Perchè da piccino non mi avete portato dal logopedista?


Ricordo i ramarri marroni
e l’orrore che suscitavano in me
ripetuto tre volte:
orrore orrore orrore
per aver visto quel ramarro marrone.

Ricordo il ruvido errare
senza orario
senza arrivi
senza reietti eroi
su eretiche rive. 

Rivivo il ricordo
di quando chiamavo
la mia amica alle superiori
Aurora Pierro
e chissà perché
non si girava mai.

Rivedo la reazione
della cassiera
a cui chiesi una crepes con: crema di marroni.
Con cosa? Marroni.
Cosa? Marroni, crema di marroni
Con crema di ? Signora quella, quella lì. Potevate però scrivere castagne…

E rivivo ripetutamente
purtroppo
l’eccessivo ardore
di gente che mi sente
mi dice hai la r moscia?
e mi assicura che pronunciarla
è semplice semplice.
Basta mettere la lingua sotto il palato
proprio qui
e poi muovere la lingua, ripetutamente, velocemente
facendo uscire il seguente suono:
rrrrrrrrrrrrrrrrr.

Non è tanto per
i ramarri
per il ruvido errare
o per la crema di marroni
ma è per questo episodio di irreale impotenza
che ogni volta mi chiedo:
perché da piccino non mi avete portato dal logopedista?

 

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Sgomento


Ti vedo
in camicia da notte color panna
sulla punta del balcone in costiera amalfitana.

Scollature
seni turgidi
col vento che ti agita i capelli.

L’odore del mare
che sale
per farti ammaliare
a farsi annusare.

Sorridi
e mi chiedi che voglio
se voglio del succo
o soltanto un bacio.

Sorrido
beato
e capisco
che son fortunato
perché ti ho qui accanto.

Ti sfioro
al centro del mento
ritratto
tutto ciò che ho detto
al centro
c’è un pelo da barba:
sgomento.

Ballata del digital marketer affranto


Ci stancheremo
un dì
dei cmp
dei cpm
dei cerca vert
degli F5
e scapperemo
nelle campagne
negli uliveti
nelle foreste
a coglier fiori
a fare l’uva
o dei formaggi
e capiremo
in due secondi
che siamo inetti
e torneremo
nei nostri uffici
a far riunioni
a mandar brief
chiamare in call
maledicendo
quel dì nefasto
che ce ne andammo
nelle campagne
negli uliveti
nelle foreste
a coglier fiori
a fare l’uva
o dei formaggi
visto che intanto
noi nel frattempo
ci trasformammo
in dei poveracci.

Mi prenderanno i terroristi magari


Mi prenderanno i terroristi magari
e mi faranno male forse
e mi faran soffrire tanto
o mi faran saltare in aria puff

Ma mentre tutto ciò avviene
io avrò visto
un sacco di film ed un sacco di concerti
e avrò fatto all’amore in un sacco di posti ad un sacco di ore in un sacco di modi.

Avrò fatto
un sacco di bagni in un sacco di mari con un sacco di pesci ed un sacco di tuffi da un bel sacco di scogli, spogli.
E avrò avuto
un sacco di grazie un sacco di bravo un sacco di fuck più grosso dei grazie.
E avrò visto spero
un sacco di posti del mondo volendoci stare e volendo pagare la gente del posto in nero.

Quando quindi
sarò in aria
deflagrato o torturato
griderò come un pazzo
inveirò: merda, cazzo
a morire non son pronto
anche se
fino ad ora
mentre muoio
o salto in aria
dannazione
son contento.

#VLTN


Negli anni ’90 e nei primi 2000 tutti gli immigrati presenti nella mia città, a prescindere dalla loro effettiva nazione d’origine, venivano chiamati: marocchini. Faceva poca differenza se fossero, egiziani, tunisini, somali o eritrei. Tutti venivano annoverati nel mare magnum razziale dei marocchini. A dire il vero, molte volte anche dei: “marrocchini”, equipaggiati foneticamente, contro la loro volontà, sia di due giuste “c” che di due erronee “r”.

Il primissimo ricordo che mi lega ai marrocchini (da qui andrò con la versione local, rafforzata delle consonanti non richieste) fu quando a mia madre rubarono il portafogli al mercato comunale, in un sabato mattina di marzo. Tutti ci convincemmo che fossero stati i marrocchini, nonostante i Ris di Parma non fornirono e non hanno ancora fornito prove lampanti in merito.
Il secondo ricordo dei marrocchini invece, mi riporta con nostalgia alla figura di Kaled.
Kaled era un pizzaiolo (marocchino) che lavorava nella pizzeria accanto casa. Fece la fortuna del proprietario nei primi anni di creazione

Era bravissimo nel suo lavoro e molto in gamba con gli avventori. A un certo punto però, come tutte le storie belle, il marrocchino Kaled (che era tunisino) litigò con degli altri marrochhini (che erano algerini) e fu costretto ad andare via.
La notizia fece il giro del quartiere e fummo tutti dispiaciuti dell’addio di Kaled. Era simpaticissimo, era perfettamente integrato nel tessuto sociale, parlava addirittura dialetto e cosa non trascurabile: faceva una pizza meravigliosa.
Kaled restaurò l’immagine negativa che i marrocchini si erano guadagnati nell’alveo dei nostri vissuti di provincia. Da Kaled, mai al mondo ci saremmo aspettati un furto di un portafogli. Neanche i Ris di Parma l’avrebbero mai immaginato…

Tanto fummo tristi per l’addio di Kaled, altrettanto ridivenimmo felici quando dopo qualche anno Kaled ritornò a Barletta.
Nel frattempo era stato a casa (in Tunisia, non in Marocco) aveva aperto una pizzeria, l’aveva venduta ed era ritornato nella città in cui aveva lasciato il cuore, oltre a tanti amici marrocchini. Kaled aprì una pizzeria a Barletta, per conto suo.

In pizzeria da Kaled lavoravano due persone : sua moglie e Valentino.
Valentino veniva a scuola con me. Aveva perso un anno e ce l’eravamo trovati al primo liceo. Era bassino, simpaticissimo, ambiva ad essere ribelle e sfrontato ma aveva l’animo buono come un carpentiere coccolone. Noi lo chiamavamo Valendog, perché simile a Dylan Dog (con qualche centimetro in meno). Kaled invece lo chiamava: Vhlhntinhhhh.
Quando Kaled chiamava Valentino, tutti noi sorridevamo. La pronuncia delle vocali strozzate producevano un suono magico e irripetibile. Tutt’oggi, quando sento nominare Valentino, io non associo né il motociclista nè la festa consumistica che ha rovinato milioni di coppie nel mondo. Ogni volta che sento quel nome io penso a Valentino Chieco, in arte Valendog, e più precisamente a come veniva chiamato quando lavorava da Kaled: Vhlhntinhhhh.

Non abito più stabilmente a Barletta dal 2006. Da 12 anni non ho notizie di Valentino. Non so dove sia, come stia, se vive a Barletta o se vive altrove. Non so se ogni tanto va a trovare Kaled. Non so nulla di lui, da più di 12 anni. Da qualche giorno però vedo la nuova campagna di: Valentino, brand di moda planetario.
I modelli voluttuosi con i volti languidi e le lettere del marchio senza vocali (che presto saranno un ashtag) per me continueranno a farmi pensare ad una sola cosa.
Non mi indurranno a comprare cappotti rossi o a visitare ecommerce con prezzi faraonici. Tutte quelle lettere senza vocali, una dopo l’altra, mi faranno ricordare il mio amico del quale non ho più notizie e come era bello sentire pronunciare il suo nome da Kaled, il marocchino non marocchino più simpatico che abbia mai conosciuto. Vhlhntinhhhh.

L’arbitro non fa il monaco


Nel 2015 ho pubblicato il mio primo libro.
Nel 2017 credo di averne scritto un altro: “L’arbitro non fa il monaco”
Non credo riuscirò mai a pubblicarlo, per questo motivo pubblicherò tutte le poesie, qui di seguito…

I
a. C’ho il gatto in casa
b. Le donne in palestra d’estate
c. Lavorate nel digital Marketing e questa è la poesia che vi meritate
d. Amori contundenti
e. No Expo
f. Domenica sera
g. Furby
h. Mi prenderanno i terroristi magari
i. Quando torno a casa

II
a. Ikea
b. Sai, lo vorrebbe il mio capo…
c. Non c’ho sbatty
d. ‘ndiamo ad Amsterdam
e. La pazienza degli autisti
f. Il signor Karma
g. Mi piacciono i tuoi nei
h. Ho preso freddo
i. L’amore per mia madre

III
a. Di femmine bone come te
b. Le tue vacanze in Grecia
c. Gerry Scotty
d. Merditalia
e. Testamento
f. Le colpe di Marina Rei
g. Taralli
h. Tapperware
i. Ballata del digital marketer affranto

IV
a. Graziella (How deep is your love)
b. Il bambino africano che mangiava poco
c. Le scienze della comunicazione
d. I culi su Instagram
e. Ello
f. Tartaro
g. Tutto l’amore del monte
h. Se-maforo
i. Sgomento

TANTE CARE COSE A TUTTI

Sai, lo vorrebbe il mio capo…


Ciao Evaristo.
Ciao Egidio, come va? Dimmi tutto…
Tutto bene, Evaristo. Ti chiamavo al volo per dirti due cose.
Dimmi pure.
Innanzitutto volevo ringraziarti per il file di recap che mi hai inviato.
Ma figurati…
È davvero molto utile e preciso.
Grazie ancora. Per voi questo ed altro.

E poi Evaristo volevo chiederti un’altra cosa.
Dimmi.
Il mio capo ha letto la tua email.
Ottimo…
Però non si trovava molto d’accordo sull’ultimo punto.
Mh, ok…
E ha detto ad alta voce che: se fosse per lui tu potresti anche buttarti dal balcone.
Dal balcone?
Sì, dal balcone. Io infatti sto portando avanti l’attività e vorrei chiederti se per te questa richiesta rappresenta una criticità…
Mah guarda, non credo. Dipende… Entro quando dovrei buttarmi?
Mah, sai… non immediatamente, c’è un po’ di tempo…
Ah ok, credevo fosse prioritario…
No, non è urgente, volendo anche tra due settimane, prima che inizi il nuovo quarter insomma… l’importante è che tu lo faccia, sai: me l’ha chiesto il mio capo…

Eh beh Egidio, è chiaro, se è il tuo capo a importi il mio suicidio, di certo io non posso farci nulla; senti, comunque, a ben pensarci non credo vi siano particolari problemi; magari però sento al volo anche il mio capo e mi assicuro che anche lui sia d’accordo, che dici?
Certo, certo, ci mancherebbe altro. Che facciamo poi, mi mandi tu un’email di conferma?
Sì, ti confermo la presa in carico dell’attività, il parere del mio capo e ti do qualche altro dettaglio, tipo su data della morte e luogo predisposto.
Sarebbe davvero fantastico.
Ok, rimaniamo così allora.

Va bene dai Evaristo, alla prossima.
Sì certo Egidio, alla prossima, ed ultima probabilmente. Grazie ancora.