Va bene. Dimettetevi. Dimettetivi tutti. Vostra sponte. Con i moduli prestampati. Sul www. Dimettetevi.
Il giorno dopo però, andate a lavorare.
Mettetevi le calze spesse, le scarpe dure e andate a zappare. Prendete i ceppi dell’uva, metteteli nella bacinella attaccata al collo e scaricatela nel furgone.
Merde.
Alzatevi la mattina, bestemmiate perché è lunedì. Andate in ufficio. Lavorate. Mandate le email. Sul serio però. Voi. Non i vostri assistenti.
Arrivate al 15 del mese e chiamate vostro padre:
– Papà, mi servono i soldi. I 500 euro sono finiti.
Merde.
Mettetvi il camice, andate in reparto, cambiate il nonnino sporco e dite alle figlie imbestialite che per la visita è presto.
Fatelo, perchè questo è un post populista che non inciderà sul vostro vissuto. Fatelo, perché non l’avete mai fatto. Fatelo, perché non sapete cos’è. Fatelo, perché la vita, voi, non la conoscete. Non so se l’avete mai conosciuta, ma di certo, non la conoscete più.
Merde!
L’altra sira
figghieme mi dicette:
babbo-papà, amu scire a mangiari
inda a na pùst speciali?
Issu mu dicette con l’italiano bbuono
non malamento come al mio,
io però solo così lo seppi dire
vabbuò?
Aru imu scire a mangiari?
A nu ristorante vegetariabile, mi discette.
Che minchiazza è nu risturanti vegeteriabile?
È nu ristorante dove si mancia bene, sano, e a verdour in quntità. Come ai principi…
Pe diciri a vrtè,
a me mi pareva nu poco minchiuna
u risturanti ca a verdour in quantità.
Che minchia me nne futtìa a mia da a verdour in quantità,
capeit?
Però ci dicetti: vabbuò,
putimu scire a mangiari u vegeteriabile.
Gnorsì.
Santissimo Gesù Bambino di Betlemme e di Gallipoli
ma chi minchia mi sta a rappresentari
stu minchiazza di LOL
ca si scrivunu li ggiovani d’oggie?
Oppure che quando finiscie na lìttira
ca ci scrivi ICS ICS.
U canusciti voi
stu minchiuna di ICS ICS?
È nu supereoi come a Supermèn?
O come a quelli di ICS Mèn?
Rimbambitazzi!
Quando mi sciveva io e lìttire
ca facivu u baciabacia chi i fimmini
mica che mi firmave ICS ICS.
Gaetanuzzo Tuo mi firmave,
che viceverso, i fimmini, e vossignoria migghierima,
si addumandava:
chi è stu minchiuna di ICS ICS che mi scrive i lìttiri?
Mica può essere Gaetanuzzo Mio.
Può essere solo che nu minchiuna!
Ce lo dico sembre a li nipoti mia,
se vi dovete mandari i lìttiri chi i fimmini
vi potete pure appresentare
con lu nome della invenzione,
capeit?
Diceit ca seit: Antonietto Capoabbascio,
Michelino il Mastrofuoco, per esembio…
Però no stu minchiuna di ICS ICS, olrait?
Che co i fimmini poi
non potiti chiù ficcare!
Capeit?
Nur è un pizzaiolo. È un piazzaiolo pasticcione a voler essere precisi. Tanto le sue pizze son gustose, tanto lui fa i popocchi. Ha un telefono a muro anni ’60, a voler essere ottimisti, dal quale si presenta ai suoi potenziali avventori con un riconoscibilissimo: “Piiiiiiiiizzaaaaaaaa“.
Nur è un pizzaiolo pasticcione, egiziano. È in italia da una ventina d’anni, e negli strascichi delle vocali o negli intercambi fonetici tra un argomento e un altro mostra con orgoglio le sue origini lessicali e geografiche.
Ieri da Nur, il pizzaiolo pasticcione egiziano, c’era anche suo figlio. Piccino e dalla faccia sveglia, dava fastidio a tutti i clienti, chiedendo se volessero giocare a pallone con lui. Incassato il sì o no dagli stessi, iniziava a dare fastidio al padre. Toccava gli attrezzi, gli ingredienti, il forno. Il perfetto manuale del bambino cacacazzo. Nel mentre suo padre lo sgridava. Lo ammoniva. Gli intimava obblighi e divieti (del buon pizzaiolo pasticcione). Lui, da par sua, se ne fotteva bellamente.
Mentre Nur a fatica, non coadiuvato dal suo vice Aiman ( da pronunciare nella stessa maniera di “Pizza”, quindi “Aimaaaaaan“) faceva appetitose pizze pasticcione cercando di sbagliare più ingredienti possibili, suo figlio emulava freudianamente il padre e preparava pizze pasticcione mignon, cantando.
Per distrarlo ed evitare che il bambino entrasse nel forno, ad un certo punto Nur ha chiesto a suo figlio di farmi sentire per che squadra tenesse. Al che Nurrino ha distolto lo sguardo da un’improbabile Margherita con olive, sua nuova creazione, e mi ha detto con occhi eccitati:
– Io sono dell’Inter. E dell’Italia. Io tifo Inter e Italia– ponendo enfasi sulla seconda squadra del suo cuoricino da pizzaiolo in erba.
Forse per i troppi film francesi visti in rassegna o perché ho fatto Scienze Politiche, nel vedere la faccia gioiosa di Nurrino che tifava per l’Italia, io mi sono quasi commosso. Oggi, a Nurrino, dell’Egitto non gliene importa una minchietta. Anche se la legge non può riconoscerlo, Nurrino è italiano e tifa Italia (e Inter, purtroppo).
E ho dovuto nascondere il volto in un Tuttosport stagionato, quando Nurrino ha ripreso a cantare Fabri Fibra:
– Pronti, partenza, via. Si va con Mario Monti, pronti, si va con Mario Monti e via.
Nurrino è talmente italiano che a cinque anni canta Fabri Fibra e tifa Inter. Due amori discutibili ma incontrovertibilmente italiani.
Basta poco a renderti felice in una sala d’aspetto di una pizzeria. Nonostante l’Inter. E Fabri Fibra.
Dedico questo post a Calderoli e Cècile Kyenge; agli abitanti delle contrade di Siena che aspettano il palio per darsi le botte; a quelli che gli zingari rubano ma c’hanno il Mercedes; a chi è andato a Napoli e non è mai morto. A tutto il mondo che giustamente è paese, ma che dovrebbe aspirare a diventare mondo.
Lorè,
io non lo so come devo fare con te… Io non lo so. Stavo vedendo Rai 3, quei pesanti che fanno le trasmissioni dove la gente non può mangiare e non c’hai soldi, e poi ho visto te. E menomale che ti ho visto, Lorè. Che a Rai 3 sò pesanti assai…
Ma tu come fai? Sei sempre bellissimo. Sei sempre alla moda. Esce Twitter e tu c’hai twitter. Escono i tatuaggi e tu c’hai i tatuaggi. Escono i pantaloni alla zuava, e tu te li metti. Chi è che te le dice ste cose? Non è roba di Signorini. Non me le puoi suggerire anche a me ogni tanto? Sò vent’anni che canti. Sò vent’anni che fai le canzoni. Sò vent’anni che la gente canta la tua musica. Sò vent’anni che la gente viene ai tuoi concerti, che capisce quello che dici nonostante ti manchino sette/otto lettere. E balla. E piange. E si dice: “Amore mio ti amo come un dalmata, sposiamoci domani”.
Mò Lorè, fai pure i concerti a San Siro… Vabbè, li fanno i Negramaro, non li devi fare tu…
E poi Lorè, come è che non sei mai triste? Diventi vecchio e sei contento. Fai una canzone che fa cacare e sei contento. Tua moglie ti fa le corna e sei contento. Davvero Lorè, sei meglio di Vincenzo Mollica. Imperturbabile. Sei sempre contento. Mi devi dire come fai? Mandami un tweet, un’ email… Mai che fai un disco o una canzone che racconta che stai triste, sconsolato, che ti vuoi uccidere… solo noi le pensiamo ste cose? Solo noi ci lasciamo con le fidanzate? Solo noi e quelli di Rai Tre? Fai ogni tanto una canzone sulla pensione che non ti possono dare perchè non c’hai i contributi, o su tuo figlio che si spezza un dente mentre mangia un bastoncino Findus. Non dico assai, una, Lorè. Una…
Che già sei bello, c’hai i soldi e ti vogliono tutte le femmine del mondo. Se poi sei sempre felice, le persone ti odiano ancora di più. Capito, Lorè? Te lo dico, come un fratello. O un nipote. Fai tu…
Senti a me, domattina scrivi una canzone (o un disco) che si chiama: “Maledizione all’Imu che non mi fa comperare i beni di prima necessità”. Con un cd del genere, ti ameranno pure le uniche persone in Europa che né ti conoscono né ti vogliono bene. Chi? Quelli di Rai Tre…