Perché faccio (Ashtanga) Yoga


Ho iniziato a fare yoga 6 anni fa. Avevo molti più capelli, molta meno barba e lo smart working era più un guilty pleasure che l’attuale: no raga, io 5 giorni a settimana in ufficio mi licenzio e denunzio tutti, ripetutamente, finche non vanno in galera.
Fu Melissa, un’ex collega, che mi disse: Giorgetti, vuoi venire a fare yoga?
Se avessi saputo che dopo 6 anni, il vezzeggiativo del mio nome sarebbe stato il cognome del ministro leghista allo sviluppo economico, avrei… Niente. Non avrei fatto niente.

Della mia prima lezione di Yoga, più di 6 anni fa, ricordo soprattutto una cosa: i culi. Era una shala molto grande, piena di donne, con una quantità di sederi e donne suadenti che facevano movimenti strani. Non ero onestamente pronto. C’erano luci soffuse e musica lounge. Ad ogni lezione mi aspettavo che Tinto Brass venisse fuori da una stanza e dicesse: Stoooooop. Ok belline. Per oggi va bene così. Domattina si attacca alle 8:30.
Questo non è mai accaduto, purtroppo.
Ho praticato in questa shala soft hard per qualche mese, dopo di che ho iniziato a fare Ashatanga Yoga.

Posso dire che la pratica dell’Ashtanga yoga, in questi 6 anni, mi ha letteralmente cambiato la vita, in meglio e mi piacerebbe spiegare il perchè.
Inizio col dire questa cosa: a parte amare i miei cari e la Juventus non c’è niente in cui sono stato così costante, come l’Ashtanga, per così tanto tempo. Ho avuto un approccio lento alla disciplina. Ho indugiato per parecchio tempo nelle lezioni guidate approdando tardi al Mysore. Ho messo in discussione, spesso, la pratica. In uno dei miei primi ritiri con Mario (forse l’unico) in un paesino sperduto sotto le Dolomiti, a pranzo, dopo la pratica, in un mare di infusi e tisane al bergamotto chiedevo dei grappini, con gli altri compagni di pratica che con occhi allibiti mi invitavano gentilmente a prendere fuoco.
Poi però ho iniziato ad abbandonarmi all’Ashtanga. Anzi, come dicono quelli bravi su Linkedin, sono stato perseverante.  

Volendo tralasciare i benefici fisici della pratica, perché scontati, l’altra cosa per cui ogni giorno ringrazio questa pratica è la possibilità di mantenere la concentrazione. Essere messi a tu per tu con  un tappettino, (provare) a non avere stimoli esterni, in questi tempi moderni, è qualcosa di impagabile. Contro il flusso dei pensieri non sempre si vince. Anzi, spesso si perde. A volte infatti, al primo saluto al sole prefiguri la riunione delle 10:00,  invece di prendere i banda pensi a a che ora prendere tuo figlio dal nido, o dopo Supta Kurmasana ripassi il numero dell’impresa edile da chiamare per tornare in chaturanga. Quando però riesci ad astrarti e a concentrarti sulle asana e sul respiro, solo sulle analisi e sul respiro, a fine pratica sei indistruttibile. Puoi affrontare di tutto, dalle avversità giornaliere alle riunioni condominiali
.
Infine , l’altra cosa per cui ringrazio lo yoga è l’importanza che assegna alla figura del maestro. Forse si fa meno caso, in quest’era di tutorial e sedicenti guru di cosa sia davvero un maestro. Attraverso la sua esperienza, il maestro ti guida, ti aiuta, ti consiglia, decide cosa farti fare e con che tempi. Al maestro ci si affida, confrontandosi, a volte facendosi consolare, ma il maestro rimane il tuo faro. È questo infatti che i miei maestri, Pinuccia (insieme a Mario, Nadia, Sandra, Lella, Laura, Jacopo e Gabriele) sono stati per me in questi anni: dei fari.

È per questo che ringrazio l’Ashtanga yoga e i miei maestri. Per aiutarmi ad essere costante, per farmi stare bene, per imparare ad essere guidato e consigliato; per dovere di cronaca dovrei ringraziarli anche per tutte le volte che mi hanno spronato a fare di più e per tutte le volte che mi hanno messo le mani sulla schiena anche quando sembrava il lago di Garda.

Concludo quindi come ho iniziato, con un inizio. Ho capito che questa pratica faceva al caso mio quando ho partecipato al primo seminario di Lino MIele, il maestro dei miei maestri. Era una classe guidata per principianti plebei. Io avevo da poco abbandonato la shala soft hard e mi aspettavo da questa nuova scuola, rigorosa e radicale, una scuola dove addirittura chiamavano le posture in sanscrito, un maestro analogo, iconicamente yogico, vagamente sanscrito.
Lino entrò quatto quatto in sala, con un passo felpato, salutò tutti e inizio a parlare:
“Molti di voi se chiedono che cos’è lo yoga. Bene! C’avete presente le sale co à musica, co è luci soffuse, le sale dove non riesci a sentì er respiro. Beh, tutto quel casino non è yoga. Dovete respirà. Dovete imparà a respirà e santivvè. Quello è lo yoga”.
 

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