L’amore ai tempi degli Hipster vol. 13


Ecuadoriani (o ecuadoregni?) che si sfondano di alcol (o alcool?) ascoltando reggaeton da casse portatili.

Quei bambini che a 15 anni non vedono l’ora di dimostrarne 38.

I canti dei ragazzi delle azione cattoliche sulle bellezze di Gesù Cristo.

La cabina di regia; la scoperta quando sei in ferie, di una categoria temporale reclusa ai lavoratori d’ufficio: il pomeriggio; quelli con la sciarpa, d’estate, con 45 gradi.

I film di mazzate dove vanno tutti quanti contro il più forte ed invincibile, però uno alla volta

La grama è prevedibile età della vita in cui si passa più tempo a pettinarsi la barba che i capelli.

L’ansia di dover mangiare pizza con i napoletani.

L’importanza del doversi addormentare prima che passi il camion della nettezza urbana.

Lo spaventapasseri, sempre sottovalutato, vista la sua maestria nello spaventare anche i merli e le cornacchie.

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I trentacinquenni con la dicitura “studente presso” su Linkedin; I dj di quarant’anni che suonano ai post happy-hour. gli ottantenni che camminano mano a mano.

Quelli che invece di leggere Garcia Marquez leggono la Bibbia; l’immoralità dello jogurt dopo pranzo; le magliette di certe donne, comprate in base ai tatuaggi da esibire.

La prevalenza degli artisti che sono tali perché possono permetterselo.

La cinica tentazione di aggiungere sul cartellone “HO FAME” dei mendicanti: e vai dal cane.

Le tratte sfigate in promozione delle compagnie aeree: tipo Brindisi-Perugia.

Le magliette un po’ sollevate sulle pance, per strada, a causa del caldo. I porta spiccioli dei tassisti; le pubblicità dei materassi un pò porno.

I ragazzi giovani con i corpi sfatti.

La puzza di fumo, ancor più terribile quando raffreddato.

Una cantilena dalla glottide impastata, l’onta che pagano le donne sarde per la loro eccessiva bellezza.

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L’abnormità dei piatti di pasta: metro di paragone dell’affetto nei tuoi confronti delle addette alla mensa.

L’estasi del sudore provocato dal paracetamolo quando sei malato.

Quella categoria di persone che durante un viaggio in pullman mangia incessantemente e senza sosta; quella categoria di batteristi che canta con la bocca aperta; la differenza tra prima e seconda punta.

L’ambaradan, con la m o con la n?

Il campeggio; le delusioni delle notifiche di linkedin; il seminterrato che in realtà non è semi ma quasi sempre tutto interrato.

I supermercati, il lunedì, alle 8 di sera; l’inclemenza dei krauti; la moneta da 50 centesimi, più grossa della moneta da 1 euro.

Le blogger, le food blogger, le fashion blogger.

L’attitudine al saluto (nascosta) dei cinesi negli ascensori.

I genitori che intimano ai figli, in spazi aperti e immensi: non correre.

Il vero dramma moderno: le mamme che non danno mazzate ai figli che gridano nei mezzi pubblici

Un brano per chi sa che l’inverno sta arrivando ma che per ora si gode questo sprezzante autunno.

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Il pizzaiolo egiziano pasticcione e le fondamenta di una nuova Italia


Nur è un pizzaiolo. È un piazzaiolo pasticcione a voler essere precisi. Tanto le sue pizze son gustose, tanto lui fa i popocchi. Ha un telefono a muro anni ’60, a voler essere ottimisti, dal quale si presenta ai suoi potenziali avventori con un riconoscibilissimo: “Piiiiiiiiizzaaaaaaaa“.
Nur è un pizzaiolo pasticcione, egiziano. È in italia da una ventina d’anni, e negli strascichi delle vocali o negli intercambi fonetici tra un argomento e un altro mostra con orgoglio le sue origini lessicali e geografiche.

Ieri da Nur, il pizzaiolo pasticcione egiziano, c’era anche suo figlio. Piccino e dalla faccia sveglia, dava fastidio a tutti i clienti, chiedendo se volessero giocare a pallone con lui. Incassato il sì o no dagli stessi, iniziava a dare fastidio al padre. Toccava gli attrezzi, gli ingredienti, il forno. Il perfetto manuale del bambino cacacazzo. Nel mentre suo padre lo sgridava. Lo ammoniva. Gli intimava obblighi e divieti (del buon pizzaiolo pasticcione). Lui, da par sua, se ne fotteva bellamente.
Mentre Nur a fatica, non coadiuvato dal suo vice Aiman ( da pronunciare nella stessa maniera di “Pizza”, quindi “Aimaaaaaan“) faceva appetitose pizze pasticcione cercando di sbagliare più ingredienti possibili, suo figlio emulava freudianamente il padre e preparava pizze pasticcione mignon, cantando.

Per distrarlo ed evitare che il bambino entrasse nel forno, ad un certo punto Nur ha chiesto a suo figlio di farmi sentire per che squadra tenesse. Al che Nurrino ha distolto lo sguardo da un’improbabile Margherita con olive, sua nuova creazione, e mi ha detto con occhi eccitati:
– Io sono dell’Inter. E dell’Italia. Io tifo Inter e Italia– ponendo enfasi sulla seconda squadra del suo cuoricino da pizzaiolo in erba.
Forse per i troppi film francesi visti in rassegna o perché ho fatto Scienze Politiche, nel vedere la faccia gioiosa di Nurrino che tifava per l’Italia, io mi sono quasi commosso. Oggi, a Nurrino, dell’Egitto non gliene importa una minchietta. Anche se la legge non può riconoscerlo, Nurrino è italiano e tifa Italia (e Inter, purtroppo).

E ho dovuto nascondere il volto in un Tuttosport stagionato, quando Nurrino ha ripreso a cantare Fabri Fibra:
– Pronti, partenza, via. Si va con Mario Monti, pronti, si va con Mario Monti e via.
Nurrino è talmente italiano che a cinque anni canta Fabri Fibra e tifa Inter. Due amori discutibili ma incontrovertibilmente italiani.
Basta poco a renderti felice in una sala d’aspetto di una pizzeria. Nonostante l’Inter. E Fabri Fibra.
Dedico questo post a Calderoli e Cècile Kyenge; agli abitanti delle contrade di Siena che aspettano il palio per darsi le botte; a quelli che gli zingari rubano ma c’hanno il Mercedes; a chi è andato a Napoli e non è mai morto. A tutto il mondo che giustamente è paese, ma che dovrebbe aspirare a diventare mondo.

So càmon càmon du d locomoscion uit mì