Quando G.C. divenne un installatore di parabole


– Salve, lei è il signor G.C.?
– Esatto.
– Come è venuto a conoscenza della nostra azienda?
– Sono in contatto con i piani alti.
– Di questo edificio?
– No, del Cielo.
– Il canale televisivo?
– No. Con Iddio.
– Eh la Madonna…
– Quella è mia madre.
– Scusi, non volevo essere offensivo. In ogni caso, cosa la spinge a fare questo lavoro?
– Mi piacciono le parabole.
– In che senso?
– Non ne sbaglio una.
– Va bene, mi ha convinto. Il posto è il suo.
– Grazie mille. Non ve ne pentirete.
– Il suo primo appuntamento è domani. Alle 16:00.
– Ottimo.

Suona il citofono

– Salve, lei è?
– Il tecnico per la parabola.
– Prego, secondo piano.

– Salve, sono G.C.
– Salve, prego si accomodi. Dunque, questo è il decoder. Se vuole le mostro anche la via del tetto o il balcone, così può installare la parabola.
– Non ne ho bisogno.
– In che senso?
– Gliela racconto.
– Cosa?
– “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, dei briganti lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso..
– Ma cosa sta facendo?
– Non le piace questa? Allora ascolti quest’altra: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”. Ed egli divise fra loro i beni. Dopo…
– Ma signor G.C. ci deve essere un equivoco. Io ho bisogno della parabola di Sky, non delle sue parabole…
– Sì, ma prima senta questa, è molto meglio di quella di Sky:”C’era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c’era un mendicante, chiamato Lazzaro…
– Senta G.C. io la ringrazio, ma non sono interessato a questo tipo di parabole. Io voglio le parabole che si mettono sul balcone o sul tetto o con le quali si vedono le partite, i film e le Serie TV. Ce le ha? Me le può montare? Adesso?
– Ehm no, però mostrarle la via del regno dei cieli.
– La guardo sul navigatore. La ringrazio.
– E se le dico quella del seminatore e i dei suoli? È molto avvincente…
– Meglio di no. La prossima volta magari. Cristo regni.
Sempre regni!

La virtuosa antipatia di Federico Buffa


Federico Buffa è antipaticissimo.
Ha la voce antipatica, la cedenza antipatica e sa tutto. Troppo.
È quello che a scuola quando stavi ancora cercando di capire il problema, lui aveva già avuto i complimenti dalla maestra.
“Bravo Federico, questa soluzione non l’aveva mai data nessuno. Per te un Ciocorì, tieni”.

Federico Buffa è antipatico, soprattutto per la naturalezza e la spontaneità del suo sapere; dall’aneddoto che ha salvato il centravanti della Serbia dalle bombe nemiche, al racconto segreto del tassista peruviano sugli intrighi di Mexico 70.
La sua enciclopedica cultura inoltre, dettaglio volto a incrementare l’acredine nei confronti del lettore, non si limita al bieco football. Federico sa tutto di basket, di tennis, forse anche di cricket indiano (e di fisica quantistica, perchè no).

Durante lo sciorinìo della sua elegante saccenza, la summa è guardare i colleghi di Federico. Arrapati di calcio come lui. Più di lui. E invidiosissimi.
Lo guardano infastiditi. Dissimulano consapevolezza quando lui parla, come se avessero cognizione di quello che sta dicendo. In realtà si chiedeno il motivo per cui questo qua, che è spuntato dal nulla, deve rubare loro la scena, dicendo cose eccezionalmente belle. E troppo giuste.
“Lasciaci ai nostri commenti e alle interviste durante il primo tempo e vattene a commentare quelli della pallacanestro.”

Loro lì, a tergiversare su commenti di presidenti iracondi e reazioni di calciatori ebeti e lui ad incantare i telespettatori parlando come il doppiatore guercio di Jim Carrey.
Sarà un grande perciò Federico Buffa, senz’altro. Ma anche un grande antipatico.
Soprattutto per i suoi colleghi, credo.