Ci stancheremo
un dì
dei cmp
dei cpm
dei cerca vert
degli F5
e scapperemo
nelle campagne
negli uliveti
nelle foreste
a coglier fiori
a fare l’uva
o dei formaggi
e capiremo
in due secondi
che siamo inetti
e torneremo
nei nostri uffici
a far riunioni
a mandar brief
chiamare in call
maledicendo
quel dì nefasto
che ce ne andammo
nelle campagne
negli uliveti
nelle foreste
a coglier fiori
a fare l’uva
o dei formaggi
visto che intanto
noi nel frattempo
ci trasformammo
in dei poveracci.
Mi prenderanno i terroristi magari
e mi faranno male forse
e mi faran soffrire tanto
o mi faran saltare in aria puff
Ma mentre tutto ciò avviene
io avrò visto
un sacco di film ed un sacco di concerti
e avrò fatto all’amore in un sacco di posti ad un sacco di ore in un sacco di modi.
Avrò fatto
un sacco di bagni in un sacco di mari con un sacco di pesci ed un sacco di tuffi da un bel sacco di scogli, spogli.
E avrò avuto
un sacco di grazie un sacco di bravo un sacco di fuck più grosso dei grazie.
E avrò visto spero
un sacco di posti del mondo volendoci stare e volendo pagare la gente del posto in nero.
Quando quindi
sarò in aria
deflagrato o torturato
griderò come un pazzo
inveirò: merda, cazzo
a morire non son pronto
anche se
fino ad ora
mentre muoio
o salto in aria
dannazione
son contento.
Negli anni ’90 e nei primi 2000 tutti gli immigrati presenti nella mia città, a prescindere dalla loro effettiva nazione d’origine, venivano chiamati: marocchini. Faceva poca differenza se fossero, egiziani, tunisini, somali o eritrei. Tutti venivano annoverati nel mare magnum razziale dei marocchini. A dire il vero, molte volte anche dei: “marrocchini”, equipaggiati foneticamente, contro la loro volontà, sia di due giuste “c” che di due erronee “r”.
Il primissimo ricordo che mi lega ai marrocchini (da qui andrò con la versione local, rafforzata delle consonanti non richieste) fu quando a mia madre rubarono il portafogli al mercato comunale, in un sabato mattina di marzo. Tutti ci convincemmo che fossero stati i marrocchini, nonostante i Ris di Parma non fornirono e non hanno ancora fornito prove lampanti in merito.
Il secondo ricordo dei marrocchini invece, mi riporta con nostalgia alla figura di Kaled.
Kaled era un pizzaiolo (marocchino) che lavorava nella pizzeria accanto casa. Fece la fortuna del proprietario nei primi anni di creazione
Era bravissimo nel suo lavoro e molto in gamba con gli avventori. A un certo punto però, come tutte le storie belle, il marrocchino Kaled (che era tunisino) litigò con degli altri marrochhini (che erano algerini) e fu costretto ad andare via.
La notizia fece il giro del quartiere e fummo tutti dispiaciuti dell’addio di Kaled. Era simpaticissimo, era perfettamente integrato nel tessuto sociale, parlava addirittura dialetto e cosa non trascurabile: faceva una pizza meravigliosa.
Kaled restaurò l’immagine negativa che i marrocchini si erano guadagnati nell’alveo dei nostri vissuti di provincia. Da Kaled, mai al mondo ci saremmo aspettati un furto di un portafogli. Neanche i Ris di Parma l’avrebbero mai immaginato…
Tanto fummo tristi per l’addio di Kaled, altrettanto ridivenimmo felici quando dopo qualche anno Kaled ritornò a Barletta.
Nel frattempo era stato a casa (in Tunisia, non in Marocco) aveva aperto una pizzeria, l’aveva venduta ed era ritornato nella città in cui aveva lasciato il cuore, oltre a tanti amici marrocchini. Kaled aprì una pizzeria a Barletta, per conto suo.
In pizzeria da Kaled lavoravano due persone : sua moglie e Valentino.
Valentino veniva a scuola con me. Aveva perso un anno e ce l’eravamo trovati al primo liceo. Era bassino, simpaticissimo, ambiva ad essere ribelle e sfrontato ma aveva l’animo buono come un carpentiere coccolone. Noi lo chiamavamo Valendog, perché simile a Dylan Dog (con qualche centimetro in meno). Kaled invece lo chiamava: Vhlhntinhhhh.
Quando Kaled chiamava Valentino, tutti noi sorridevamo. La pronuncia delle vocali strozzate producevano un suono magico e irripetibile. Tutt’oggi, quando sento nominare Valentino, io non associo né il motociclista nè la festa consumistica che ha rovinato milioni di coppie nel mondo. Ogni volta che sento quel nome io penso a Valentino Chieco, in arte Valendog, e più precisamente a come veniva chiamato quando lavorava da Kaled: Vhlhntinhhhh.
Non abito più stabilmente a Barletta dal 2006. Da 12 anni non ho notizie di Valentino. Non so dove sia, come stia, se vive a Barletta o se vive altrove. Non so se ogni tanto va a trovare Kaled. Non so nulla di lui, da più di 12 anni. Da qualche giorno però vedo la nuova campagna di: Valentino, brand di moda planetario.
I modelli voluttuosi con i volti languidi e le lettere del marchio senza vocali (che presto saranno un ashtag) per me continueranno a farmi pensare ad una sola cosa.
Non mi indurranno a comprare cappotti rossi o a visitare ecommerce con prezzi faraonici. Tutte quelle lettere senza vocali, una dopo l’altra, mi faranno ricordare il mio amico del quale non ho più notizie e come era bello sentire pronunciare il suo nome da Kaled, il marocchino non marocchino più simpatico che abbia mai conosciuto. Vhlhntinhhhh.
Nel 2015 ho pubblicato il mio primo libro.
Nel 2017 credo di averne scritto un altro: “L’arbitro non fa il monaco”
Non credo riuscirò mai a pubblicarlo, per questo motivo pubblicherò tutte le poesie, qui di seguito…
IV
a. Graziella (How deep is your love)
b. Il bambino africano che mangiava poco
c. Le scienze della comunicazione
d. I culi su Instagram
e. Ello
f. Tartaro
g. Tutto l’amore del monte
h. Se-maforo
i. Sgomento
Ciao Evaristo.
Ciao Egidio, come va? Dimmi tutto…
Tutto bene, Evaristo. Ti chiamavo al volo per dirti due cose.
Dimmi pure.
Innanzitutto volevo ringraziarti per il file di recap che mi hai inviato.
Ma figurati…
È davvero molto utile e preciso.
Grazie ancora. Per voi questo ed altro.
E poi Evaristo volevo chiederti un’altra cosa.
Dimmi.
Il mio capo ha letto la tua email.
Ottimo…
Però non si trovava molto d’accordo sull’ultimo punto.
Mh, ok…
E ha detto ad alta voce che: se fosse per lui tu potresti anche buttarti dal balcone.
Dal balcone?
Sì, dal balcone. Io infatti sto portando avanti l’attività e vorrei chiederti se per te questa richiesta rappresenta una criticità…
Mah guarda, non credo. Dipende… Entro quando dovrei buttarmi?
Mah, sai… non immediatamente, c’è un po’ di tempo…
Ah ok, credevo fosse prioritario…
No, non è urgente, volendo anche tra due settimane, prima che inizi il nuovo quarter insomma… l’importante è che tu lo faccia, sai:me l’ha chiesto il mio capo…
Eh beh Egidio, è chiaro, se è il tuo capo a importi il mio suicidio, di certo io non posso farci nulla; senti, comunque, a ben pensarci non credo vi siano particolari problemi; magari però sento al volo anche il mio capo e mi assicuro che anche lui sia d’accordo, che dici?
Certo, certo, ci mancherebbe altro. Che facciamo poi, mi mandi tu un’email di conferma?
Sì, ti confermo la presa in carico dell’attività, il parere del mio capo e ti do qualche altro dettaglio, tipo su data della morte e luogo predisposto.
Sarebbe davvero fantastico.
Ok, rimaniamo così allora.
Va bene dai Evaristo, alla prossima.
Sì certo Egidio, alla prossima, ed ultima probabilmente. Grazie ancora.
La facilità di alcune persone a raccontarti la loro vita; la correttezza nell’essere femminista e la scorrettezza dell’essere maschilista; lo stupirsi, ogni volta, dell’odore della pipì dopo aver mangiato gli asparagi.
Il casco sulla testa, in bicicletta, in città.
Il trend degli articoli con i decaloghi, otto dei quali del tutto inutili.
Il dolore del bicipite, al bicipite, per le telefonate senza auricolari.
I giorni troppo pieni di compleanni.
L’arroganza di chi non segue gli eventi nazionali ma non vuole che il giorno dopo se ne parli.
Il nodo della cravatta fatto male.
Il lamentarsi di un’inaspettata ondata di freddo, come se il freddo prima di arrivare dovesse annunciarsi.
Le serate dei PR, sempre imperdibili, incredibili, irrinunciabili.
La pluriabbondanza di cuscini nel letto.
I traslochi fatti con il car sharing; i jeans strappati indossati con due gradi sottozero; il conta persone sugli aerei, ormai estinto.
I cantanti del Sud Italia che cantano le canzoni napoletane; quelle che vanno malate a lavoro e cacano il cazzo per tutta la giornata che son malate.
oppure
Le frasi da campagna elettorale, in campagna elettorale.
Le signore che leggono i libri della biblioteca comunale; i due bicchieri scordati sul tavolo dopo che hai avviato la lavastoviglie; i fondi delle tazzine lunghe, incrostate di caffè.
Le persone che si mettono like alle foto pubblicate da loro stessi.
Quelli che si rubano i rompi-vetri di emergenza, nelle metropolitane e nei tram.
L’impossibilità per una persona comune, di essere notato da una modella; l’illusione che mangiare il kiwi col cucchiaino sia più semplice; gli skaters, che non hanno mai freddo.
I turisti, nelle città straniere, con le maglie di calcio acriliche.
Quando fai il biglietto del treno e non te lo controllano; il progressivo restringersi dei gelati dell’Algida; l’aspetto profetico/ascetico che assumono gli organizzatori delle feste quando le feste vanno bene.
I cartoni delle uova per insonorizzare; le foto delle spezie dei mercati del Marocco; i luoghi comuni sulla terza categoria calcistica.
oppure
Quelle che vanno in discoteca per comparire dietro al dj che suona.
Quelli che ridono troppo forte, troppo a lungo e in maniera prolungata;
Quelli che a calcetto si fanno sempre le squadre più forti.
La tristezza di gruppi di persone che rifanno i balletti di Grease.
Quando oltrapassati i cancelli
e badgato per l’uscita
hai preso dalla tasca del tuo pantalone aderente
l’Iphone con cover fluo
non l’avrei mai immaginato
avrei potuto credere
che non avevi più soldi
che non avevi più voglia di vivere
che non avevi schiacciato conferma per prenotare il car sharing
e la macchina adesso
era in mano a chissà chi…
ma non avrei potuto credere
che a tua madre
che amorevole ti parlava al telefono
avresti detto:
non c’ho sbatty!
– Sai, era mia madre.
– Sì?
– Le ho detto che: non c’ho sbatty!
– Sì?
– Sì, sul serio.
– E posso chiederti, di grazia, di cosa non avresti più sbatty?
– Di andare con lei al supermarcato, adesso, dopo una giornata in ufficio.
– Ah. Pensavo peggio…
– Non c’è niente di peggio del supermercato, il lunedì sera, dopo una giornata in ufficio.
– Nemmeno Tirana, d’inverno?
– Non ci sono mai stata. Troppo sbatty…
Anche per me
troppo sbatty
anche io
non c’ho sbatty
di sentirti dire
un’altra volta
in un solo minuto
la stessa espressione.
Non avrei potuto credere
alla fine
di sentirmi
improvvisamente
così solidale con tua madre.
I rimorchi dei TIR
con i nomi fantasiosi
mi fanno
letteralmente
volare.
La vera emozione
me la donano
quelli con i nomi
massicci e meridionali:
Gino, Savino, Lello.
Non scherzano
nemmeno
però
quelli con i nomi
irrazionali:
Jack, Aquila, Furia.
Per non parlare poi
di quanto adori
i TIR senza rimorchio…
Difatti
non ne parleremo.
L’altro dì
mentre attraversavo il marciapiede
ho visto un Tir
con un nome tra i più pazzeschi: Gerry Scotti.
Dopo un tram chiamato desiderio
un tir chiamato Gerry Scotti
cioè, ragazzi, ma di cosa stiamo parlando…
Fare una foto era il minimo che potessi fare
al tir col nome più bello di tutti i tempi.
Allora ho attraversato la strada
ho avvicinato le mani al jeans
ho preso lo smartphone
e l’ho messo in direzione di Gerry
per dargli il giusto tributo che meritava
per renderlo: sovrano
tra i miei scatti dell’Instagram.
Nel mentre in cui pigiavo il tasto però
il pacifico autista di Gerry
ha tirato giù il finestrino
ha mostrato il suo volto dell’est
con barba, baffi e occhiali da sole
e con un sorriso da non sfidare
mi ha pacificamente detto: cazzo vuoi, coglione?
nel frattempo ha girato la rotonda
ha accesso il tasto della sfrontatezza del camionista
ed è andato avanti
e io sono rimasto immobile
senza aver pigiato il bottone
senza aver scattato la foto
senza aver immortalato Gerry
nella memoria del mio smartphone
mentre lui andava via
a fare casino su altri caselli
a dare spettacolo su careggiate buie
e a far brillare
in notti scure
i piccoli led
che compongono il suo nome: Gerry Scotti.
Ieri i miei amici hanno detto
andiamo ai Go Kart.
Io ho detto va bene andiamo.
Sempre i miei amici hanno detto
perché non beviamo e mangiamo prima di entrare in pista.
Ottima idea ho detto io.
Poi io e i miei amici abbiamo pagato 40 euro a testa
e ci siamo messi le tute.
Poi io e i miei amici abbiamo iniziato a gareggiare.
Io però dopo due giri ho iniziato a vomitare.
Praticamente ho pagato per vomitare.
Ho vomitato 40 euro.
Un bel business e un’ottima idea questa dei Kart
ho detto ai miei amici.
Poi sulla via del ritorno ho vomitato di nuovo.
Avendo vomitato la birra e i 40 euro
ho vomitato i succhi gastrici.
Anche se non li avevo bevuti.
Io bevo solo succhi all’ananas mai quelli gastrici.
La prossima volta facciamo una gara a cavallo
ho detto ai miei amici
o beach volley al massimo
io non ci salgo più su sti così.
Non credo
hanno detto i miei amici
noi ci ritorneremo invece.
Hanno aggiunto anche pappappero per farmi inalberare.
Ce l’hanno fatta infatti
mi hanno fatto inalberare i miei amici.
Eppure mentre ero davvero inalberato
ed avevo vomitato per ben due volte
sia i quaranta euro che i succhi gastrici
ho sentito una voce che mi diceva:
Non ti inalberare per i tuoi amici.
Guardali!
Essi stanno dando indicazioni a dei profughi siriani per raggiungere il confine a Ventimiglia.
E votano anche Lega.
Tutto ciò non ti appare incredibile?
Assolutamente, ho risposto.
Ma lei chi è?
Sono Il signor Karma
Rubo al tuo stomaco per dare momenti indimenticabili alla tua mente.
E’ vero signor Karma. Lei mi ha davvero aperto gli occhi.
E pensare che all’inizio l’avevo scambiato per la voce di Dio…
Anche un po’ Robin Hood.
In un secondo momento però.
Perciò poi,
dopo il consiglio del signor Karma
ho detto ai miei amici che me ne andavo a casa.
Vuoi uno strappo
hanno chiesto i miei amici.
No grazie vado a piedi.
E anche se non mi crederete
vado a casa molto contento.
Non mi hanno creduto
i miei amici
e nuovamente
per ribadire il concetto
mi hanno detto: pappappero.