprare) uno stivale, bianco, di pelle.

Quelli che hanno il coraggio di “vedere” Radio Musica Italiana.

Il trolley che mentre cammini ti leva la scarpa; quelli che si fermano a vedere le partite fuori dai pub; la solidarietà in tram tra padri col passeggino; il conciliabolo tra anziani per le indicazioni stradali sul tram.

I portabonghi dei bonghi giganti che hanno sempre delle delle texture africaneggianti.

Il barbiere che muto, verso la fine del taglio del capelli, declina la testa cercando la tua approvazione.

O

Comprendere l’essenza della frase: “c’è un limite a tutto” guardando la Cassa di Risparmio di San Miniato.

I prati verdi incolti che delimitano un palazzo da un altro, in quartieri periferici e pieni di murales inappropriati.

Novi Ligure che in realtà è in Piemonte; quando scegli una marmellata che scopri non piacerti e sei costretto a mangiarla.

Il giusto spaventarsi dinnanzi a un: sarei felice se mi lasciassi in pace, detto da un bambino di anni 2.

Il piedino alzato delle modelle nella cartellonistica estiva di H&M.

O

I cani che cacano il cazzo sui mezzi pubblici con i padroni che sorridono.

La galera immediata per quelli che ti parlano al telefono masticando il chewingum.

Il tratto inconfondibile di quelle persone che crescendo diventeranno i cosiddetti “uomini cantanti”; quegli uomini che ogni 49 secondi si schiariscono la gola con un: “aaaaah aahhh mmmmh mm mmm”.

La fatale espressione: prendo il treno a quest’ora “tanto dormo“.

L’affermazione: ad agosto a New York proprio no, fa troppo caldo; come se in tutta l’Italia meridionale invece si stesse belli freschi.

Il gesto instintivo del guardarsi indietro appena si prendono le scale della metropolitana.