Il disagio di un viaggio in treno riassunto in bullet point


1. Nerd molisano galvanizzato da Erasmus in Spagna che da corda a nonnino logorroico che si sente giovane, troppo giovane.

2. Matricola palestrata marchigiana che con cuffie nell’orecchio grida prestazioni fantacalcio: potevamo vincere, ma anche lui, secondo me, farà 5 gol, diobò.

3. Ciaciotta potentina che ripercorre (al telefono con la madre) le trentatrè operazioni – trentatrè – svolte prima di partire. Trentatrè operazioni che ripeterà per filo e per segno (di persona alla madre) una volta ricongiuntesi tra qualche ora.

4. Quelli che in fila, con il treno zeppo, ti dicono: scusi, posso passare?
Passare dove, demente, che io non riesco neanche a sedermi? Dove devi passare che non si cammina? Statti fermo. E zitto. Per favore….

5. La connessione di Trenitalia, che è come Atlantide: una leggenda.

6. Le femmine bone che non si siedono mai accanto a te ma sistematicamente al posto successivo.

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Storie di F.S. 10


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• La cosa che mi incanta dei viaggi in treno è il misunderstanding, ormai consolidato e scontato, tra l’interesse e la maleducazione. La signora campana con la voce roca che viaggia sul mio stesso Barletta-Lecce ha fatto di questo assunto, una regola di vita. Sciorina, commenta e chiede opinioni sulle “sue” vie preferite di Roma o sulla giusta lunghezza dei capelli di Hamsik. Ciò che mi affascina ancora in misura maggiore, è che lei crede sul serio che a chi postula domande, esigendo risposte, interessino i suoi vezzi. E i suoi cazzi.

• La mia vicina di banchetto, dell’affollato Bari Lecce, è salita sul treno. Ha esatto il suo posto. Ha fatto alzare metà carrozza. Si è accorta che aveva sbagliato posto. Ha fatto rialzare tutta la carrozza. Si è seduta accanto a me. Il posto giusto, stavolta. Mi ha guardato supplichevole, lasciandomi intendere di spostare la sua valigia sul posto più alto; dove la valigia, ovviamente, non è entrata. Mi ha detto grazie. E ha detto quasi scocciata:
“Lasciamola qua la valigia. Per ora.
Adesso la valigia vaga nel corridioio. Da sola. Fa avanti e indietro nel corridoio.
Sbatte addosso ai sedili dello scompartimento. Sbeum. E ai passeggeri. Sbeum.
La sua padrona invece, serafica e assonnata, legge il giornale. Accanto a me. Sbeum.

• I treni sono un panopticon ridotto, mostrano ai passeggeri fortunati, la logica intrinseca al pensiero comune. Se si è particolarmente fortunati poi, ogni carrozza mette in luce quanto poco da piccoli si è giocato ai Lego. È estatico vedere signori di mezza età che sudano e imprecano per la valigia che non entra nella “cappelliera”. Una valigia che non entra e che soprattutto non entrerà mai. Nonostante i “Morti toi”, i “Meenaa trasi”, e le sfilate di santi nominati fuori sede.

• La discesa verso il profondo sud della Puglia corrisponde a un progressivo degradare in ulivi e muretti a secco. Un po’ di tempo fa, mentre riprendevo la strada della Pianura Padana con una ragazza ciociara, per consolare il suo buffissimo cattivo umore, le dissi:
Cara, vedi che bei paesaggi che ci sono. Vedi che bei colori…
Ricevendo una risposta che tutt’ora impiego come aneddotica di base:
Aaaddddooo? È tutto bruciato. Dù colori ce stanno. Rosso e marrone. Marrone e rosso. Dòò li vedi sti bei colori?”
Effettivamente aveva ragione. In questo Barletta Lecce è ancora più evidente. Dù colori ce stanno. Eppure è comunque meraviglioso.

• Una nonnina emigrata da Lecce molti anni fa, guarda un albero e dice sua nipote: Marì, so pronte le fiche!
La nipote, corroborata da una vita di lazialità spinta, le risponde: a nò, nun se dicono ste cose.