Le ferree convenzioni sociali che seguono alla domanda: come stai?


Vorrei avere la forza
la dannatissima forza
di rispondere
a chi mi chiede come sto:

sto Unamerda.

Ragioni varie
probabilmente sciocche
futili
metereopatiche
transitorie
mi portano a stare Unamerda.

Non posso  dirlo a chiunque però,
mio immaginario amico,
visto che ogni volta
sorge spontanea la domanda:
e come mai?

Io non ho nessuna voglia di spiegarti come mai.
Sto soltanto rispondendo.
Sto Unamerda e basta.
Sto talmente Unamerda che non voglio dirti perchè sto Unamerda.
Potrò stare Unamerda senza dichiararlo alla dogana del pour parler?

Se mi avessi chiesto,
mio amico immaginario,
cosa mangiavo stasera,
ti avrei detto:
pasta o carne o merluzzo.
Senza tue ulteriori domande.
D’altronde si può chiedere come mai qualcuno mangia un merluzzo per cena?

Posso solo mascherare il mio malessere
e diffidare degli “abbastanza” inseriti nelle risposte,
perchè anche quelli portano bastimenti di rogne e domande,
coprendomi di una falsa serenità.
E di merluzzi omertosi.

Come va?
Benissimo!

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Troppo tempo sprecato nella mia vita prima di scoprire le blogger e i blog femminili


5 PRATICI E PERENTORI MOTIVI:

 

1) Justin Bieber: «Anna Frank oggi sarebbe una mia fan»


2) Tra Pier Silvio Berlusconi e Silvia Toffanin aria di crisi, anzi no

 

3) Estetica della scarpa bassa

 

4) Gabry Ponte è amore con Marcellina delle Lollipop

 

e la chicca finale (anche se un pò fuori tema) come premio di consolazione a Franco Marini:

5) Un prete in rete

Un radioso futuro di #sangueemmerda


Con lentissimi e sballottolati spasmi si sta arrivando a capire che la sinistra italiana, tradizionalmente intesa, è una categoria concettuale in via d’estinzione.
Da sempre perdente, fumosa, teorica. Purtroppo da sempre velleitaria ed astratta.
Un opaco collage contenutistico di Primo Maggio e rassegne indipendenti polacche.
Teoricamente meravigliosa. Praticamente inconcludente.
Come una coppia d’attacco Recoba-Vucinic.

L’emergere tellurico dell’ascendente Matteo Renzi, con la sua opera di pulizia dell’apparato gerentocratico della segreteria Pd, sta portando i suoi frutti.
È incerta a tutti, politici compresi, la sorte del primo (anche se di pochi voti) partito d’Italia. Ciò che emerge, netto e inopinabile, è l’evidente terrore del dopo. Del vuoto. Del vuoto del dopo.
– un omaggio a Ghezzi, e alle sue rassegnate rassegne polacche –
Visibile è la paura di un apparato destinato a perdere il potere. Che digrigna i denti, che tira la fune. Che come Anthony Hopkins non vuole lasciare il Bounty.
E tutto questo non a causa ma grazie a Renzi.

C’è una classe dirigente che si sta accorgendo di essere fuori da un mondo che ha vissuto, e del quale ha mangiato i migliori frutti; c’è una classe dirigente cieca, che egoisticamente non si accorge di aver fallito. Ripetutamente. Clamorosamente. Incontrovertibilmente.
C’è un governo che pattina nella merda. Ma lo fa con Rollerblade californiani.

Ci sono uomini e partiti di un Parlamento (che c’è ma che non c’è) che sono in realtà uomini di Partito. Di collegi. Di sezioni. Di logiche di scambio.
Che antepongono il personale al pubblico. Che difendono interessi. Che prendono tempo. Tanto di tempo ce n’è… Tanto le ruote dei Rollerblade si consumino lentamente… Tanto in Italia si sta bene. Si mangia, si scia e c’è il sole.
“Questa è vita disse il cacciavite”.

Negli insulti (tra e del) Pd c’è una speranza e una bozza di una rottura intestina. Di una rottura per certi versi provvidenziale. Dello scollamento e insabbiamento ideologico di quel terzo di italiani che in politica ha sempre perso. In modo quasi orgoglioso.
Ci si accusa e si lotta. Ci si discredita e ci si offende.
Come se la scelta di un Presidente della Repubblica fosse la scelta dei tavoli al matrimonio: quello sì, quello no. Quello a me quello a te. Quello e quell’altro non insieme, che allo scorso matrimonio  hanno litigato…

Matteo Renzi: aiutaci. Aiutaci a smembrare un partito. Aiutaci a smembrare un sistema. Aiutaci a dare una forma politica ad un paese che non vive di valori e proposte, ma di anti e pro Berlusconi.

Perchè saremo sfortunati, tristi e stagisti, ma non dovremmo credere che anche il futuro sarà
#sangueemmerda  

Schizzo_di_sangue

Toglietemi tutto ma non U desàin


In questi giorni Milano appare frenetica. Frizzante. Effervescente. Tutt’altro che naturale. Si percepisce un’aria diversa, simile ai giorni antecedenti al Santo Natale; quei giorni in cui il Demone della Griffe abbraccia sotto le sue spire tutti i cittadini, esortandoli a comprare cose a caso. A differenza del periodo natalizio però, la frenesia e l’hipsteria positiva che si respira in questi giorni viene erogata da un altro agente patogeno: U desàin.

U desàin infatti, è il prestesto con cui:

  • Figoni e figone arrivano da Inculoallalunaland, Michigan U.S.A., per vendere o comprare oggetti che fino al giorno prima scaricavano nell’indifferenziata.
  • Figoni e figone dell’est, estici, – dai, coniamolo sto neologismo – atterrano da Inculoallalunagrad, Moscow RU, e confondono i già confusi abitanti della città: “Ma stanno facendo la settimana della moda o la settimana du desàin?”
  • Turisti e turiste sfatti che vengono da Inculoallalunasan, Osaka JP, ripetono tra loro le fermate della metro, sorridendo più a sproposito di quanto già non sorridano a sproposito.
  • Ragazzi e ragazze, da Inculoallalunazzio, Rozzano Mi, si riversano in strade e in happenings dall’outfit scientifico, con il solo fine morale di: Bere Gratis. A scanso di equivoci, i ragazzi dell’hinterland vengono piacevolemnte accompagnati nell’impresa dai loro coetanei (e non) di tutta Milano (e non). Il fine di questo post non è la discriminazione dei Rozzangeles.
  • Studenti e albergatori affittano posti letto a prezzi faraonici presso Inculoallaluna, sobborgo milanese di gran moda, ancor più cool durante la settimana du desàin.

Perciò, proprio perchè la vita è bella e va vissuta, perchè circumnavighiamo le colonne d’Ercole del postmoderno, perchè quando c’è da bere e da mangiare gratis ritorna in auge la regola dei dolci a un matrimonio – rischio il coma ma non rinuncio – per tutte le categorie qui descritte vige lo stesso principio: U desàin non sanno minimamente cosa sia e dove abiti. E per noi, onestamente, va benissimo comunque.

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Tipico esempio di oggetto-feticcio,  stupendo e inutile, usato come pretesto per gozzovigliare e rubare da bere facendo finta di capire U desàin