20 anni a Milano – Beverage


L’ultima volta che sono andato a bere a Milano il barman ha agitato lo shacker in aria per un tempo infinito. Cosa aveva da sciogliere all’interno dello shacker? Quale liquido necessita di oltre due minuti di erculea agitazione per essere potabile? Stava sgrassando la cicuta di Socrate? Era un Cicuta Sour? Lo faceva per mostrare i bicipiti allenati? O i bicipiti erano così rotondi per quell’inesauribile schackerio? Se avessi preso anche io lo stesso cocktail gli avrei provocato del dolore fisico, per l’ulteriore schakerio, o del gaudio, per l’ulteriore vetrina concessa ai suoi bicipiti sodi e rotondi? Come faceva a sopravvivere, tutta la serata, a quel rumore molesto e incessante di cubetti che si sgretolano? Come faceva a sentire cosa diceva la gente con quei ghiaccetti che si spiaccicano in continuazione sul metallo dello shacker?
– E tu invece cosa bevi?
– Un Gin Tonic. Un Gin Tonic per cortesia. Bello, semplice semplice.
– Ma vuoi la variant…
– Un Gin Tonic, per carità del Signore. Un Gin Tonic.
Basta a muovere le braccia Bro. Placati. Basta! Poi domani non puoi prendere in braccio tua figlia e dai la colpa al mio drink, dici che è stato l’ennesimo cocktail preparato in modo kalistenico che ti ha fatto venire il colpo della strega. Qual è l’anno in cui a Milano i cocktail kalistenici hanno preso il sopravvento? Da quando, per fare un cocktail è obbligatorio fare il Meneito? In tutta onestà, non so rispondere a nessuna delle domande precedenti.
Quando sono arrivato a Milano, vent’anni fa, bere e il concetto di bere, il metabere, se così possiamo definirlo, era parecchio diverso.

Nei primi anni a Milano il concetto di bere voleva dire comprare parecchie birre all’Esselunga e fare il tocco alla birra. Sempre per restare in zona luppolo, eventualmente, voleva dire andare alla Fontanelle, locale all’inizio dei Navigli di cui non conosco l’attuale stato di salute. Alle Fontanelle si beveva la birra in dei contenitori abnormi. Si prendevano quantità di birre fuori dalle misure convenzionali. A noi sembrava un qualcosa di esotico e irrazionale. Ricordo sempre che il background culturale ed esperienziale era Barletta, che non ha la stessa cultura etilica dell’Alta Baviera.
Non frequentavamo locali pettinati, perché anche questi, ovviamente, non ce li potevamo permettere. O meglio, rettifico, ce li saremmo anche potuti permettere, ma poi avremmo dovuto mangiare pasta col pesto senza pesto, quindi pesto col pesto. Tipo l’Eros degli anni duemila di Fuoco nel fuoco. Pesto nel pesto.

Quando invece la mia capacità di spesa nella città è aumentata, i miei venerdì sera sono iniziati a tingersi di alcool. Il tempio dove, festosi, inneggiavamo al Dio Bacco e tutti i suoi compari, per parecchi anni è stato il “Tango“. Il Tango era un locale sui navigli con bottiglie di alcolici terrazzate e un lungo bancone in legno scuro. Il tango era quel locale che faceva un po’ casa. Un luogo sicuro dove sapevi che avresti trovato sempre qualche amico e qualche fornitore di sostanze stupefacenti borghesemente impeccabile e intaccabile. Noi avevamo fatto del tango il punto di ritrovo scontato. Ci vediamo al Tango. Il Tango, per restare musicali, era il “Mario” di Certe notti del Liga. Non a caso, a causa di questa generale ineluttabilità di intenti che ci faceva convogliare sui tavolini verdi all’esterno del locale, almeno due rette universitarie al figlio del proprietario, gliele abbiamo pagate noi. Comode comode proprio.
Accanto al Tango c’era (forse c’è) un kebabbaro coopto egiziano dal nome programmatico: Abramo. Ad Abramo voglio un bene inusitato perché quando passo di là, raramente ormai, mi abbraccia e mi offre una Coca Cola o dell’acqua frizzante, in memoria dei vecchi tempi. Abramo mi ha sempre adorato, non ho idea del perché. È sicuramente una delle persone insieme a mia nonna e al messo del negozio dei miei zii, che mi ha voluto più bene in assoluto. Quando ero al Tango era un profluvio di: Ciao Signor Jorjo. Come stai Signor Jorjo? Vuoi qualcosa da bere Signor Jorgo? E questo accadeva più o meno giornalmente, visto che io stazionavo al Tango più o meno giornalmente. Ma soprattutto, stimavo e stimo Abramo per la quantità di prole che sfornava senza sosta. Ogni stagione c’era un figlio nuovo o già sfornato o in preparazione. Al momento credo si sia fermato a quattro.
 Il Tango ha chiuso qualche anno fa. Vederlo chiudere è stata una cesura generazionale. E a differenza di Mario del Liga, il Tango non ha riaperto, prima o poi. Cosa penserà la gente dei miei gusti musicali, dopo le citazioni di Ramazzotti e Ligabue, uno dietro all’altra, non lo so. Ho anche paura di saperlo.

Chi invece a Milano c’è da vent’anni e probabilmente resterà intatto e vigoroso per altri venti è il Mom. Il Mom è una birreria in Porta Romana, accanto cui, per anni, si è ritrovata una movida sfrenata. Non mi riferisco a una normale movida. A un normale assembramento di giovani in un dato punto della città, che causa i normali disagi alla circolazione e ai residenti. Parlo di una movida caotica, irrefrenabile, caciarona, danzereccia, vitale e indomabile. Questa movida impetuosa, (mi manca un solo aggettivo per superare il record di aggettivi per paragrafo di Salvini) vedeva il suo apice il giovedì. Non so per quale ragione, ma esattamente il giovedì sera, i giardinetti accanto al Mom producevano lo stesso grado di fumo e trambusto sonoro di Jamaa el Fna, a Marrakech. A differenza di adesso, i giardinetti non avevano alcun tipo di recinzione e venivano presi d’assalto da quasi tutte le categorie sociali, ad accezione dei residenti, giustamente esasperati. Ora che sto diventando vecchio, che sto iniziando ad apprezzare il silenzio, la quiete dei borghi e la campagna, mi chiedo come i residenti della zona abbiano potuto sopportare per così tanto tempo un baccano così focoso. Me lo chiedo, anche se per dovere di cronaca, lo so. Lo so perché per anni invece io ho abitato davanti al primo (e indimenticato) Rocket.

Il Rocket era un club, in Via Pezzotti, lungo e stretto, con una sala da ballo alla fine del locale. Sui muri della sala troneggiava la scritta: Vietato Ballare. Al di là del magnifico gusto dada e delle programmazioni musicali notevolissime, un giorno a settimana, il martedì, in via Pezzotti non si dormiva fino alle 2. La mia camera da letto era dall’altro lato della strada, io perciò ero parzialmente salvo dal baccano allucinante. Se qualche condomino della zona però, esasperato, avesse lanciato dei pomodori pelati sulla folla rumorosa fuori dal locale, io avrei solidarizzato con lui. Da quando il Rocket ha chiuso parecchi residenti hanno migliorato la loro qualità di vita, e soprattutto, hanno ripreso a dormire.

Dove c’era il Tango adesso c’è un altro locale. Non so neanche come si chiama. Non ho ancora superato il trauma.
Dove c’era il Mom adesso c’è sempre il Mom. Il giovedì però non sembra più di stare a Marrakech. Al massimo sembra Palermo.
Dove c’era il Rocket adesso c’è la sede della Camera di Commercio della Repubblica Dominicana.

Sarà l’età ma io ormai bevo molto meno e ormai, quando bevo, mi dispiaccio per le braccia dei baristi costretti a servire cocktails kalistenici.

20 anni a Milano – Food


Come ormai si è capito, una delle prime cose pratiche da dover affrontare nella nuova città era come e dove mangiare. Catalogatomi come inetto e ai primi rudimenti di cucina, non appena si poteva, mi rifugiavo in dei porti sicuri. Uno dei nostri porti sicuri era la trattoria da Gisella. Gisella era una di quelle trattorie di quartiere dove con dieci euro mangiavi: primo, secondo, contorno e caffè. Sul serio però. Le porzioni erano da operai specializzati, porzioni da chi si sveglia alle cinque del mattino e alle undici mangerebbe qualche suo parente a caso. Non a caso infatti, a volte, dopo la prima portata, bisognava chiedere pietà. Io, noi, difficilmente avevamo pietà, anzi, se fosse avanzato qualcosa dai piatti altrui l’avremmo rubato. Con nonchalance e grazia, ovviamente. Eravamo senza una lira, affamati e con un appetito che avrebbe triturato anche la retorica di Vannacci. Ero a una distanza siderale dal mio attuale quasi vegeterarianesimo, del poco alcol e solo nel weekend e dalla pasta serale vista come un affronto al sacro metabolismo. Mangiavamo anche le pietre. E con gusto.

Una domenica di primavera, ad esempio, eravamo certi di aver cucinato dei tortellini in brodo, ma ci accorgemmo solo una volta a tavola, col primo boccone già ingerito, che la polvere rossastra buttata nell’acqua non era brodo liofilizzato bensì peperoncino. La cosa particolarmente interessante è che non solo mangiammo tutti i tortellini ma due degli astanti al tavolo si contesero i quattro tortellini che l’altro commensale aveva lasciato nel piatto (dopo aver raggiunto un grado di temperatura corporea superiore alla Death Valley a mezzogiorno).

Una delle tappe fisse, di domenica sera tendenzialmente, era il kebab. Non voglio aprire adesso l’annosa questione del panino vs piadina, del “con o senza cipolla”, del “con o senza piccante”, della pronuncia kebab con la “b” o con la “p” finale. Ho visto solide amicizie sgretolarsi per molto meno. Soprattutto, era frequente avere amici o commensali che riuscivano a sopravvivere indenni alla notte dopo aver mangiato pizze kebap. Se io adesso mangiassi una pizza kebab dovrebbero ricoverami in neurologia.
 
Sempre per restare in tema specialità meneghine, a Milano, vent’anni fa, mangiai il mio primo sushi, in via Pomponazzi. Anche qui, eravamo talmente poco avvezzi all’asiatico che decisi di mangiare una pallozza di wasabi in un sol boccone. Fu U., il mio astuto coinquilino a esortarmi a farlo, ridendo fino allo svenimento nel vedermi violaceo dopo aver ingerito il boccone. Oppure Marco, che tra una portata e l’altra chiese, per favore, un po’ di pane da accompagnare al Sashimi. O i miei stessi genitori, anche loro poco avvezzi alle interazioni con il cibo asiatico e nipponico; con mio padre e la sua proverbiale pazienza, che dopo tre tentavi falliti nel prendere il cibo, scaraventò sul tavolo le bacchette gridando: “come si usano ste cazzo di bacchetteeeeee”.

Ad ogni modo, oltre ai due piatti sacri della tradizione milanese, sushi e kebab, sicuramente Milano era piena di ristorantini carini, come lo è adesso. Io però non li conoscevo e di conseguenza, non ci andavo.

Adesso invece, dove c’era Gisella c’è un negozio che vende prodotti per ufficio. Come faccia a campare, onestamente non mi è chiaro.  
Dove c’era il Kebab in via Meda, adesso, c’è lo stesso Kebab, con sempre lo stesso gestore. Solo loro, sono stati in carica più a lungo dell’ultimo governo Meloni.
Al posto del Sushi in via Pomponazzi c’è un bar/libreria.

Intanto, il cibo è diventato food. A volte il food è anche porn. Se prima lo chiamavi fast, adesso, a volte, è dopo truck. Si fanno molto spesso brunch. Si bevono parecchi macha. Si tende spesso a essere green. Eventualmente anche veg. Nel dubbio, a volte, gluten free. Si paga molto il cibo Thai e il tutto deve sempre essere wow.

Della serie, vent’anni fa non stavamo messi bene. Adesso però, forse, non siamo messi meglio.

20 anni a Milano – La Iulm


Il primo impatto che ebbi con la Iulm, ancor prima di conoscere il corpo docenti fu con il suo edificio e posso dire che fu positivamente devastante. Dei palazzi così belli, così puliti, con così tante scale mobili io non li avevo mai visti. Si ricordi che io venivo da Barletta, che non era di certo Nairobi ma neanche Los Angeles.
(Un saluto, ovviamente, agli amici di Nairobi e agli amici di Los Angeles.)
L’impatto economico invece che, in questo caso i miei genitori, ebbero con la Iulm, fu altrettanto devastante, temo. Me ne resi conto quando il giorno dell’immatricolazione vidi uscire entrambi, dagli uffici amministrativi dell’università, con delle macchie rossastre all’altezza dei reni.
– Cosa avete là?- chiesi in maniera un pò naif.
– Ma niente… – risposero entrambi – Avevamo finito il blocchetto degli assegni e abbiamo pensato di dare due reni in pegno. Ne abbiamo dato uno io e uno tua madre. Così, in caso, ne abbiamo ancora qualcuno per l’università di tuo fratello o di tua sorella.
(Un saluto, ovviamente, anche ai reni di mio padre e di mia madre.)

A parte gli scherzi, il pagamento della retta del primo anno fu economicamente impegnativo soltanto perché uno dei miei zii decise di cambiare residenza ed entrare nel nostro nucleo familiare (e nel nostro Isee). Il fine era risultare residente vicino la parrocchia, di fronte a casa nostra, dove si sarebbe voluto sposare. Il trick gli riuscì abbastanza bene. Riuscì effettivamente a sposarsi nella parrocchia prescelta e i miei genitori, nonostante fossero diventati mono-rene, riuscirono a prendere parte alla cerimonia.
(Un saluto ovviamente anche a mio zio e alla parrocchia prescelta).

La Iulm, dicevamo, era un posto fatato. Per un ragazzetto della provincia pugliese era un Luna Park estatico. C’erano troppi stimoli che non ero abituato a processare. C’erano le ragazze. Una marea di ragazze. Ragazze di tutte le regioni, di tutte le nazionalità, di tutti gli accenti, di tutti i laghi, di tutti i luoghi. Non ho dubbi che su alcune di queste, io e i miei amici terroncelli, destavamo la stessa impressione che i Nani facevano agli Elfi quando accidentalmente si incrociavano nella Terra di Mezzo. Tra una lezione e l’altra, alcune di queste figure angeliche ci parlavano di weekend in Toscana e di gite in montagna. Noi ascoltavamo e basta, non potendo invece raccontare nulla dei nostri weekend. Al massimo eravamo stati in Viale Toscana, all’MD.
Quando ogni tanto riuscivamo a farci guardare, queste figure elfiche ci guardavano con tenerezza, con affetto, come un proprietario terriero fa con il gestore del suo maneggio. Tra tutte queste ricordo Noemi. Era una ragazza siciliana dagli occhi chiari. Ci innamorammo tutti di lei, più o meno nello stesso minuto in cui la vedemmo per la prima volta. Non era particolarmente ricca, né eccessivamente snob. Era soltanto eterea e angelica. A metà della triennale sparì, quasi senza lasciare traccia di sé. Per anni tutti l’abbiamo cercata su tutti i social, cercando di capire dove e come stesse. Nessuno l’ha mai più trovata.

Oltre le ragazze c’erano i ragazzi, come è ovvio che sia, altrimenti la Iulm sarebbe stata “Non è la Rai”.
Uno dei ragazzi che più avrebbe segnato l’immaginario degli iscritti della mia generazione fu Perimetro. Perimetro non era uno studente. O forse lo era ma di sicuro non aveva la nostra età. Era molto più grande di noi. Si chiamava così perché ogni giorno, dalle 18:00 in poi, arrivava al terzo piano, leggeva i suoi libri e iniziava a percorrere l’intera planimetria del terzo piano, facendo dei giri sistemici attorno al ballatoio rettangolare del piano. Era un movimento continuo, instancabile, quasi in trance, fatto tra l’altro con un libro in mano. Nessuno sapeva chi fosse, nessuno sapeva come si chiamasse, a parte le guardie immagino, eppure era un complemento d’arredo, in movimento, dell’università.

C’era anche Michigan, oltre a Perimetro, che ha riempito interi bancali di racconti.
Michigan si chiamava così perché dopo una partita di calcetto sostenne che qualcuno gli avesse rubato la felpa del Michigan, regalata da un suo zio, del Michigan appunto, a cui lui teneva molto. Non era nostra abitudine rubare felpe del Michigan, cercammo di spiegarglielo in tutti i dialetti, ma lui non volle sentire ragioni e da lì, per un’ora intera, proruppe con un lamento in abruzzese: la mi felpa dè Michigan. La mi felpa dè Michigan. Diciamo che il soprannome se lo scelse da solo.
Che Michigan sarebbe stato indiscusso protagonista del triennio lo capimmo il primo giorno, quando alla prima lezione in assoluto, del primo corso in assoluto, al primo banco in assoluto prese posto, in ritardo, vestito con: abito bianco, maglietta nera e diamantino all’orecchio dalla grandezza di un motoscafo. Bastarono poche settimane di frequentazione per vivere la sua trasformazione da idolo delle folle a meme vivente (nonostante i meme non esistessero ancora). Accadde quella notte in cui decise di portarsi una televisione marroncina, con tubo catodico, di una cinquantina di chili, in braccio, dalle Colonne a Famagosta.
Lui, proprio lui, il nostro Michigan, il giorno dopo, ci disse che purtroppo però la televisione non funzionava. Coincidenze? Io non credo. cit.
 
C’è un’espressione che in ambito aziendale si usa molto. Di solito, verso la fine dei workshop, quando il relatore ha mostrato l’ultima slide mostra i “So What“. Di solito, quando sa che nelle riunioni ci sono parecchi C.Level, anche per legittimare il loro utilizzo del telefono entro i tre minuti e mezzo, questi “So What” vengono mostrati all’inizio.  Che sia all’inizio o alla fine però, solitamente, il relatore dice con fare sornione, mostrando la slide dei “So What”: Cosa ci portiamo a casa? È un’espressione bizzarra, che spesso mi fa sorridere, immaginando me che porto a mio figlio e mia figlia sei distinte Personas per degli ipotetici User Journey. O che torno a casa e dico: Amore, oggi ho portato un po’ di Awareness. È fresca fresca. L’ho presa grazie al budget di HeadQuarter. Sorrido perché questi sarebbero alcuni dei So What che potrei portarmi a casa, dopo una riunione.  

Se dovessi tirare una somma della Iulm, dei tre anni passati alla Iulm invece, oltre a professori e lezioni incredibili, quello che mi sono portato casa sono stati gli amici di una vita. Tre, dei miei attuali e migliori amici, li ho conosciuti proprio lì, alla Iulm. Sono stati loro i miei “So What”.
Quegli amici che in caso di bisogno, come per la televisione di Michigan, trasporteresti in braccio da Famagosta alle Colonne. Con la differenza che la loro amicizia e il loro affetto, il giorno dopo e per una vita a venire, continuano a funzionare.

20 anni a Milano – Un’umile dimora


Se avessi comprato casa a Milano, vent’anni fa, adesso probabilmente avrei terminato di pagare il mutuo e avrei affittato casa ad un prezzo astronomico, a qualche studente pugliese, garantendomi il pagamento della retta universitaria dei miei eredi al mutuo.
Ma vent’anni fa non avevo la minima idea di dove mi sarei ritrovato vent’anni dopo. Non potevo prevedere che i prezzi al metro quadro degli appartamenti di Milano sarebbero stati equipollenti a quelli di Dubai. Ma soprattutto, vent’anni fa non avevo una lira per piangere, figurarsi per accendere un mutuo.
La mia prima casa a Milano l’ho comprata sette anni fa. Forse “comprata” è un parolone, visto che attualmente appartiene molto alla banca, molto alla mia compagna e in piccolissima parte anche a me. Prima di comprare casa però ho oliato parecchi Iban con i miei versamenti mensili d’affitto.

Il primo bilocale in cui ho abitato effettivamente è stato in via Meda. Era un famigerato: quarto piano senza ascensore, disegnato da un architetto degli anni ’30 evidentemente amante del brivido, considerato che le scale che portavano all’ultimo piano, il nostro, si restringevano man mano che si saliva, arrivando a trasformarsi da chiocciola a piramide. Sì, ora che ci penso erano delle scale piramidali.
In quella casa ho vissuto per anni con U., mio coinquilino storico e decennale. U. però era il coinquilino ufficiale perché, stando troppo comodi in quaranta metri quadri, per larga parte dei tre anni di convivenza con noi ha abitato altra gente, dormendo sul divano della sala. (stavo scrivendo salotto ma non volevo giocarmi già adesso un’iperbole). Per noi era comodo e conveniente vivere in tre. Cioè, razionalmente parlando, con i criteri di visione della vita attuali era una situazione da rifugiati di camorra, noi però la vivevamo abbastanza bene. Soprattutto, quegli 800 euro della camera doppia invece di pagarli in 2, li pagavamo in tre. Con quei quasi cento euro risparmiati si poteva fare la scorta di pesto per più di un mese.


La casa era carina ma ai limiti della legalità, per una serie di motivi che proverò ad elencare.
Le scale piramidali, ma ne abbiamo già parlato prima. Il Bagno: era talmente piccolo che per espletare le proprie funzioni primarie era necessario tenere aperte le ante della doccia, altrimenti non sarebbe stato possibile accovacciarsi. La Caldaia: si spegneva ad ogni soffio di vento, soprattutto d’inverno, soprattutto sotto la doccia, soprattutto quando eri solo in casa e non potevi chiedere aiuto a nessuno e ti dovevi vestire, insaponato, per andare sul balcone a tentare di riaccenderla. Le stanze da letto: era solo una, non so perché ho usato il plurale; l’altro era un divano letto che ad un certo punto della notte, a seconda del subaffittuario che c’era, veniva aperto. Quando il coinquilino pezzotto era Emanuele, veniva aperto molto presto, essendo lui lavoratore e dovendosi alzare molto presto. Quando c’era Giuseppe, veniva aperto molto tardi, però con il pegno della tv accesa per tutta la notte. Dormivamo in quattro in casa sostanzialmente, io U. Giuseppe e Rai3.

A rendere questa situazione logisticamente ancor più raffazzonata c’erano i seguenti fattori. Non esisteva ancora il wi-fi. O se c’era non era disponibile a casa nostra. La connessione internet passava da dei cavi Lan chilometrici, pratici per scalare pareti d’alta montagna. Questi cavi, non solo attraversavano la casa, portando con loro polvere e sporcizia, ma erano un dettaglio di arredo del palazzo. I primi mesi in via Meda c’era un modem al terzo piano che serviva casa nostra, al quarto e un altro inquilino, al primo e il tutto veniva fatto passare in bella vista dai balconi. Roba alla Peter Parker.
Dopo un annetto anche noi diventammo padroni di questo metodo, comprando una connessione internet e spacciandola, con un cavo Lan, al nostro dirimpettaio, così da smezzare i costi. La prima cosa che gli ospiti notavano arrivando a casa nostra non erano lo zerbino o il malandato portoncino marrone d’ingresso, bensì questo cavo in fibra che passava da una casa all’altra. Tra l’altro, quel dirimpettaio deve ancora a me e a U. 70 euro.

Le pareti dei muri erano fatte, ovviamente, di cartongesso. Quindi io dalla sala sentivo perfettamente U. in camera, e viceversa. Il problema però intercorreva non solo da stanza a stanza ma anche da casa a casa. Per questo motivo, spessissimo, a partecipare agli amplessi del nostro dirimpettaio debitore, eravamo in quattro: Lui, la sua fidanzata, io e U. Nei periodi in cui c’era Giuseppe, anche lui e Rai 3, ovviamente. Concettualmente era una gang bang.

A tutto ciò si aggiunga che, nei primi mesi, non eravamo dei ragazzi abili alla vita (lontano da casa). L’unica incombenza domestica che avevo svolto fino a 19 anni era stata comprare le sigarette per i miei genitori.  Forse U. era un po’ meno impedito di me ma io versavo in condizioni davvero critiche. Per spiegare: quando U. mi diceva prepariamo una pasta per pranzo, io ero in dubbio se mettere nell’acqua in ebollizione: il sale o lo zucchero. A volte, ripetendo gesti meccanici che avevo visto fare a mia nonna mentre preparava il sugo, mettevo entrambi. Divenne famosa infatti la mia pasta al sugo democristiana, un po’ dolce, un po’ salata.  Mi risultò facile capire, perciò, che mi sarei dovuto specializzare nella gestione e nel lavaggio delle stoviglie. Ruolo che comunque conservo anche adesso con orgoglio.
In un mondo di chef ci sarà sempre bisogno di lavapiatti.

Prendemmo tecnicamente possesso della casa il 2 ottobre del 2006. L’allaccio del gas però sarebbe avvenuto dieci giorni dopo. Per dieci giorni quindi io e U. chiedemmo diritto d’asilo nelle cucine altrui. Partivamo da casa nostra con pentole e stoviglie (e qualche raviolo Giovanna Rana) per mangiarli gentilmente, in seconda serata, nella cucina di Marco e Dommy o di Peppe e Michele.

Il caro U. conserva ancora il “quaderno degli ospiti” di Via Meda. Non ricordo il numero preciso ma il libro è stato riempito fino alla penultima pagina. Di alcune dediche non riusciamo a riconoscere né il nome né il cognome. Da lì ci è passata, tanta, ma davvero tanta gente.     

20 anni a Milano – Milan l’è un gran Milan


– Se vuoi studiare comunicazione devi andare a Milano. A Roma so tutti: volemose bene, a Bologna, solo feste e festini. Se vuoi studiare e poi vuoi lavorare, devi andare a Milano.
Furono queste le parole dette da mio padre, in cucina, in una giornata feriale di settembre, che accreditarono Milano come meta della mia futura vita universitaria. Mia madre era concorde, ma non particolarmente felice all’idea che il suo figlio maggiore lasciasse definitivamente il nido di casa.
– Laureati a Bari, in Giurisprudenza, poi si pensa…
Anche mio zio, avvocato, desiderava lo stesso. Anche un altro zio, idem. A casa mia si pasteggia a pane e Diritto Commerciale, come si può intuire.
Ad ogni modo fu deciso. Avrei iniziato il mio percorso di studi a Milano,  alla Iulm per la precisione. Prima di trasferirsi però a Milano c’era solo un piccolissimo scoglio da superare: trovare casa.

– Quando si viaggia, è importante partire comodi e leggeri – sempre mio padre che pronunciava queste parole con me stipato come un confetto in una BMW aziendale zeppa di campionario. Ero pronto a vedere un nuovo orizzonte, in quel momento però non riuscivo a scorgere neanche la nuca del guidatore e del passeggero, che era mio padre, per l’appunto.
Le prime case viste a Milano le vidi proprio con lui. Ci muovevamo in metro o in taxi in quartieri e fermate Metro che mi sembravano mondi paralleli. Non ricordo assolutamente in che zona fossero, non avevo la benchè minima cognizione della città. Di quegli appuntamenti ricordo solo una stanza doppia, da affittare con uno studente d’ingegneria, in sovrappeso e un po’ puzzoso.
– Ti è piaciuta la casa che abbiamo visto – mi chiese mio padre.
– Non proprio – risposi, fin troppo buono. A distanza di vent’anni posso dirlo: era un cesso di casa.
Quella prima sortita alla ricerca di un alloggio non produsse i risultati sperati. C’era da venire con più calma e da cercare, con calma ancora maggiore, una casa. Bisognava trovare un’anima pia da cui appoggiarsi per qualche settimana, per poi scandagliare tutte le bacheche delle università.  Quelle, al plurale, anime pie da cui appoggiarmi furono Giuseppe e Michele.

Entrambi studenti, entrambi più grandi di me, mi offrirono il loro divano letto per qualche settimana, facendomi vivere il turbinio degli affitti di Milano Sud. Vivevano in uno basso di Via Bonghi. I loro letti davano sulla strada ed erano chiusi da una saracinesca. Quella saracinesca, nei molti anni in cui ho frequentato la casa, io non l’ho mai vista aperta. Agli amici e ai curiosi, che mi chiamavano o mi mandavano un sms, chiedendomi dove stessi vivendo, rispondevo che ero a Milano ma che dormivo nella Bat-Caverna di Gotham.
Milano vent’anni fa era una città molto diversa. Il mondo, vent’anni fa era un mondo molto diverso. A Milano la Darsena era un acquitrino e l’Italia non solo partecipava ma addirittura vinceva i Mondiali, tanto per dire due cose a caso.

Io vivevo la città al pari di un esploratore che si imbatteva per la prima volta in delle isole Vergini e osservavo tutto con una vorace curiosità: le vie, i monumenti, i modi di dire. Ad esempio, un po’ per vezzo un po’ con un orgoglio sentivo pronunciare dalle persone a cui dicevo che sarei stata una futura matricola, l’espressione: Milan l’è un gran Milan. È da venti anni che mi chiedo il senso di una frase del genere e soprattutto la trasposizione della stessa su altre città d’Italia: Urbino l’è un gran Urbino, oppure: Marzamemi l’è un gran Marzamemi.
Insomma, ero molto sbarbato, confuso, elettrizzato e felice.
E dopo venti anni in città, nonostante una diversa market share degli aggettivi, lo sono ancora.

Instagram d’estate fa schifo.


Instagram d’estate fa schifo. I miei contatti sono tutti al mare. O in montagna. Sorridono singolarmente. Sorridono in coppia. Sorridono sempre. Non hanno problemi. Sono stra felici. Se la loro felicità non fosse una costante statistica, potrei anche prenderla per buona.
Instagram anche d’inverno, ad essere onesti, fa abbastanza schifo. Sono tutti felicemente nei loro caldi giacigli, con l’albero e le lucine in background. Hanno tutti dei maglioncini rossi, terrificanti. Molti addirittura li indossano in coppia, come se fosse una cosa socialmente permissibile.
Instagram mi fa schifo anche in primavera. Anche in autunno. Instagram mi fa schifo sempre, se devo essere sincero. Per questo motivo, da gennaio, l’ho cancellata dal mio telefono. Quando devo postare qualcosa (tendenzialmente la Brace Accesa, le foto con le scritte o dei video bislacchi) la riscarico, pubblico i post, mi innervosisco come una bufala in un vernissage e la ricancello.

Anche Facebook d’estate fa schifo. L’unica differenza con Instagram è che da gennaio Facebook l’ho riscaricata soltanto una volta. O due. Massimo tre.
Mentre Instragram però mi provoca una violenza indotta, provocata  dall’omologazione di massa, della felicità fittizia ed esasperante e dalla mia incapacità di staccarmi dalla fruizione di contenuti di cui non mi interessa nulla, su Facebook sono io l’artefice della mia rabbia. Per mesi e mesi, su Facebook, ho scritto cose per pura bramosia di likes. Scrivevo non per il puro piacere di scrivere bensì per verificare a quanti piaceva quello che stessi scrivendo. All’inizio lo facevo distrattamente, quasi senza accorgermene. Poi ho capito di esserci dentro fino al collo. Da gennaio quindi: ciao ciao bambina.
E poi, per dovere di cronaca, Facebook mi fa schifo anche in inverno. E in estate. E in primavera. Sempre.

Tik Tok non ce l’ho. Né voglio averlo. Come il Covid insomma.

Linkedin ce l’ho. Lo uso spesso. Lo uso troppo. Quasi due ore a settimana. Quasi sempre senza motivo. Lo uso come strascico della dipendenza di Facebook e Instagram. Mi ritrovo spesso a scrollare cose di cui non mi interessa niente. Post di persone tendenzialmente con le braccia conserte. Perchè su Linkedin hanno tutti le foto profilo con le braccia conserte? Non riesco a capacitarmene.


A parte la dipendenza da Linkedin, sulla quale credo che interverrò a breve, vivere senza social network è bellissimo. Magari solo per qualche giorno, ma è qualcosa che io consiglio a tutti. Non ci si libera dalla dipendenza dal cellulare ma lo si usa leggermente di meno. Quel poco che ti aiuta ad osservare di più.
Tra le tante cose ad esempio, osservi che in una conversazione di gruppo, seduti ad un tavolo, nessuno ormai riesce a non prendere il telefono dopo 5 minuti. Osservi che spesso colui che prende il telefono lo ha fatto per abitudine, non per una reale esigenza; dopo qualche secondo il telefono verrà rimesso al suo posto. Osservi che non è un problema soltanto della tua generazione. Succede lo stesso con le persone più grandi di te, tipo quelli che hanno l’età dei tuoi genitori. Succede lo stesso con le persone più piccole di te. Succede con tutti. Ed è abbastanza triste.

Volendo si potrebbe rincarare la dose ed entrare nel merito: della polarizzazione delle opinioni, delle informazioni non verificate (aka propaganda), della possibilità di controllo da parte di entità governative, dell’erosione collettiva della soglia dell’attenzione, della perdita, da parte degli adolescenti, della visione laterale. O di come nell’immediato, probabilmente, diverrà necessaria una sempre maggiore forma di regolazione per l’accesso alle piattaforme. Certo, si potrebbe.
Io adesso però devo verificare un attimo quanti miei amichetti stanno sorridendo in spiaggia, felici. Non credo di aver tempo e di potermi esprimere a riguardo.   

Perché faccio (Ashtanga) Yoga


Ho iniziato a fare yoga 6 anni fa. Avevo molti più capelli, molta meno barba e lo smart working era più un guilty pleasure che l’attuale: no raga, io 5 giorni a settimana in ufficio mi licenzio e denunzio tutti, ripetutamente, finche non vanno in galera.
Fu Melissa, un’ex collega, che mi disse: Giorgetti, vuoi venire a fare yoga?
Se avessi saputo che dopo 6 anni, il vezzeggiativo del mio nome sarebbe stato il cognome del ministro leghista allo sviluppo economico, avrei… Niente. Non avrei fatto niente.

Della mia prima lezione di Yoga, più di 6 anni fa, ricordo soprattutto una cosa: i culi. Era una shala molto grande, piena di donne, con una quantità di sederi e donne suadenti che facevano movimenti strani. Non ero onestamente pronto. C’erano luci soffuse e musica lounge. Ad ogni lezione mi aspettavo che Tinto Brass venisse fuori da una stanza e dicesse: Stoooooop. Ok belline. Per oggi va bene così. Domattina si attacca alle 8:30.
Questo non è mai accaduto, purtroppo.
Ho praticato in questa shala soft hard per qualche mese, dopo di che ho iniziato a fare Ashatanga Yoga.

Posso dire che la pratica dell’Ashtanga yoga, in questi 6 anni, mi ha letteralmente cambiato la vita, in meglio e mi piacerebbe spiegare il perchè.
Inizio col dire questa cosa: a parte amare i miei cari e la Juventus non c’è niente in cui sono stato così costante, come l’Ashtanga, per così tanto tempo. Ho avuto un approccio lento alla disciplina. Ho indugiato per parecchio tempo nelle lezioni guidate approdando tardi al Mysore. Ho messo in discussione, spesso, la pratica. In uno dei miei primi ritiri con Mario (forse l’unico) in un paesino sperduto sotto le Dolomiti, a pranzo, dopo la pratica, in un mare di infusi e tisane al bergamotto chiedevo dei grappini, con gli altri compagni di pratica che con occhi allibiti mi invitavano gentilmente a prendere fuoco.
Poi però ho iniziato ad abbandonarmi all’Ashtanga. Anzi, come dicono quelli bravi su Linkedin, sono stato perseverante.  

Volendo tralasciare i benefici fisici della pratica, perché scontati, l’altra cosa per cui ogni giorno ringrazio questa pratica è la possibilità di mantenere la concentrazione. Essere messi a tu per tu con  un tappettino, (provare) a non avere stimoli esterni, in questi tempi moderni, è qualcosa di impagabile. Contro il flusso dei pensieri non sempre si vince. Anzi, spesso si perde. A volte infatti, al primo saluto al sole prefiguri la riunione delle 10:00,  invece di prendere i banda pensi a a che ora prendere tuo figlio dal nido, o dopo Supta Kurmasana ripassi il numero dell’impresa edile da chiamare per tornare in chaturanga. Quando però riesci ad astrarti e a concentrarti sulle asana e sul respiro, solo sulle analisi e sul respiro, a fine pratica sei indistruttibile. Puoi affrontare di tutto, dalle avversità giornaliere alle riunioni condominiali
.
Infine , l’altra cosa per cui ringrazio lo yoga è l’importanza che assegna alla figura del maestro. Forse si fa meno caso, in quest’era di tutorial e sedicenti guru di cosa sia davvero un maestro. Attraverso la sua esperienza, il maestro ti guida, ti aiuta, ti consiglia, decide cosa farti fare e con che tempi. Al maestro ci si affida, confrontandosi, a volte facendosi consolare, ma il maestro rimane il tuo faro. È questo infatti che i miei maestri, Pinuccia (insieme a Mario, Nadia, Sandra, Lella, Laura, Jacopo e Gabriele) sono stati per me in questi anni: dei fari.

È per questo che ringrazio l’Ashtanga yoga e i miei maestri. Per aiutarmi ad essere costante, per farmi stare bene, per imparare ad essere guidato e consigliato; per dovere di cronaca dovrei ringraziarli anche per tutte le volte che mi hanno spronato a fare di più e per tutte le volte che mi hanno messo le mani sulla schiena anche quando sembrava il lago di Garda.

Concludo quindi come ho iniziato, con un inizio. Ho capito che questa pratica faceva al caso mio quando ho partecipato al primo seminario di Lino MIele, il maestro dei miei maestri. Era una classe guidata per principianti plebei. Io avevo da poco abbandonato la shala soft hard e mi aspettavo da questa nuova scuola, rigorosa e radicale, una scuola dove addirittura chiamavano le posture in sanscrito, un maestro analogo, iconicamente yogico, vagamente sanscrito.
Lino entrò quatto quatto in sala, con un passo felpato, salutò tutti e inizio a parlare:
“Molti di voi se chiedono che cos’è lo yoga. Bene! C’avete presente le sale co à musica, co è luci soffuse, le sale dove non riesci a sentì er respiro. Beh, tutto quel casino non è yoga. Dovete respirà. Dovete imparà a respirà e santivvè. Quello è lo yoga”.
 

ELSA SPINACI S2E3


LA FALSA SOLITUDINE DEL SIGNOR MARIO BELOZZI

Quando ricevi una chiamata da un numero fisso sai già che qualcosa di inopportuno sta per palesarsi. Il tuo cervello inizia a formulare delle scuse gentili e credibili per il tipo di servizio che un operatore albanese, sardo e indipendentemente dalla provenienza geografica, sottopagato, proverà a venderti.
Io utilizzo sempre l’approccio del: “La ringrazio, ma al momento abbiamo già questo tipo di servizio”, anche se mi stanno provando a vendere degli eco shuttle per partire su Marte; la ringrazio, ma l’ho appena comprato sul sito della Tesla, sa, la scorsa settimana c’erano i Saldi…

Giovedì mattina infatti, quando ho visto la chiamata che mostrava con un +02 iniziale, ero pronto a menzionare solo il tipo di fornitura di cui ero già fiero e in possesso, preparando nella mia testa il gentile rifiuto al servizio offerto. Qualcosa però si è inceppato. Dall’altra parte del telefono non c’era nessun operatore outbound. Grazie all’eco preistorica e al silenzio che è intercorso dopo il mio “pronto”, ho capito che dall’altro lato della cornetta c’era Mario Belozzi (S1-E10)

– Signor Giooorgiooo, giustoooo?
– Sì, esatto. Con chi parlo? – domanda falsa e retorica, per l’appunto.
– Ah, chee piacereeeee. Sono il signor Belozziiiiii, come staaaaa?
– Bene, bene. Lei?
– Anche ioooooo, molto beneeeee – precisava Mario Belozzi, dalla casa entrata nel Guiness dei primati come la casa con più eco in Europa. – Mi fa piacereeeee che anche lei stia beneeeee.
L’ultima volta ci eravamo sentiti con il Mario e sua moglie, la sua ghostwriter che tesseva per filo e per segno il suo discorso telefonico, per dei formali ringraziamenti. Avevamo pagato loro una bolletta e ci tenevano a ringraziarci. Credevo che anche oggi il Mario mi avesse chiamato per un servigio analogo, che avrei fatto tra l’altro con tutta la gioia del mondo.
– Signor Giorgio, la disturbooooo?
– No affatto signor Belozzi, mi dica pure.
– Guardiiiii, in realtà l’ho chiamataaaaa perché mi sentivoooo un pò solooooo
– Oh, è molto gentile da parte sua mostrarmi così tanto affetto. – considerando che tutto sommato non so neanche come sia fatto e che in vita mia le ho solo pagato una bolletta, cosa che ho pensato ma non detto – Son contento che abbia chiamato per me.
– È un piacereeee signor Giorgiooooo. È che l’altra volta al telefono mi ha fattooooo una buona impressioneeee. Cosììììì, visto che mia moglie è uscitaaaaa a fare la spesaaaaa, mia figlia a Casertaaaaa non mi risponde maiiii, mio nipoteeee ha dettoooo che stavaaa facendo lezioneeee su Interneeet, a quel punto mi sono dettoooo: quasi quasiiii chiamo il mio vicinoooo.
– Ha fatto benissimo signor Belozzi. Davvero. È un bellissimo gesto.

Insomma, si era creato un feeling inaspettato, un’empatia artificiosa ma naturale. Quasi da nonno a nipote. Poi però ad un certo punto si è palesato un rumore. Si è sentito un gracchiare prolungato seguito da un tonfo. Una porta, poco oliata, che nella caverna del signor Belozzi ha prodotto una vera e propria deflagrazione.
– Signor Giorgioooo, mi scusi è arrivata mia moglie – si è interrotto guardingo il signor Belozzi, quasi sussurrando.
– Mariooooooo, con chi stai parlandoooo?
– Mi sa che dobbiamo chiudere signor Giorgio…. Marisaaaaaa, è unoooo delle televenditeeee al telefono. Gli ho dettooooo però che non sonooo interessatoooo.
– Signor Belozzi, ma come…?
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu…
Mario Belozzi ha riattaccato e mi ha chiuso il telefono in faccia.

È finita così. Scaricato, come il peggiore dei venditori di trading online, da un vecchietto di origine campane che non ho mai visto in volto. D’altronde si sa: l’outbound dà, l’outbound toglie.

ELSA SPINACI – S2E1


BABBO LEGHISTA

Durante la vita di prima mi capitava spesso di prendere l’ascensore con il Babbo leghista. Lo chiamavo così non perché andasse regolarmente sul sacro suolo di Pontida. Lo chiamavo Babbo leghista perché padre di due figlie e perché nell’angusto spazio dell’ascensore che ci conduceva nei rispettivi immobili, mostrava un atteggiamento “un po’ leghista”. Quella malcelata diffidenza, mista ad un’espressione facciale condita con del robusto fastidio latente, tipica degli elettori e dei politici leghisti. Spesso, in questi tragitti, i suoi occhi chiari, coperti da lenti color panna mi dicevano inequivocabilmente: non mi piace la tua barba, non mi piace il tono amichevole che mostri durante questi 3 piani di ascensore, non sono affatto convinto che tu, ragazzo barbuto e meridionale sia una risorsa fruttuosa per questo condominio.

Questa era l’impressione che dava a me. Magari però fraintendevo. Forse il suo sguardo torvo era sola timida curiosità. Vai a sapere…

Il Babbo leghista in ogni caso ha 2 bambini. Bellissimi. Sembrano delle linci di montagna. Hanno degli occhi chiarissimi, affusolati e il loro colorito olivastro dona loro un aspetto esotico. Devono aver preso tutto dalla mamma, visto che il loro babbo leghista ha le fattezze di una caciotta. Non fa nulla tra l’altro per non sembrare una caciotta. Veste volutamente larghetto e i suoi abiti sembrano quel tipo di plastichina che avvolge i latticini nel reparto formaggi della grande distribuzione. La sua somiglianza ad una caciotta mi ha a lungo tenuto interrogato sull’effettivo nome da attribuirgli, se Babbo leghista o Babbo Caciotta. Ha prevalso la prima, essendo la sua attitudine leghista più spiccata di quella casearia.

I bellissimi figli di Babbo Leghista vengono portati “fuori” giornalmente. Fuori in questo caso è inteso come: lo spazio dei box, che danno sulla finestra dove pratico da due mesi lo smart-working e un cortiletto interno, che affaccia sul terrazzo della cucina, dove abitualmente mangio.
I bimbi bellissimi di Babbo leghista quindi sono sempre con me. Sono con me quando lavoro, impegnati in giretti sulle biciclettine nei box; sono con me quando mangio, a scoprire le meraviglie della natura nel cortiletto interno. Carla e Amedeo, bambini bellissimi del Babbo leghista, tanto son belli, tanto frantumano la minchia. Anche qui, ho meditato a lungo sull’utilizzo di un’espressione così greve e anche qui, dopo un’accurata analisi S.W.A.T. ho scelto volutamente questo tipo di espressione. Perché i bambini bellissimi del Babbo leghista, non danno fastidio. Non sono esuberanti. Non sono vivaci e/o necessitano di evadere l’immobilismo domestico forzoso. No, Carla e Amedeo, frantumano la minchia. Le cose vanno dette per come sono.

Se esistesse un prontuario scientifico per esasperazione indotta, Carla e Amedeo sarebbero magnifici rettori. Gli studenti penderebbero dalle loro labbra mentre spiegano le tattiche di esaurimento condomini attuate dall’inizio di questa domiciliazione forzata. Le vado ad elencare qui di seguito, per futura e comune memoria.

PRIMA REGOLA DEL MANUALE ESAURIMENTO CONDOMINI: nominare senza sosta durante la permanenza all’esterno il nome del genitore munito di vezzeggiativo: papinooopapinoopapinoopaponeepaponeepapinoo guarda, guarda, guarda, guarda, papino guarda; o al contempo, quando necessario mamminaamamminaamamminaamamminaa vedi, vedi, vedi, mammina vedi.
SECONDA REGOLA DEL MANUALE ESAURIMENTO CONDOMINI: pronunciare qualsiasi cosa con toni di voce da soprano. Delle petulanti ed ininterrotte vocine stridule che distruggono qualsiasi altro tipo di pensiero e riflessione circostante.

TERZA REGOLA DEL MANUALE ESAURIMENTO CONDOMINI: indurre una risposta di approvazione da parte del Babbo leghista (o al contempo dalla mamma), i quali martoriati dalle richieste della prole intervallano i papinoopapinoopapone vs mamminaamamminaamamminaa con dei cadenzati: sì Carla, sì Amedeo, si Carly, sì Ame, dando quindi un risultato finale del tipo : papinooopapinoopapinoo sì Carla, paponeepaponeepapinoo sì Ame, guarda, guarda, guarda, guarda, sì guardo.

QUARTA REGOLA DEL MANUALE ESAURIMENTO CONDOMINI: soffrire e piangere come durante un’amputazione di un arto non appena viene pronunziata la seguente espressione: “bambini dai, saliamo”. Piangere insieme, per molto tempo, disperati, fino a quando non si è entrati in casa. Per circa 8 minuti quindi.

Tutti in questi giorni si chiedono come sarà la nostra vita una volta sconfitto il virus. Se torneremo a vivere come se nulla fosse accaduto. Tutti discutono i modelli comportamentali che ci hanno accompagnato fino ad ora. Andranno cambiati o rimarranno gli stessi? L’unica cosa su cui io invece mi arrovello da giorni invece è se in uno dei prossimi viaggi in ascensore avrò l’ardire nel pronunciare le seguenti parole:
– Babbo leghista, sappi che Carla e Amedeo sono due bambini stupendi. Fantastici. Per tutta la quarantena però hanno davvero frantumato la minchia.

ELSA SPINACI – S1E10


LA FAMIGLIA BELOZZI

Uno dei grossi rimpianti di questa quarantena è non aver conteggiato lavatrici e lavastoviglie effettuate. Da inizio lockdown dovrei essere su 50 lavastoviglie e 20 lavatrici. Almeno così sostiene la Protezione Civile. Pensavo a questi numeri, all’efficacia e alla correttezza del conteggio, a quando Borrelli li avrebbe decanati in conferenza stampa, quando Jerry, il portinaio, mi ha chiamato dall’interfono.

Son sceso in portineria e dopo parecchie indagini linguistiche sono riuscito a capire che dei vecchini del palazzo avevano chiesto se qualcuno potesse pagare loro una bolletta dell’Internet. Dal tabacchino o con il telefono magari, come fanno i giovani…
– Signor Sjoorsjo, buoi bagare tu? Eh eh. – mi ha chiesto il portinaio nel suo adorabile Jerrese.
Ho pagato la bolletta della famiglia Belozzi tramite il telefono, essendo un giovane. Ho stampato la ricevuta. Ho preso il corrispettivo del pagamento e ho inserito il resto nella busta, restituendo poi il tutto a Jerry.

Alle 15:30 il mio cellulare, giovane, ha iniziato a vibrare, mostrando una chiamata da un telefono fisso. Ero pronto a rispondere in maniera pungente all’ennesimo tentativo di retention di un operatore sardo, quando dall’altra parte del telefono ho sentito:
– Proooontoooo.
– Si, pronto?
– Lei è Giorgiooooo?
– Si, esatto. Con chi parlo?
– Ciao Giorgio. Siaaaaamo i signoriiiii Belozziiiii – mi hanno risposto probabilmente da una caverna o dall’appartamento meno ammobiliato del quartiere, a giudicare dalla quantità di eco. –
Signor Gioooorgio, volevaaaaaamo ringraziarlaaaaa per la bollettaaaaaaa.

Bene, quello che è difficile trasferire, ma ci proverò comunque, è il meccanismo comunicativo della famiglia Belozzi. Ad interfacciarsi con me, alla cornetta, c’era il signor Belozzi; ogni cosa pronunziata dal signor Belozzi però veniva suggerito dalla ferrea signora Marisa, moglie del Belozzi. La cosa straordinaria è che i due, marito e moglie, non hanno mai avuto percezione che questo loro dialogo interno fosse in realtà perfettamente udibile.
La telefonata infatti è stata più o meno questa:

– Digli che è stato gentile – Marisa Belozzi dice a suo marito, “bisbigliando”
– È staaaatoooo mooolto gentileeeee signor Giorgioooo – il Signor Belozzi dice a me, con ingenti dosi di eco.
– Si figuri signor Belozzi. È stato un piacere.

– Digli che è stato gentile!
– Gliel’ho detto Marisa. Gliel’ho già detto…
– Allora digli che ci dobbiamo conoscere e rendere la gentilezza ricevuta.
– Signor Giorgioooo, noiiii non ciiii conosciamoooooo. Non ciiii conosciamoooo ancoraaaaaa – sempre il signor Belozzi dalla caverna – pensi, non sappiamoooo nemmenoooo in che pianooo abitiamoooo. Quando tuttooo questooo sarà finitoooo però vorremmo ringraziarlaaaa di personaaaa.

– Digli che magari possiamo offrirgli delle torte o del the.
– Signor Giorgioooo, magari quando tutti staremo beneeeee potremo offrirvi della cioccolataaaaaaa.
– Mario, dovevi dire il the, o delle torte, perché hai detto la cioccolata?
– Marisa, stai zitta un attimo, Marisa!
– Che ne diceeeeee signor Giorgioooooooo?
È dopo questa proposta che ho iniziato a vacillare. Bisognava rispondere con un sì alla cioccolata del signor Belozzi o alla proposta originaria di torte di sua moglie? Ci ho pensato su parecchio, 3 secondi forse. Quando però è arrivato l’ultima trasmissione dell’eco originaria, ho risposto:
– Signor Belozzi, le ripeto, è stato una grande gioia potervi dare una mano. Accetto volentieri l’invito e non esitate a contattarmi nuovamente per delle commissioni del genere – un po’ thankyou page post acquisto di un ecommerce, ma abbastanza svizzero da evitare dissidi nella coppia.
– Va bene signor Giorgiooooo. Graaaazieeeee. Graaaazieeeee. Graaaazieeeee. Graaaazieeeee.

Si è conclusa così la chiamata. Con un eco infinito di grazie. E un pareggiamento delle bollette nel faldone di casa Belozzi. Anche loro, nella casa dell’eco, potranno tornare a fare lavatrici e lavastoviglie senza sosta. Sembra poco ma in realtà sò soddisfazioni.