20 anni a Milano – Beverage


L’ultima volta che sono andato a bere a Milano il barman ha agitato lo shacker in aria per un tempo infinito. Cosa aveva da sciogliere all’interno dello shacker? Quale liquido necessita di oltre due minuti di erculea agitazione per essere potabile? Stava sgrassando la cicuta di Socrate? Era un Cicuta Sour? Lo faceva per mostrare i bicipiti allenati? O i bicipiti erano così rotondi per quell’inesauribile schackerio? Se avessi preso anche io lo stesso cocktail gli avrei provocato del dolore fisico, per l’ulteriore schakerio, o del gaudio, per l’ulteriore vetrina concessa ai suoi bicipiti sodi e rotondi? Come faceva a sopravvivere, tutta la serata, a quel rumore molesto e incessante di cubetti che si sgretolano? Come faceva a sentire cosa diceva la gente con quei ghiaccetti che si spiaccicano in continuazione sul metallo dello shacker?
– E tu invece cosa bevi?
– Un Gin Tonic. Un Gin Tonic per cortesia. Bello, semplice semplice.
– Ma vuoi la variant…
– Un Gin Tonic, per carità del Signore. Un Gin Tonic.
Basta a muovere le braccia Bro. Placati. Basta! Poi domani non puoi prendere in braccio tua figlia e dai la colpa al mio drink, dici che è stato l’ennesimo cocktail preparato in modo kalistenico che ti ha fatto venire il colpo della strega. Qual è l’anno in cui a Milano i cocktail kalistenici hanno preso il sopravvento? Da quando, per fare un cocktail è obbligatorio fare il Meneito? In tutta onestà, non so rispondere a nessuna delle domande precedenti.
Quando sono arrivato a Milano, vent’anni fa, bere e il concetto di bere, il metabere, se così possiamo definirlo, era parecchio diverso.

Nei primi anni a Milano il concetto di bere voleva dire comprare parecchie birre all’Esselunga e fare il tocco alla birra. Sempre per restare in zona luppolo, eventualmente, voleva dire andare alla Fontanelle, locale all’inizio dei Navigli di cui non conosco l’attuale stato di salute. Alle Fontanelle si beveva la birra in dei contenitori abnormi. Si prendevano quantità di birre fuori dalle misure convenzionali. A noi sembrava un qualcosa di esotico e irrazionale. Ricordo sempre che il background culturale ed esperienziale era Barletta, che non ha la stessa cultura etilica dell’Alta Baviera.
Non frequentavamo locali pettinati, perché anche questi, ovviamente, non ce li potevamo permettere. O meglio, rettifico, ce li saremmo anche potuti permettere, ma poi avremmo dovuto mangiare pasta col pesto senza pesto, quindi pesto col pesto. Tipo l’Eros degli anni duemila di Fuoco nel fuoco. Pesto nel pesto.

Quando invece la mia capacità di spesa nella città è aumentata, i miei venerdì sera sono iniziati a tingersi di alcool. Il tempio dove, festosi, inneggiavamo al Dio Bacco e tutti i suoi compari, per parecchi anni è stato il “Tango“. Il Tango era un locale sui navigli con bottiglie di alcolici terrazzate e un lungo bancone in legno scuro. Il tango era quel locale che faceva un po’ casa. Un luogo sicuro dove sapevi che avresti trovato sempre qualche amico e qualche fornitore di sostanze stupefacenti borghesemente impeccabile e intaccabile. Noi avevamo fatto del tango il punto di ritrovo scontato. Ci vediamo al Tango. Il Tango, per restare musicali, era il “Mario” di Certe notti del Liga. Non a caso, a causa di questa generale ineluttabilità di intenti che ci faceva convogliare sui tavolini verdi all’esterno del locale, almeno due rette universitarie al figlio del proprietario, gliele abbiamo pagate noi. Comode comode proprio.
Accanto al Tango c’era (forse c’è) un kebabbaro coopto egiziano dal nome programmatico: Abramo. Ad Abramo voglio un bene inusitato perché quando passo di là, raramente ormai, mi abbraccia e mi offre una Coca Cola o dell’acqua frizzante, in memoria dei vecchi tempi. Abramo mi ha sempre adorato, non ho idea del perché. È sicuramente una delle persone insieme a mia nonna e al messo del negozio dei miei zii, che mi ha voluto più bene in assoluto. Quando ero al Tango era un profluvio di: Ciao Signor Jorjo. Come stai Signor Jorjo? Vuoi qualcosa da bere Signor Jorgo? E questo accadeva più o meno giornalmente, visto che io stazionavo al Tango più o meno giornalmente. Ma soprattutto, stimavo e stimo Abramo per la quantità di prole che sfornava senza sosta. Ogni stagione c’era un figlio nuovo o già sfornato o in preparazione. Al momento credo si sia fermato a quattro.
 Il Tango ha chiuso qualche anno fa. Vederlo chiudere è stata una cesura generazionale. E a differenza di Mario del Liga, il Tango non ha riaperto, prima o poi. Cosa penserà la gente dei miei gusti musicali, dopo le citazioni di Ramazzotti e Ligabue, uno dietro all’altra, non lo so. Ho anche paura di saperlo.

Chi invece a Milano c’è da vent’anni e probabilmente resterà intatto e vigoroso per altri venti è il Mom. Il Mom è una birreria in Porta Romana, accanto cui, per anni, si è ritrovata una movida sfrenata. Non mi riferisco a una normale movida. A un normale assembramento di giovani in un dato punto della città, che causa i normali disagi alla circolazione e ai residenti. Parlo di una movida caotica, irrefrenabile, caciarona, danzereccia, vitale e indomabile. Questa movida impetuosa, (mi manca un solo aggettivo per superare il record di aggettivi per paragrafo di Salvini) vedeva il suo apice il giovedì. Non so per quale ragione, ma esattamente il giovedì sera, i giardinetti accanto al Mom producevano lo stesso grado di fumo e trambusto sonoro di Jamaa el Fna, a Marrakech. A differenza di adesso, i giardinetti non avevano alcun tipo di recinzione e venivano presi d’assalto da quasi tutte le categorie sociali, ad accezione dei residenti, giustamente esasperati. Ora che sto diventando vecchio, che sto iniziando ad apprezzare il silenzio, la quiete dei borghi e la campagna, mi chiedo come i residenti della zona abbiano potuto sopportare per così tanto tempo un baccano così focoso. Me lo chiedo, anche se per dovere di cronaca, lo so. Lo so perché per anni invece io ho abitato davanti al primo (e indimenticato) Rocket.

Il Rocket era un club, in Via Pezzotti, lungo e stretto, con una sala da ballo alla fine del locale. Sui muri della sala troneggiava la scritta: Vietato Ballare. Al di là del magnifico gusto dada e delle programmazioni musicali notevolissime, un giorno a settimana, il martedì, in via Pezzotti non si dormiva fino alle 2. La mia camera da letto era dall’altro lato della strada, io perciò ero parzialmente salvo dal baccano allucinante. Se qualche condomino della zona però, esasperato, avesse lanciato dei pomodori pelati sulla folla rumorosa fuori dal locale, io avrei solidarizzato con lui. Da quando il Rocket ha chiuso parecchi residenti hanno migliorato la loro qualità di vita, e soprattutto, hanno ripreso a dormire.

Dove c’era il Tango adesso c’è un altro locale. Non so neanche come si chiama. Non ho ancora superato il trauma.
Dove c’era il Mom adesso c’è sempre il Mom. Il giovedì però non sembra più di stare a Marrakech. Al massimo sembra Palermo.
Dove c’era il Rocket adesso c’è la sede della Camera di Commercio della Repubblica Dominicana.

Sarà l’età ma io ormai bevo molto meno e ormai, quando bevo, mi dispiaccio per le braccia dei baristi costretti a servire cocktails kalistenici.

20 anni a Milano – Food


Come ormai si è capito, una delle prime cose pratiche da dover affrontare nella nuova città era come e dove mangiare. Catalogatomi come inetto e ai primi rudimenti di cucina, non appena si poteva, mi rifugiavo in dei porti sicuri. Uno dei nostri porti sicuri era la trattoria da Gisella. Gisella era una di quelle trattorie di quartiere dove con dieci euro mangiavi: primo, secondo, contorno e caffè. Sul serio però. Le porzioni erano da operai specializzati, porzioni da chi si sveglia alle cinque del mattino e alle undici mangerebbe qualche suo parente a caso. Non a caso infatti, a volte, dopo la prima portata, bisognava chiedere pietà. Io, noi, difficilmente avevamo pietà, anzi, se fosse avanzato qualcosa dai piatti altrui l’avremmo rubato. Con nonchalance e grazia, ovviamente. Eravamo senza una lira, affamati e con un appetito che avrebbe triturato anche la retorica di Vannacci. Ero a una distanza siderale dal mio attuale quasi vegeterarianesimo, del poco alcol e solo nel weekend e dalla pasta serale vista come un affronto al sacro metabolismo. Mangiavamo anche le pietre. E con gusto.

Una domenica di primavera, ad esempio, eravamo certi di aver cucinato dei tortellini in brodo, ma ci accorgemmo solo una volta a tavola, col primo boccone già ingerito, che la polvere rossastra buttata nell’acqua non era brodo liofilizzato bensì peperoncino. La cosa particolarmente interessante è che non solo mangiammo tutti i tortellini ma due degli astanti al tavolo si contesero i quattro tortellini che l’altro commensale aveva lasciato nel piatto (dopo aver raggiunto un grado di temperatura corporea superiore alla Death Valley a mezzogiorno).

Una delle tappe fisse, di domenica sera tendenzialmente, era il kebab. Non voglio aprire adesso l’annosa questione del panino vs piadina, del “con o senza cipolla”, del “con o senza piccante”, della pronuncia kebab con la “b” o con la “p” finale. Ho visto solide amicizie sgretolarsi per molto meno. Soprattutto, era frequente avere amici o commensali che riuscivano a sopravvivere indenni alla notte dopo aver mangiato pizze kebap. Se io adesso mangiassi una pizza kebab dovrebbero ricoverami in neurologia.
 
Sempre per restare in tema specialità meneghine, a Milano, vent’anni fa, mangiai il mio primo sushi, in via Pomponazzi. Anche qui, eravamo talmente poco avvezzi all’asiatico che decisi di mangiare una pallozza di wasabi in un sol boccone. Fu U., il mio astuto coinquilino a esortarmi a farlo, ridendo fino allo svenimento nel vedermi violaceo dopo aver ingerito il boccone. Oppure Marco, che tra una portata e l’altra chiese, per favore, un po’ di pane da accompagnare al Sashimi. O i miei stessi genitori, anche loro poco avvezzi alle interazioni con il cibo asiatico e nipponico; con mio padre e la sua proverbiale pazienza, che dopo tre tentavi falliti nel prendere il cibo, scaraventò sul tavolo le bacchette gridando: “come si usano ste cazzo di bacchetteeeeee”.

Ad ogni modo, oltre ai due piatti sacri della tradizione milanese, sushi e kebab, sicuramente Milano era piena di ristorantini carini, come lo è adesso. Io però non li conoscevo e di conseguenza, non ci andavo.

Adesso invece, dove c’era Gisella c’è un negozio che vende prodotti per ufficio. Come faccia a campare, onestamente non mi è chiaro.  
Dove c’era il Kebab in via Meda, adesso, c’è lo stesso Kebab, con sempre lo stesso gestore. Solo loro, sono stati in carica più a lungo dell’ultimo governo Meloni.
Al posto del Sushi in via Pomponazzi c’è un bar/libreria.

Intanto, il cibo è diventato food. A volte il food è anche porn. Se prima lo chiamavi fast, adesso, a volte, è dopo truck. Si fanno molto spesso brunch. Si bevono parecchi macha. Si tende spesso a essere green. Eventualmente anche veg. Nel dubbio, a volte, gluten free. Si paga molto il cibo Thai e il tutto deve sempre essere wow.

Della serie, vent’anni fa non stavamo messi bene. Adesso però, forse, non siamo messi meglio.

20 anni a Milano – La Iulm


Il primo impatto che ebbi con la Iulm, ancor prima di conoscere il corpo docenti fu con il suo edificio e posso dire che fu positivamente devastante. Dei palazzi così belli, così puliti, con così tante scale mobili io non li avevo mai visti. Si ricordi che io venivo da Barletta, che non era di certo Nairobi ma neanche Los Angeles.
(Un saluto, ovviamente, agli amici di Nairobi e agli amici di Los Angeles.)
L’impatto economico invece che, in questo caso i miei genitori, ebbero con la Iulm, fu altrettanto devastante, temo. Me ne resi conto quando il giorno dell’immatricolazione vidi uscire entrambi, dagli uffici amministrativi dell’università, con delle macchie rossastre all’altezza dei reni.
– Cosa avete là?- chiesi in maniera un pò naif.
– Ma niente… – risposero entrambi – Avevamo finito il blocchetto degli assegni e abbiamo pensato di dare due reni in pegno. Ne abbiamo dato uno io e uno tua madre. Così, in caso, ne abbiamo ancora qualcuno per l’università di tuo fratello o di tua sorella.
(Un saluto, ovviamente, anche ai reni di mio padre e di mia madre.)

A parte gli scherzi, il pagamento della retta del primo anno fu economicamente impegnativo soltanto perché uno dei miei zii decise di cambiare residenza ed entrare nel nostro nucleo familiare (e nel nostro Isee). Il fine era risultare residente vicino la parrocchia, di fronte a casa nostra, dove si sarebbe voluto sposare. Il trick gli riuscì abbastanza bene. Riuscì effettivamente a sposarsi nella parrocchia prescelta e i miei genitori, nonostante fossero diventati mono-rene, riuscirono a prendere parte alla cerimonia.
(Un saluto ovviamente anche a mio zio e alla parrocchia prescelta).

La Iulm, dicevamo, era un posto fatato. Per un ragazzetto della provincia pugliese era un Luna Park estatico. C’erano troppi stimoli che non ero abituato a processare. C’erano le ragazze. Una marea di ragazze. Ragazze di tutte le regioni, di tutte le nazionalità, di tutti gli accenti, di tutti i laghi, di tutti i luoghi. Non ho dubbi che su alcune di queste, io e i miei amici terroncelli, destavamo la stessa impressione che i Nani facevano agli Elfi quando accidentalmente si incrociavano nella Terra di Mezzo. Tra una lezione e l’altra, alcune di queste figure angeliche ci parlavano di weekend in Toscana e di gite in montagna. Noi ascoltavamo e basta, non potendo invece raccontare nulla dei nostri weekend. Al massimo eravamo stati in Viale Toscana, all’MD.
Quando ogni tanto riuscivamo a farci guardare, queste figure elfiche ci guardavano con tenerezza, con affetto, come un proprietario terriero fa con il gestore del suo maneggio. Tra tutte queste ricordo Noemi. Era una ragazza siciliana dagli occhi chiari. Ci innamorammo tutti di lei, più o meno nello stesso minuto in cui la vedemmo per la prima volta. Non era particolarmente ricca, né eccessivamente snob. Era soltanto eterea e angelica. A metà della triennale sparì, quasi senza lasciare traccia di sé. Per anni tutti l’abbiamo cercata su tutti i social, cercando di capire dove e come stesse. Nessuno l’ha mai più trovata.

Oltre le ragazze c’erano i ragazzi, come è ovvio che sia, altrimenti la Iulm sarebbe stata “Non è la Rai”.
Uno dei ragazzi che più avrebbe segnato l’immaginario degli iscritti della mia generazione fu Perimetro. Perimetro non era uno studente. O forse lo era ma di sicuro non aveva la nostra età. Era molto più grande di noi. Si chiamava così perché ogni giorno, dalle 18:00 in poi, arrivava al terzo piano, leggeva i suoi libri e iniziava a percorrere l’intera planimetria del terzo piano, facendo dei giri sistemici attorno al ballatoio rettangolare del piano. Era un movimento continuo, instancabile, quasi in trance, fatto tra l’altro con un libro in mano. Nessuno sapeva chi fosse, nessuno sapeva come si chiamasse, a parte le guardie immagino, eppure era un complemento d’arredo, in movimento, dell’università.

C’era anche Michigan, oltre a Perimetro, che ha riempito interi bancali di racconti.
Michigan si chiamava così perché dopo una partita di calcetto sostenne che qualcuno gli avesse rubato la felpa del Michigan, regalata da un suo zio, del Michigan appunto, a cui lui teneva molto. Non era nostra abitudine rubare felpe del Michigan, cercammo di spiegarglielo in tutti i dialetti, ma lui non volle sentire ragioni e da lì, per un’ora intera, proruppe con un lamento in abruzzese: la mi felpa dè Michigan. La mi felpa dè Michigan. Diciamo che il soprannome se lo scelse da solo.
Che Michigan sarebbe stato indiscusso protagonista del triennio lo capimmo il primo giorno, quando alla prima lezione in assoluto, del primo corso in assoluto, al primo banco in assoluto prese posto, in ritardo, vestito con: abito bianco, maglietta nera e diamantino all’orecchio dalla grandezza di un motoscafo. Bastarono poche settimane di frequentazione per vivere la sua trasformazione da idolo delle folle a meme vivente (nonostante i meme non esistessero ancora). Accadde quella notte in cui decise di portarsi una televisione marroncina, con tubo catodico, di una cinquantina di chili, in braccio, dalle Colonne a Famagosta.
Lui, proprio lui, il nostro Michigan, il giorno dopo, ci disse che purtroppo però la televisione non funzionava. Coincidenze? Io non credo. cit.
 
C’è un’espressione che in ambito aziendale si usa molto. Di solito, verso la fine dei workshop, quando il relatore ha mostrato l’ultima slide mostra i “So What“. Di solito, quando sa che nelle riunioni ci sono parecchi C.Level, anche per legittimare il loro utilizzo del telefono entro i tre minuti e mezzo, questi “So What” vengono mostrati all’inizio.  Che sia all’inizio o alla fine però, solitamente, il relatore dice con fare sornione, mostrando la slide dei “So What”: Cosa ci portiamo a casa? È un’espressione bizzarra, che spesso mi fa sorridere, immaginando me che porto a mio figlio e mia figlia sei distinte Personas per degli ipotetici User Journey. O che torno a casa e dico: Amore, oggi ho portato un po’ di Awareness. È fresca fresca. L’ho presa grazie al budget di HeadQuarter. Sorrido perché questi sarebbero alcuni dei So What che potrei portarmi a casa, dopo una riunione.  

Se dovessi tirare una somma della Iulm, dei tre anni passati alla Iulm invece, oltre a professori e lezioni incredibili, quello che mi sono portato casa sono stati gli amici di una vita. Tre, dei miei attuali e migliori amici, li ho conosciuti proprio lì, alla Iulm. Sono stati loro i miei “So What”.
Quegli amici che in caso di bisogno, come per la televisione di Michigan, trasporteresti in braccio da Famagosta alle Colonne. Con la differenza che la loro amicizia e il loro affetto, il giorno dopo e per una vita a venire, continuano a funzionare.

20 anni a Milano – Milan l’è un gran Milan


– Se vuoi studiare comunicazione devi andare a Milano. A Roma so tutti: volemose bene, a Bologna, solo feste e festini. Se vuoi studiare e poi vuoi lavorare, devi andare a Milano.
Furono queste le parole dette da mio padre, in cucina, in una giornata feriale di settembre, che accreditarono Milano come meta della mia futura vita universitaria. Mia madre era concorde, ma non particolarmente felice all’idea che il suo figlio maggiore lasciasse definitivamente il nido di casa.
– Laureati a Bari, in Giurisprudenza, poi si pensa…
Anche mio zio, avvocato, desiderava lo stesso. Anche un altro zio, idem. A casa mia si pasteggia a pane e Diritto Commerciale, come si può intuire.
Ad ogni modo fu deciso. Avrei iniziato il mio percorso di studi a Milano,  alla Iulm per la precisione. Prima di trasferirsi però a Milano c’era solo un piccolissimo scoglio da superare: trovare casa.

– Quando si viaggia, è importante partire comodi e leggeri – sempre mio padre che pronunciava queste parole con me stipato come un confetto in una BMW aziendale zeppa di campionario. Ero pronto a vedere un nuovo orizzonte, in quel momento però non riuscivo a scorgere neanche la nuca del guidatore e del passeggero, che era mio padre, per l’appunto.
Le prime case viste a Milano le vidi proprio con lui. Ci muovevamo in metro o in taxi in quartieri e fermate Metro che mi sembravano mondi paralleli. Non ricordo assolutamente in che zona fossero, non avevo la benchè minima cognizione della città. Di quegli appuntamenti ricordo solo una stanza doppia, da affittare con uno studente d’ingegneria, in sovrappeso e un po’ puzzoso.
– Ti è piaciuta la casa che abbiamo visto – mi chiese mio padre.
– Non proprio – risposi, fin troppo buono. A distanza di vent’anni posso dirlo: era un cesso di casa.
Quella prima sortita alla ricerca di un alloggio non produsse i risultati sperati. C’era da venire con più calma e da cercare, con calma ancora maggiore, una casa. Bisognava trovare un’anima pia da cui appoggiarsi per qualche settimana, per poi scandagliare tutte le bacheche delle università.  Quelle, al plurale, anime pie da cui appoggiarmi furono Giuseppe e Michele.

Entrambi studenti, entrambi più grandi di me, mi offrirono il loro divano letto per qualche settimana, facendomi vivere il turbinio degli affitti di Milano Sud. Vivevano in uno basso di Via Bonghi. I loro letti davano sulla strada ed erano chiusi da una saracinesca. Quella saracinesca, nei molti anni in cui ho frequentato la casa, io non l’ho mai vista aperta. Agli amici e ai curiosi, che mi chiamavano o mi mandavano un sms, chiedendomi dove stessi vivendo, rispondevo che ero a Milano ma che dormivo nella Bat-Caverna di Gotham.
Milano vent’anni fa era una città molto diversa. Il mondo, vent’anni fa era un mondo molto diverso. A Milano la Darsena era un acquitrino e l’Italia non solo partecipava ma addirittura vinceva i Mondiali, tanto per dire due cose a caso.

Io vivevo la città al pari di un esploratore che si imbatteva per la prima volta in delle isole Vergini e osservavo tutto con una vorace curiosità: le vie, i monumenti, i modi di dire. Ad esempio, un po’ per vezzo un po’ con un orgoglio sentivo pronunciare dalle persone a cui dicevo che sarei stata una futura matricola, l’espressione: Milan l’è un gran Milan. È da venti anni che mi chiedo il senso di una frase del genere e soprattutto la trasposizione della stessa su altre città d’Italia: Urbino l’è un gran Urbino, oppure: Marzamemi l’è un gran Marzamemi.
Insomma, ero molto sbarbato, confuso, elettrizzato e felice.
E dopo venti anni in città, nonostante una diversa market share degli aggettivi, lo sono ancora.

Instagram d’estate fa schifo.


Instagram d’estate fa schifo. I miei contatti sono tutti al mare. O in montagna. Sorridono singolarmente. Sorridono in coppia. Sorridono sempre. Non hanno problemi. Sono stra felici. Se la loro felicità non fosse una costante statistica, potrei anche prenderla per buona.
Instagram anche d’inverno, ad essere onesti, fa abbastanza schifo. Sono tutti felicemente nei loro caldi giacigli, con l’albero e le lucine in background. Hanno tutti dei maglioncini rossi, terrificanti. Molti addirittura li indossano in coppia, come se fosse una cosa socialmente permissibile.
Instagram mi fa schifo anche in primavera. Anche in autunno. Instagram mi fa schifo sempre, se devo essere sincero. Per questo motivo, da gennaio, l’ho cancellata dal mio telefono. Quando devo postare qualcosa (tendenzialmente la Brace Accesa, le foto con le scritte o dei video bislacchi) la riscarico, pubblico i post, mi innervosisco come una bufala in un vernissage e la ricancello.

Anche Facebook d’estate fa schifo. L’unica differenza con Instagram è che da gennaio Facebook l’ho riscaricata soltanto una volta. O due. Massimo tre.
Mentre Instragram però mi provoca una violenza indotta, provocata  dall’omologazione di massa, della felicità fittizia ed esasperante e dalla mia incapacità di staccarmi dalla fruizione di contenuti di cui non mi interessa nulla, su Facebook sono io l’artefice della mia rabbia. Per mesi e mesi, su Facebook, ho scritto cose per pura bramosia di likes. Scrivevo non per il puro piacere di scrivere bensì per verificare a quanti piaceva quello che stessi scrivendo. All’inizio lo facevo distrattamente, quasi senza accorgermene. Poi ho capito di esserci dentro fino al collo. Da gennaio quindi: ciao ciao bambina.
E poi, per dovere di cronaca, Facebook mi fa schifo anche in inverno. E in estate. E in primavera. Sempre.

Tik Tok non ce l’ho. Né voglio averlo. Come il Covid insomma.

Linkedin ce l’ho. Lo uso spesso. Lo uso troppo. Quasi due ore a settimana. Quasi sempre senza motivo. Lo uso come strascico della dipendenza di Facebook e Instagram. Mi ritrovo spesso a scrollare cose di cui non mi interessa niente. Post di persone tendenzialmente con le braccia conserte. Perchè su Linkedin hanno tutti le foto profilo con le braccia conserte? Non riesco a capacitarmene.


A parte la dipendenza da Linkedin, sulla quale credo che interverrò a breve, vivere senza social network è bellissimo. Magari solo per qualche giorno, ma è qualcosa che io consiglio a tutti. Non ci si libera dalla dipendenza dal cellulare ma lo si usa leggermente di meno. Quel poco che ti aiuta ad osservare di più.
Tra le tante cose ad esempio, osservi che in una conversazione di gruppo, seduti ad un tavolo, nessuno ormai riesce a non prendere il telefono dopo 5 minuti. Osservi che spesso colui che prende il telefono lo ha fatto per abitudine, non per una reale esigenza; dopo qualche secondo il telefono verrà rimesso al suo posto. Osservi che non è un problema soltanto della tua generazione. Succede lo stesso con le persone più grandi di te, tipo quelli che hanno l’età dei tuoi genitori. Succede lo stesso con le persone più piccole di te. Succede con tutti. Ed è abbastanza triste.

Volendo si potrebbe rincarare la dose ed entrare nel merito: della polarizzazione delle opinioni, delle informazioni non verificate (aka propaganda), della possibilità di controllo da parte di entità governative, dell’erosione collettiva della soglia dell’attenzione, della perdita, da parte degli adolescenti, della visione laterale. O di come nell’immediato, probabilmente, diverrà necessaria una sempre maggiore forma di regolazione per l’accesso alle piattaforme. Certo, si potrebbe.
Io adesso però devo verificare un attimo quanti miei amichetti stanno sorridendo in spiaggia, felici. Non credo di aver tempo e di potermi esprimere a riguardo.   

Recensioni non richieste | 1 | Il Giovane Holden


Quando eravamo piccini, alle scuole superiori, io e il mio amico Vladimir non eravamo delle cime. Eravamo simpatici, burloni, disponibili, certo, ma non esattamente quei tipi di alunni che speri ti passino la versione di latino o greco. Anzi, a volerla dire tutta, noi eravamo quelli che la versione l’aspettavano. Sempre.

Io e Vladimir, alle superiori, facevamo solo una cosa: leggevamo. Avevamo creato una sorta di patto con i professori. Noi ci privavamo dell’agio degli ultimi banchi, evitando così di fare troppo i monellacci, ricevendo però in cambio il permesso di leggere dei libri durante le ore di lezione.  
Ora, detta così può sembrare un pò troppo radicale. Non è che leggessimo E BASTA. Facevamo anche tante altre cose. Diciamo però che una quota parte delle “ tante altre cose” era sicuramente leggere.
In quegli anni ricordo di aver letto una cifra spropositata di libri. A scuola e a casa.  Ero, come Vladimir, onnivoro. Spaziavamo dai classici della letteratura russa alla beat generation americana. E cosa succede quando leggi i classici della letteratura russa a quindici anni? La risposta è pressocchè scontata: non capisci un cazzo.  
Tra i libri letti a quindici anni c’era anche Il Giovane Holden di J.D.Salinger. E in queste vacanze di Natale, visto che ho avuto degli intoppi ai programmi stilati, ho fatto una cosa che non faccio mai. Ho riletto un libro già letto.  Il Giovane Holden, per l’appunto.

Iniziamo dicendo alcune cose su “Il Giovane Holden”.
La prima: del libro letto 19 anni fa, a 15 anni, non ricordavo niente. È stata una scoperta scioccante. Non ricordavo la trama, i personaggi principali, il prologo, lo svolgimento, l’epilogo. Niente. Quindi rileggere i libri, dopo un pò, tutto sommato è cosa buona e giusta.

La seconda: non ridevo così tanto leggendo un libro da anni. Lo scrittura del libro, giovanile, diretta (parliamo di un testo del 1951) ti mette letteralmente affianco a Holden Caulfield, un sedicenne un pò schizzzato in lotta coi suoi labirinti mentali, in una New York di fine dicembre. L’utilizzo di espressioni gergali e di una stesura molto vicina al parlato rende la lettura immediata. Inoltre, la chicca su cui ogni volta ho riso come un matto è che ogni personaggio è preceduto da un “vecchio/a”. La sorella di Holden è la vecchia Phoebe. Il professore saggio a cui Holden chiede aiuto è il vecchio Antolini. A volte sembra che il tutto sia ambientato a Bassano del Grappa e non a New York.

La terza: Il giovane Holden, a detta di tutti, è un capolavoro della letteratura americana. Non lo dico io, lo dicono tutti. Nel caso quindi doveste e voleste comprarlo, sentitevi rincuorati dal giudizio di tutti e non solo da quello di Giorgio Damato.

La quarta: la vita schiva e misantropa dell’autore, J. D. Salinger, e il successo ottenuto dopo la pubblicazione, rendono il libro un vero e proprio feticcio della cultura occidentale.

Sulla trama invece, infine, non dirò niente, altrimenti che gusto c’è a leggere il libro?

E comunque, nonostante non fosse un approccio canonico alla quotidianità scolastica, il leggere molti libri (e lo scrivere) ha fatto sì che il mio amico Vladimir al momento sia il miglior drammaturgo Under 35 in Italia. E tra l’altro, si chiama Fabrizio, non Vladimir. Ma questa è un’altra storia.
Linkino

ELSA SPINACI – S1 E9


IL NIPOTINO GIANCARLO

È da qualche giorno ormai che Elsa Spinaci, giovinastra ottantenne del mio condominio, ha inserito la mascherina nel daily-street outfit. La indossa sempre. Ligia alle disposizioni regionali. Quando scende per buttare l’umido, quando va a fare la spesa, quando Jerry, in portineria, le consegna Famiglia Cristiana. La indossa anche in casa. Ogni tanto la vedo sul balcone, un piano sopra il mio, a scrutare il cielo inerte, con la mascherina.
– Sa, signor Giorgio, le precauzioni non sono mai troppe – mi ha detto l’altro giorno, quasi a volersi giustificare per l’eccesso di zelo.
Suo marito Attilio invece, u chin d merd: niente. Non la indossa mai. Ne è sempre sprovvisto. Quando lo incrocio in condominio, claudicante e in affanno, è sempre smascherato. Ma d’altronde, cosa ci si può aspettare da nu chin d merd? Questa pandemia ci sta insegnando tanto sulla resilienza, sulla forza di volontà, sulla tenacia e la fratellanza disinteressata. Ci sta però anche sensibilizzando verso un sano disprezzo per i vecchi di merda. Basta pietas e buonismo per questa categoria sopravvalutata. Va detto: Attilio Spinaci è degno di rappresentante di questa categoria. Quindi nei suoi confronti solo estremo realismo: Attilio, sei nu chin d merd. Ecco!

Incrocio Elsa in ascensore. Il nostro luogo del cuore. La scatola meccanica in cui condividiamo confessioni, segreti e microbi. Come ogni losca storia d’amore che si rispetti.
– Signor Giorgio, oggi è una giornata speciale.
– Perché Elsa? – rispondo così, un po’ sfrontato. Senza nemmeno darle del “lei”.
– Beh, per due motivi. La prima è che domani è Pasqua. Ah, a proposito… ha ripreso a credere in Dio?
– Inizio a maggio. Glielo prometto.
– Bene. Dicevamo, il primo perché domani è Pasqua e il Signore Iddio risorgerà e magari sconfiggerà anche il virius.
– Certo…
– Il secondo è perché finalmente verrà a trovarmi mio nipote Giancarlo.
– Ah! Che meraviglia. Suo nipote Giancarlo. – rispondo, cercando di scordare i concetti di distanziamento sociale e le esortazioni pubbliche all’isolamento domiciliare.

A questo punto le porte dell’ascensore si aprono, tuttavia l’isolamento forzato, il palese amore di una nonna verso il nipote o chissà quale allineamento cosmico mi tengono attaccato al Elsa, che di suo nipote vuole raccontarmi: tutto. Ripeto: tutto.
– Ha sedici anni. Frequenta il liceo scientifico Einstein. Suona il pianoforte. La sua fidanzata si chiama Emma. È una ragazzina molto bella. Anche di buona famiglia. Gioca a tennis, no Emma, mio nipote dico, Giancarlo. Ha dei capelli biondi, corti e degli occhi verdi.
– Signora Elsa…
– A scuola prende ottimi voti. Ha una passione per la matematica, in particolare per l’algebra. A detta di suo padre e sua madre, che è mia figlia, dovrebbe prendere gli stessi studi del nonno Attilio (u chin d merd) in ingengneria magari…
– Signora…
– Magari non proprio in ingegnera edile, ma in un’altra branca. Oggigiorno, mi diceva mio marito Attilio (u chin d merd) vi sono parecchie specializzazioni in ingegneria, infatti…
– SIGNORA SPINACI! Deve lasciare la portiera dell’ascensore. Altrimenti nessuno può chiamarlo.
– Ah! Ha ragione. Che sciocca che sono… – nello stesso istante Elsa Spinaci molla la presa e la porta dell’ascensore, con il suo movimento volutamente diluito, si richiude su se stessa. – Va bene signor Giorgio, la lascio. Magari continuiamo la prossima volta. Ci sono ancora molte cose che vorrei raccontarle su mio nipote Giancarlo. Che ne dice?
– Signora Elsa, non vedo l’ora. Davvero. Nel frattempo però me lo saluti, insieme a suo marito Attilio e a tutto il resto della sua famiglia.
– Buona Pasqua signor Giorgio. A lei e ai suoi cari.

L’ascensore si muove verso i piani superiori. Chiamato da qualcuno che in questa vigilia pasquale, di Giancarlo, delfino di Elsa Spinaci, giovinastra ottantenne del mio condominio, non sa ancora nulla.

ELSA SPINACI S1E8


GERRY

Non è che i rapporti tra di noi fossero iniziati in maniera pacifica. Anzi…
– Oberai rotto muro. Voi bagare. Adesso. – Sei parole d’accusa e nessuna possibilità di replica. Queste le frasi di benvenuto ricevute da Jerry, il nostro portinaio con la collezione di gilet più vasta del globo.
È col passare del tempo che le cose sono migliorate, stabilizzandosi su una linea amicale tendente all’idilliaco. Ogni giorno, da qualche mese ormai, è un tripudio di: Eh eh signor Sjoorgio, come va? Eh eh signor Sjoorgio è arrivata lettera. Tutto rigorosamente in una lingua particolare. Nella lingua di Gerry.

– Eh eh signor Sjoorgio, buonjorno. Sai cosa mio figlio fatto ieri?
– Ciao Gerry, buongiorno. No, che è successo?
– Una sciallenj?
– Una che?
– Sciallenj, signor Sjoorgio, come si dice? Sfida… Sciallenj.
– Ah certo Jerry. Una challenge… E in cosa consisteva questa challenge?
– Dobbiamo fare gabriola su letto e poi dobbiamo dire una frase.
– Cioè?
– Chi è cioè?
– No Gerry, volevo dire, cosa dovete pronunciare? Qual è la frase che dovete dire?
– Ahhh, ho capito. Eh eh. Una frase in arabo.
– Sì, ho capito anche quello, che frase?
– Man yafeal alshaqlubat ladayh quat al’asad warashaqat alfahd
– Che in italiano significa?
– Significa: chi fa la gabriola ha forza di leone e agilità di ghepardo.
– Ah, bellissima. È un proverbio della tua terra?
– No. Di videogames.
– Ah ok… Ma tu Gerry l’hai fatta questa challenge? Hai fatto la capriola con tuo figlio?
– Noooo signor Sjoorgio. Io ho erni.
– Che hai?
– Dolore qui. (indicando l’addome)
– Hai l’ernia?
– Sì. Ernia. Però fatto mio figlio la sciallenj.
– Ah bene.
– Eh eh, no bene signor Sjoorgio. Mio figlio fatto gabriola e poi caduto da letto. Testa un po’ sbaccata però su youtube biaciuto un sacco. Un sacco, signor Sjoorgio. Eh eh. Molti like. Molti commenti.
– Ma scusa, lui si è spaccato la testa e poi ha caricato un video su youtube, con la testa spaccata?
– No signor Sjoorgio. No brobrio sbaccata sbaccata. Solo poco sangue. Però aveva ragione mio figlio… Lui mi ha detto: Papà, questo video un sacco di like. Questa sciallenj super famosa. E infatti, aveva ragione. Ora sciallenj super famosa. Ora lui famoso. Ora lui infuens delle sciallenj. Eh eh…
– Pazzesco Gerry.
– Eh sì signor Sjoorgio. Bazzesco.
– Salgo Jerry. Vado a pranzo.
– Ciao signor Sjoorgio. Fai anche tu la sciallenj oggi?
– No Gerry, oggi faccio la pasta al forno. Sono andato al supermercato apposta.
– Mmm… bella signor Sjoorgio. Buona. Buon branzo allora.
– Ciao Gerry buona giornata. Fai il bravo.
– Eh eh – risate compiaciute e birichine – io sempre bravo signor Sjoorgio.

ELSA SPINACI S1E3


Il VIRIUS

Non è una vera domenica se non faccio almeno un tragitto in ascensore con Elsa Spinaci, giovinastra ottantenne del mio condominio.

Stamani Elsa, come tutti d’altronde, era un po’ preoccupata dal Corona Virius. Lo nominava proprio cosi: Virius. Sa, signor Giorgio, mi ha detto nel tragitto dal piano terra al quarto piano, questo Corona Virius mi fa davvero paura. Sino ad oggi ha tratto a sé solo gli anziani.
Ho cercato di consolarla dicendo che con le dovute precauzioni non ci sarebbero stati problemi ma lei, all’altezza del secondo piano ha ripreso: guardi, signor Giorgio, ma se devo essere proprio onesta è per mio marito che ho molta paura. Non per me. Attilio, mio marito, ha già avuto 1 infarto, 2 cataratte, ha un femore in precarie condizioni e un fortissimo raffreddore. Non vorrei che il Virius Corona me lo tolga proprio adesso, prima che a maggio compia 86 anni.
Si sono aperte le porte dell’ascensore, ho fatto pressione sulla porta ed aiutato Elsa ad uscire con la sua piccola busta della spesa. Congedandomi, avrei voluto dirle: Signora Spinaci e quando pensa che la morte potrà finalmente sottrarle suo marito Attilio? Al compimento del suo centotrentaseiesimo compleanno? Tra quarant’anni?

Ma mi sono limitato ad un: buona domenica signora Elsa. Si guardi bene dal Virius.

Perchè da piccino non mi avete portato dal logopedista?


Ricordo i ramarri marroni
e l’orrore che suscitavano in me
ripetuto tre volte:
orrore orrore orrore
per aver visto quel ramarro marrone.

Ricordo il ruvido errare
senza orario
senza arrivi
senza reietti eroi
su eretiche rive. 

Rivivo il ricordo
di quando chiamavo
la mia amica alle superiori
Aurora Pierro
e chissà perché
non si girava mai.

Rivedo la reazione
della cassiera
a cui chiesi una crepes con: crema di marroni.
Con cosa? Marroni.
Cosa? Marroni, crema di marroni
Con crema di ? Signora quella, quella lì. Potevate però scrivere castagne…

E rivivo ripetutamente
purtroppo
l’eccessivo ardore
di gente che mi sente
mi dice hai la r moscia?
e mi assicura che pronunciarla
è semplice semplice.
Basta mettere la lingua sotto il palato
proprio qui
e poi muovere la lingua, ripetutamente, velocemente
facendo uscire il seguente suono:
rrrrrrrrrrrrrrrrr.

Non è tanto per
i ramarri
per il ruvido errare
o per la crema di marroni
ma è per questo episodio di irreale impotenza
che ogni volta mi chiedo:
perché da piccino non mi avete portato dal logopedista?