Il nuovo dramma estetico contemporaneo: IL CAPPELLO SCUOLA CALCIO ANNI ’90


tratto dal mio libro in cerca di un temerario editore…

 

Doveva essere il 1999, faceva freddo e il mister era pronto ad accompagnarci a casa.
Eravamo rimasti io, Delorenzi e Andriana, tutti e tre abitanti della zona storica della città, tutti e tre ad aspettare Nando, il Mister.
Andate in macchina, non accendetela, e aspettatemi: mò vengo.
Andammo in macchina, non l’accendemmo, io e Andriana, perche Delorenzi, il più birba dei tre, si azzardò.
La macchina fece il classico singhiozzo che fanno fare i pivelli che non sanno guidare.
Ci spaventammo tutti e tre.
Delorenzi non ci provò più.

Faceva freddo fuori. Faceva caldo in macchina.
Usciamo fuori, facciamo due palleggi, disse Delorenzi, il più birba. Nando, il Mister, non arrivava.
Finimmo i palleggi, iniziammo a farci i dispetti. A farci gli “sgamessi”, a rubarci le scarpe, a darci un po’ di botte, così, per diletto.
Ci rubammo i cappelli della scuola calcio. Quelli di lana. Da pescatore. Con tessuti improbabili e con loghi grossi quanto camerieri. Li lanciavamo da un capo all’altro della strada, facendoli cadere spesso per terra, prendendoli spesso a calci, scambiandoli per palloni. Facemmo in sostanza con i nostri cappelli “la mezzoretta.”

Tornai a casa scortato da Nando, il Mister. Molto felice, molto sporco e molto sudato.
Salendo le scale mia madre mi vide senza cappello.
Perché non hai il cappello?
Perché se no mi facevano “la mezzoretta”
Chi?
Andriana e Delorenzi.
Uh signore… “la mezzoretta” mò lo dico a tuo padre. Uh signore… Mò lo dico a tuo padre.
Tua madre mi ha detto che ti stavano facendo “la mezzoretta”. Che cos’è “la mezzoretta”?
Niente. Rubavamo un cappello e ce lo lanciavamo.
Chi?
Dipende. Io e Andriana a Delorenzi; Delorenzi e Andriana a me; io e Delorenzi ad Andriana…
Ho capito. Ho capito. Per questo non ce l’hai adesso addosso?
Esatto.
Sei sudato però. Te lo dovevi mettere…
Se me lo mettevo mi facevano “la mezzoretta”. Ce l‘ho in tasca, vedi?

Son passati quindici anni da quella sera de “la mezzoretta”
Andriana è diventato un muratore.
Delorenzi è diventato un calciatore, e tra i tre, probabilmente, è sempre il più birba.
Chissà se anche loro, in quella fredda sera del 1999, si immaginavano che il cappello scuola calcio, quel cappello brutto, di lana, da pescatore, sarebbe diventato un accessorio indispensabile.
Già da un anno
quel cappello scuola calcio, brutto, di lana, da pescatore, adesso in testa ce l’hanno tutti. Cioè, ma non tutti a scherzare. Tutti tutti veramente.
Il cappello scuola calcio anni ‘90, è addosso ai più fighi, alle più fighe, all’aperto, e inspiegabilmente, al chiuso.
Se vai a bere, in testa, nel locale hanno tutti il cappello scuola calcio anni ’90.
Se vai a ballare, in testa, hanno tutti il cappello scuola calcio anni ’90.
Non importa che fa caldo. Non importa che si suda. Magari stai in canotta, ma in testa c’è lui: il cappello scuola calcio anni ’90.
La tragicità della vita, non solo ha imposto questa moda, ma ha fatto di tutto per imporla colorata.
Tutti,
le fighe e i fighi,
ovunque,
al chiuso e all’aperto,
hanno i cappelli scuola calcio anni ’90,
brutti,
di lana,
da pescatore:
per giunta colorati.

Anche Andriana e Delorenzi, adesso, mentre scrivo di questo dramma sociale sottovalutato, avranno in testa il cappello scuola calcio anni ’90.

Vorrei parlarne con loro, con Andriana e Delorenzi. Ma anche con Nando, il Mister…
Facendomi spiegare se è una cosa normale. Facendomi mostrare il colore del cappello, che adesso, portano in testa. Perché io non mi rassegno.
Quindici anni dopo, tanti capelli in meno e tanti cappelli in più, io non lo capisco.

Vorrei parlarne con loro. Neanche per troppo tempo.
Solo per un po’.
Giusto, una mezzoretta…

Postilla: essendo il web un nonluogo accidioso, è bene specificare che questo sito non ha nulla contro i pescatori e il loro abbigliamento, bensì prova per questa categoria grandi dosi di stima e affetto.

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