L’amore ai tempi degli Hipster vol.3


Le porzioni di riso giuste.

La bellezza di svegliarsi durante una sosta in autogrill e chiedere: dove siamo?

Fino a quando dureranno le cabine telefoniche?

Visto che i tag e il racconto virtuale di noi stessi non è sufficiente, facciamo un po’ di screenshot e postiamo conversazioni, sempre su/di noi stessi, fatte sullo smartphone…

I segni di croce degli anziani di fronte alle chiese.

L’imbarazzo immotivato di quando trovi qualcuno accanto a te, in un bagno pubblico, che fa la cacca.

Son nato in un’epoca in cui si ambiva a diventare uno status symbol. Mi ritrovo a vivere in un’epoca in cui si vorrebbe diventare uno status di Facebook.

I cani che si chiamano Whisky.

Le somiglianze tra cani e padroni, come quelle tra stagisti e responsabili;

La ritrosia nell’uscire da un gruppo di w.app.

Guardie e like, giochi dei pischelli tecnologici moderni.

Il merluzzo surgelato-scongelato, i fagioli e l’insalata, sono la trasposizione culinaria della vittoria della domenica sull’uomo.

L’ingiustizia del Chi segna Vince.

Una delle tante colpe sottovalutate ed occulte di Silvio Berlusconi è l’averci fatto associare “Take five” al faccione di Ennio Doris.

Hai studiato all’esame? No no. Non so davvero un cazzo. Le premesse perfette per un buon 30 e lode

L’espressione dei genitori detta in età adolescenziale: “è orario”. Non importa che orario fosse, o quali fossero stati gli accordi sulla ritirata. Quando “era orario” ci si doveva ritirare. E basta.

Il dolore sotto gli zigomi quando ridi troppo.

I tizi che dicono le previsioni del tempo alla Rai. Sempre anacronisticamente con la divisa.

Nordafricani di seconda generazione che ballano Battiato in Metro.

Gattino come adesso non lo sono stato miao. Ma quando mezzanotte viene…


Modern drama

Il dramma delle donne belle con le gambe grosse.

Il dramma di non aver mai più trovato un paio di scarpe belle come le Gazelle dei tuoi 15 anni.

Il dramma del pensiero laterale e delle persone che camminano storte per trovarlo.

Il dramma dei dj nei negozi, ormai indispensabili.

Il dramma dei cicciobomba col sudore acido, relegati in stanze appartate degli uffici.

Il dramma della nebbia, che per chi è nato da Cesena in giu, (se non guida) sempre e per sempre avrà il suo fascino.

Le ferree convenzioni sociali che seguono alla domanda: come stai?


Vorrei avere la forza
la dannatissima forza
di rispondere
a chi mi chiede come sto:

sto Unamerda.

Ragioni varie
probabilmente sciocche
futili
metereopatiche
transitorie
mi portano a stare Unamerda.

Non posso  dirlo a chiunque però,
mio immaginario amico,
visto che ogni volta
sorge spontanea la domanda:
e come mai?

Io non ho nessuna voglia di spiegarti come mai.
Sto soltanto rispondendo.
Sto Unamerda e basta.
Sto talmente Unamerda che non voglio dirti perchè sto Unamerda.
Potrò stare Unamerda senza dichiararlo alla dogana del pour parler?

Se mi avessi chiesto,
mio amico immaginario,
cosa mangiavo stasera,
ti avrei detto:
pasta o carne o merluzzo.
Senza tue ulteriori domande.
D’altronde si può chiedere come mai qualcuno mangia un merluzzo per cena?

Posso solo mascherare il mio malessere
e diffidare degli “abbastanza” inseriti nelle risposte,
perchè anche quelli portano bastimenti di rogne e domande,
coprendomi di una falsa serenità.
E di merluzzi omertosi.

Come va?
Benissimo!