Recensione non richieste | 2 | La concessione del telefono


Non avevo mai letto niente del maestro. E se l’ho fatto, non me lo ricordo. È per questo che da tre anni prendo appunti sui libri letti, per ricordarmi quando li ho letti, chi erano i protagonisti e di cosa parlava il libro.

Dicevo, Camilleri con La connessione del telefono mi ha triggerato.*

Mi ha colpito innanzitutto la divisione dei capitoli, tra cose scritte e cose dette dai personaggi. Il tutto, ad eccezione dei personaggi istituzionali della burocrazia ottocentesca italiana che si esprimono in un italiano datato ma corretto, scritto in un siculo italiano altamente comprensibile.

Il libro ripercorre le gesta di Filippo Genuardi, marito e imprenditore guascone, alle prese con gli apparati statali italiani, la burocrazia e la mafia siciliana di fine ottocento. La trama riserva colpi di scena che prendono corpo organicamente, capitolo dopo capitolo, rendendo il libro una specie di “giallo”

Mi è piaciuta esteticamente la nuova edizione Sellerio, nonostante la profanazione della classica copertina viola, con una nuova veste grafica e soprattutto perché primogenito di una nuova collana dedicata ai libri più famosi di Montalbano. Se non avessi altri dieci libri a guardarmi minacciosi sul comodino li avrei comprati tutti.

Cercherò di scrivere molto più spesso i miei pensieri su quanto letto, anche per riappropriarmi della routine da scrittura che negli ultimi anni ho messo un po’ da parte.

Per la scrittura di questo testo, non è stata maltratta alcuna intelligenza artificiale.

* Esaurisco con questo inglesismo a sproposito la quota digital marketing necessaria per pubblicare qualcosa sull’Internet.

Instagram d’estate fa schifo.


Instagram d’estate fa schifo. I miei contatti sono tutti al mare. O in montagna. Sorridono singolarmente. Sorridono in coppia. Sorridono sempre. Non hanno problemi. Sono stra felici. Se la loro felicità non fosse una costante statistica, potrei anche prenderla per buona.
Instagram anche d’inverno, ad essere onesti, fa abbastanza schifo. Sono tutti felicemente nei loro caldi giacigli, con l’albero e le lucine in background. Hanno tutti dei maglioncini rossi, terrificanti. Molti addirittura li indossano in coppia, come se fosse una cosa socialmente permissibile.
Instagram mi fa schifo anche in primavera. Anche in autunno. Instagram mi fa schifo sempre, se devo essere sincero. Per questo motivo, da gennaio, l’ho cancellata dal mio telefono. Quando devo postare qualcosa (tendenzialmente la Brace Accesa, le foto con le scritte o dei video bislacchi) la riscarico, pubblico i post, mi innervosisco come una bufala in un vernissage e la ricancello.

Anche Facebook d’estate fa schifo. L’unica differenza con Instagram è che da gennaio Facebook l’ho riscaricata soltanto una volta. O due. Massimo tre.
Mentre Instragram però mi provoca una violenza indotta, provocata  dall’omologazione di massa, della felicità fittizia ed esasperante e dalla mia incapacità di staccarmi dalla fruizione di contenuti di cui non mi interessa nulla, su Facebook sono io l’artefice della mia rabbia. Per mesi e mesi, su Facebook, ho scritto cose per pura bramosia di likes. Scrivevo non per il puro piacere di scrivere bensì per verificare a quanti piaceva quello che stessi scrivendo. All’inizio lo facevo distrattamente, quasi senza accorgermene. Poi ho capito di esserci dentro fino al collo. Da gennaio quindi: ciao ciao bambina.
E poi, per dovere di cronaca, Facebook mi fa schifo anche in inverno. E in estate. E in primavera. Sempre.

Tik Tok non ce l’ho. Né voglio averlo. Come il Covid insomma.

Linkedin ce l’ho. Lo uso spesso. Lo uso troppo. Quasi due ore a settimana. Quasi sempre senza motivo. Lo uso come strascico della dipendenza di Facebook e Instagram. Mi ritrovo spesso a scrollare cose di cui non mi interessa niente. Post di persone tendenzialmente con le braccia conserte. Perchè su Linkedin hanno tutti le foto profilo con le braccia conserte? Non riesco a capacitarmene.


A parte la dipendenza da Linkedin, sulla quale credo che interverrò a breve, vivere senza social network è bellissimo. Magari solo per qualche giorno, ma è qualcosa che io consiglio a tutti. Non ci si libera dalla dipendenza dal cellulare ma lo si usa leggermente di meno. Quel poco che ti aiuta ad osservare di più.
Tra le tante cose ad esempio, osservi che in una conversazione di gruppo, seduti ad un tavolo, nessuno ormai riesce a non prendere il telefono dopo 5 minuti. Osservi che spesso colui che prende il telefono lo ha fatto per abitudine, non per una reale esigenza; dopo qualche secondo il telefono verrà rimesso al suo posto. Osservi che non è un problema soltanto della tua generazione. Succede lo stesso con le persone più grandi di te, tipo quelli che hanno l’età dei tuoi genitori. Succede lo stesso con le persone più piccole di te. Succede con tutti. Ed è abbastanza triste.

Volendo si potrebbe rincarare la dose ed entrare nel merito: della polarizzazione delle opinioni, delle informazioni non verificate (aka propaganda), della possibilità di controllo da parte di entità governative, dell’erosione collettiva della soglia dell’attenzione, della perdita, da parte degli adolescenti, della visione laterale. O di come nell’immediato, probabilmente, diverrà necessaria una sempre maggiore forma di regolazione per l’accesso alle piattaforme. Certo, si potrebbe.
Io adesso però devo verificare un attimo quanti miei amichetti stanno sorridendo in spiaggia, felici. Non credo di aver tempo e di potermi esprimere a riguardo.   

Perché faccio (Ashtanga) Yoga


Ho iniziato a fare yoga 6 anni fa. Avevo molti più capelli, molta meno barba e lo smart working era più un guilty pleasure che l’attuale: no raga, io 5 giorni a settimana in ufficio mi licenzio e denunzio tutti, ripetutamente, finche non vanno in galera.
Fu Melissa, un’ex collega, che mi disse: Giorgetti, vuoi venire a fare yoga?
Se avessi saputo che dopo 6 anni, il vezzeggiativo del mio nome sarebbe stato il cognome del ministro leghista allo sviluppo economico, avrei… Niente. Non avrei fatto niente.

Della mia prima lezione di Yoga, più di 6 anni fa, ricordo soprattutto una cosa: i culi. Era una shala molto grande, piena di donne, con una quantità di sederi e donne suadenti che facevano movimenti strani. Non ero onestamente pronto. C’erano luci soffuse e musica lounge. Ad ogni lezione mi aspettavo che Tinto Brass venisse fuori da una stanza e dicesse: Stoooooop. Ok belline. Per oggi va bene così. Domattina si attacca alle 8:30.
Questo non è mai accaduto, purtroppo.
Ho praticato in questa shala soft hard per qualche mese, dopo di che ho iniziato a fare Ashatanga Yoga.

Posso dire che la pratica dell’Ashtanga yoga, in questi 6 anni, mi ha letteralmente cambiato la vita, in meglio e mi piacerebbe spiegare il perchè.
Inizio col dire questa cosa: a parte amare i miei cari e la Juventus non c’è niente in cui sono stato così costante, come l’Ashtanga, per così tanto tempo. Ho avuto un approccio lento alla disciplina. Ho indugiato per parecchio tempo nelle lezioni guidate approdando tardi al Mysore. Ho messo in discussione, spesso, la pratica. In uno dei miei primi ritiri con Mario (forse l’unico) in un paesino sperduto sotto le Dolomiti, a pranzo, dopo la pratica, in un mare di infusi e tisane al bergamotto chiedevo dei grappini, con gli altri compagni di pratica che con occhi allibiti mi invitavano gentilmente a prendere fuoco.
Poi però ho iniziato ad abbandonarmi all’Ashtanga. Anzi, come dicono quelli bravi su Linkedin, sono stato perseverante.  

Volendo tralasciare i benefici fisici della pratica, perché scontati, l’altra cosa per cui ogni giorno ringrazio questa pratica è la possibilità di mantenere la concentrazione. Essere messi a tu per tu con  un tappettino, (provare) a non avere stimoli esterni, in questi tempi moderni, è qualcosa di impagabile. Contro il flusso dei pensieri non sempre si vince. Anzi, spesso si perde. A volte infatti, al primo saluto al sole prefiguri la riunione delle 10:00,  invece di prendere i banda pensi a a che ora prendere tuo figlio dal nido, o dopo Supta Kurmasana ripassi il numero dell’impresa edile da chiamare per tornare in chaturanga. Quando però riesci ad astrarti e a concentrarti sulle asana e sul respiro, solo sulle analisi e sul respiro, a fine pratica sei indistruttibile. Puoi affrontare di tutto, dalle avversità giornaliere alle riunioni condominiali
.
Infine , l’altra cosa per cui ringrazio lo yoga è l’importanza che assegna alla figura del maestro. Forse si fa meno caso, in quest’era di tutorial e sedicenti guru di cosa sia davvero un maestro. Attraverso la sua esperienza, il maestro ti guida, ti aiuta, ti consiglia, decide cosa farti fare e con che tempi. Al maestro ci si affida, confrontandosi, a volte facendosi consolare, ma il maestro rimane il tuo faro. È questo infatti che i miei maestri, Pinuccia (insieme a Mario, Nadia, Sandra, Lella, Laura, Jacopo e Gabriele) sono stati per me in questi anni: dei fari.

È per questo che ringrazio l’Ashtanga yoga e i miei maestri. Per aiutarmi ad essere costante, per farmi stare bene, per imparare ad essere guidato e consigliato; per dovere di cronaca dovrei ringraziarli anche per tutte le volte che mi hanno spronato a fare di più e per tutte le volte che mi hanno messo le mani sulla schiena anche quando sembrava il lago di Garda.

Concludo quindi come ho iniziato, con un inizio. Ho capito che questa pratica faceva al caso mio quando ho partecipato al primo seminario di Lino MIele, il maestro dei miei maestri. Era una classe guidata per principianti plebei. Io avevo da poco abbandonato la shala soft hard e mi aspettavo da questa nuova scuola, rigorosa e radicale, una scuola dove addirittura chiamavano le posture in sanscrito, un maestro analogo, iconicamente yogico, vagamente sanscrito.
Lino entrò quatto quatto in sala, con un passo felpato, salutò tutti e inizio a parlare:
“Molti di voi se chiedono che cos’è lo yoga. Bene! C’avete presente le sale co à musica, co è luci soffuse, le sale dove non riesci a sentì er respiro. Beh, tutto quel casino non è yoga. Dovete respirà. Dovete imparà a respirà e santivvè. Quello è lo yoga”.
 

Cosa penso quando ascolto le canzoni di Sanremo 2022


Ovunque sarai – Irama
Penso ai preti, ai vescovi, ai cardinali, ai papi, alle messe di Pasqua, alle messe di Natale, ai bettesimi, alle comunioni, alle cresime, ai matrimoni, ai funerali e tutto quello che è possibile associare alla Chiesa Cattolica, perchè questa è indubbiamente una canzone della Chiesa.

Ciao Ciao – La rappresentante di lista
Fabio è alla prima esperienza in un villaggio turistico. Lo scorso inverno ha deciso di fare l’animatore e adesso è qui, al villaggio Sole Azzurro di Cirò Marina. Gli hanno appioppato l’organizzazione dello spettacolo di fine soggiorno. Ha un’idea geniale. Si prefigura già tutta la scena. Gli ospiti del villaggio che il giorno dopo partiranno, nonni, padri, figli, animali domestici, tutti sul palco a dire Ciao Ciao. Movimento d’anca, prima a destra, poi a sinistra, movimento delle braccia a frullatore e ciao ciao. La sua non è un’idea. La sua è l’Idea.
Al capocomico non piace. Balleranno I migliori anni della nostra vita, di Renato Zero.

Tuo padre, mia madre, Lucia – Giovanni Truppi
I ragazzini della mia età che quando eravamo piccoli uscivano d’inverno, senza giubbotto.

Inverno dei fiori – Michele Bravi
Devo pagare la rata del mutuo, l’asilo del bambino, l’assicurazione della macchina, l’assicurazione della moto, le quote di partecipazione ai matrimoni di quest’estate. La Tari degli anni passati, l’iscrizione in palestra, la signora delle pulizie, le spese di condominio, Netflix, Sky, Dazn, Fastweb.

Miele – Giusy Ferreri.
Quelli che bevono il Mojito d’inverno.

Brividi – Mahmood, Blanco
Maria Giovanna è una ragazza un pò complicata. Ha 17 anni, quasi 18. Fa il Liceo Scientifico, quest’anno finalmente in presenza. È in quella fase in cui la mamma è il nemico. La mamma è un ostacolo. Tra qualche anno però tutto cambierà. Scoprirà, Maria Giovanna, che sua madre è e sarà la sua roccia. A breve ci sarà il diciottesimo di Maria Giovanna. Presso la sala ricevimenti Il Ghiottone, Maria Giovanna e sua madre Imma, chiamate con una voce suadente dal vocalist balleranno questa canzone al centro della sala, commuovendosi un pò.

Perfetta così – Aka 7even
Non ce la faccio. Davvero, non ce la faccio.

O forse sei tu – Elisa
La protagonista di un cartone animato Disney cammina su un prato innevato, molto triste, in pieno inverno. Ha ricevuto da poco una forte delusione. Credeva di riuscire nel suo obiettivo ma le è letteralmente caduto il mondo addosso.
Non bisogna disperare però. Un evento inatteso ribalterà la situazione. La nostra eroina tornerà a sorridere. Si ricongiungerà con la famiglia e finalmente potrà godere dell’amore interrotto assecondando quella stupida voglia di vivere…

Lettera al di là dal mare – Massimo Ranieri
I vecchi nelle case di riposo che affacciano sul mare. 

Insuperabile – Rkomi.
Micaela a Luigia sono amiche per la pelle. Sono sempre insieme. Si conoscono da sempre. Da qualche settimana Micaela è un pò triste dopo aver lasciato Ector, il suo fidanzatino di origine ecuadoregna. Luigia, dal canto suo invece, ha appena preso la patente.
Va a prendere la sua amica. Si mettono in macchina e per le vie del centro di Rieti, ad alta voce, cantano: Insuperabile. Per un attimo, brevissimo ed estatico, Micaela riesce a non provare rimorsi per aver lasciato Ector.

Sesso occasionale – Tananai
Non credo di farcela, neanche qui, perdonatemi.

Domenica – Achille Lauro
Cinzia lavora a casa dei signori Quagliettta da vent’anni. Ha iniziato come bambinaia. Adesso aiuta la signora Clotilde a fare le pulizie, a stirare, a rassettare la casa per occasioni speciali. È magra magra. Le si vedono le ossa delle ginocchia. Nonostante ciò ha un’energia da quindicenne.
Oggi, arrivata a casa dei signori Quaglietta: non c’è nessuno. Anche il gatto è via dal veterinario. La casa è tutta sua. È una bella sensazione. Accende la radio e mentre stira le camicie di Oronzo Quaglietta, ondeggia, ascoltando Domenica. Cinzia è contenta.

Dove si balla – Dargen D’amico
Cosimo vuole fare il dj. Non ha nessun talento. Nessuna conoscenza musicale. Nessun rudimento di ritmo e melodia, ma vuole fare il dj. Cosimo sogna la prima serata della sua vita in cui Mino Dj farà ballare tutta la pista con questo pezzo. Anche se non avverrà mai, questo è il suo sogno.

Ogni volta è così – Emma
La Michelin che fa finta di fare la direttrice d’orchestra durante la prima esibizione. In realtà nelle cuffie sta sentendo le partite della Serie B. Si vede nettamente. Non riesco a togliermela dalla testa.

Farfalle – Sangiovanni
Vito ha 7 anni ed è figlio di Enzo Redel, famiglia di giostrai da generazioni. Si sposta ogni 15 giorni, da una festa patronale all’altra. Non va a scuola. Non ha molti amici. Ha 7 anni ma è già “un ometto”. Monta e smonta le giostre come fossero lego. Ha le mani spesse. Nelle macchine da scontro di suo zio Nico, quest’estate, tutti si scontreranno, arrabbiandosi l’uno con l’altro, nonostante l’obiettivo delle macchine da scontro sia per l’appunto: scontrarsi.

Voglio amarti – Iva Zanicchi
Il vomito che mi viene se mi immagino i vecchi che fanno del sesso. Voglio amarti, con l’anima e di più… in che senso?

Ti amo non lo so dire – Noemi
Debby è il diminuitivo di Deborah. La chiamano tutti così. Da sempre. Ormai quando si presenta non dice più il suo nome dell’anagrafe, risponde: piacere Debby. La maestra di suo figlio Giosuè, di 7 anni, l’ha appena chiamata: Signora, sono Erminia, la maestra di Giosuè. Giosuè si è appena fatto la cacca addosso. Può venire a prenderlo o portargli un cambio?
Debby sfreccia in macchina, con un piccolo jeans e delle mutandine nuove in una sacchetta gialla, il cambio di Giosuè. La sua responsabile non potrà avere il documento finito prima di sera.

Tantissimo – Le Vibrazioni
Invecchiare male

Chimica – Ditonellapiaga, Donatella Rettore
Frotte di quarantenni che non si arrendono all’età e fanno ginnastica, in palestra, con un istruttore piacione/provolone.
Antonella, alza la gamba, Antonella. E due. E tre. E quattro. Eddai.

Duecentomile ore – Ana Mena.
Paolo. Agente di commercio in Molise. Ogni mattina esce di casa alle 7:30 e prende la sua Audi aziendale. Ha una routine ben precisa. Chiavi nella toppa, sigaretta accesa e telefonata ai suoi due migliori amici: Nunzio e Antonio. Oggi è una giornata speciale. Li chiama entrambi, con questa canzone in sottofondo grida ad alta voce: Sveglia dormiglioni, svegli. Ca ddò ammà fadicà…

Sei tu – Fabrizio Moro
I panettieri che aprono la serranda del loro panificio alle 4:00 del mattino. Che tra l’altro, diciamolo una volta per tutte, non è vero che aprono la serranda alle 4:00. Alzano la serranda, ok, entrano dentro e poi la richiudono. Se la riaprono la riaprono per le 6:00, le 6 :30, toh… Non vogliono mica rotture di cazzo dei netturbini, degli ubriachi, delle anime dell’Inferno, i panettieri.

Ora e qui – Yuman
Flavio è l’unico della suo gruppo che non è andato a studiare fuori. È Rimasto a Campobasso. Tanto l’università è buona… In realtà i genitori non avevano soldi per mandarlo a Bologna.

Virale – Matteo Romano
Beppe insegna storia dell’Arte al liceo classico di Assisi. È un architetto, ma qualche anno fa, quando è nato il suo piccolo Domenico ha lasciato lo studio che aveva messo su, con molti sacrifici, per provare il concorso da professore. Concorso passato al primo colpo. Spiegare Fidia e il classicismo greco per 6 mesi non era proprio la sua ispirazione, ma almeno non fa più la fame.

Apri tutte le porte – Gianni Morandi
Con tutte le donne sono tremendo, abbiamo un reef geghegeghegeghegè, stasera mi butto, stasera mi butto stasera mi butto con I vatussi altissimi negri.  

Abbi cura di te – Highsnob, Hu
Gli studenti universitari che tra una lezione e l’altra si mettono a fumare i drummini sulle scale d’emergenza.

Recensioni non richieste | 1 | Il Giovane Holden


Quando eravamo piccini, alle scuole superiori, io e il mio amico Vladimir non eravamo delle cime. Eravamo simpatici, burloni, disponibili, certo, ma non esattamente quei tipi di alunni che speri ti passino la versione di latino o greco. Anzi, a volerla dire tutta, noi eravamo quelli che la versione l’aspettavano. Sempre.

Io e Vladimir, alle superiori, facevamo solo una cosa: leggevamo. Avevamo creato una sorta di patto con i professori. Noi ci privavamo dell’agio degli ultimi banchi, evitando così di fare troppo i monellacci, ricevendo però in cambio il permesso di leggere dei libri durante le ore di lezione.  
Ora, detta così può sembrare un pò troppo radicale. Non è che leggessimo E BASTA. Facevamo anche tante altre cose. Diciamo però che una quota parte delle “ tante altre cose” era sicuramente leggere.
In quegli anni ricordo di aver letto una cifra spropositata di libri. A scuola e a casa.  Ero, come Vladimir, onnivoro. Spaziavamo dai classici della letteratura russa alla beat generation americana. E cosa succede quando leggi i classici della letteratura russa a quindici anni? La risposta è pressocchè scontata: non capisci un cazzo.  
Tra i libri letti a quindici anni c’era anche Il Giovane Holden di J.D.Salinger. E in queste vacanze di Natale, visto che ho avuto degli intoppi ai programmi stilati, ho fatto una cosa che non faccio mai. Ho riletto un libro già letto.  Il Giovane Holden, per l’appunto.

Iniziamo dicendo alcune cose su “Il Giovane Holden”.
La prima: del libro letto 19 anni fa, a 15 anni, non ricordavo niente. È stata una scoperta scioccante. Non ricordavo la trama, i personaggi principali, il prologo, lo svolgimento, l’epilogo. Niente. Quindi rileggere i libri, dopo un pò, tutto sommato è cosa buona e giusta.

La seconda: non ridevo così tanto leggendo un libro da anni. Lo scrittura del libro, giovanile, diretta (parliamo di un testo del 1951) ti mette letteralmente affianco a Holden Caulfield, un sedicenne un pò schizzzato in lotta coi suoi labirinti mentali, in una New York di fine dicembre. L’utilizzo di espressioni gergali e di una stesura molto vicina al parlato rende la lettura immediata. Inoltre, la chicca su cui ogni volta ho riso come un matto è che ogni personaggio è preceduto da un “vecchio/a”. La sorella di Holden è la vecchia Phoebe. Il professore saggio a cui Holden chiede aiuto è il vecchio Antolini. A volte sembra che il tutto sia ambientato a Bassano del Grappa e non a New York.

La terza: Il giovane Holden, a detta di tutti, è un capolavoro della letteratura americana. Non lo dico io, lo dicono tutti. Nel caso quindi doveste e voleste comprarlo, sentitevi rincuorati dal giudizio di tutti e non solo da quello di Giorgio Damato.

La quarta: la vita schiva e misantropa dell’autore, J. D. Salinger, e il successo ottenuto dopo la pubblicazione, rendono il libro un vero e proprio feticcio della cultura occidentale.

Sulla trama invece, infine, non dirò niente, altrimenti che gusto c’è a leggere il libro?

E comunque, nonostante non fosse un approccio canonico alla quotidianità scolastica, il leggere molti libri (e lo scrivere) ha fatto sì che il mio amico Vladimir al momento sia il miglior drammaturgo Under 35 in Italia. E tra l’altro, si chiama Fabrizio, non Vladimir. Ma questa è un’altra storia.
Linkino

Signor COVID-19: grazie degli spunti


Nonostante un’economia distrutta, degli squilibri emotivi di massa e una clausura globale, gradirei comunque ringraziare il signor Covid-19, vista la possibilità che mi ha dato di interrogarmi su 5 tematiche molto interessanti. Cercherò di elencarle tutte, ponendomi molte domande, ricevendo poche risposte.

1) LA MERCE
Partiamo da qui. Non era mai capitato ai ragazzi della nostra generazione, cresciuti nell’agio tardo capitalistico, di percepire delle lacune sul soddisfacimento di beni primari, come il cibo. Di sentirsi, come in questo periodo, minacciati sull’assenza della primissima necessità.

Come ad eccezioni di disastri naturali, io personalmente, non mi ero mai interrogato su come: fabbrica, merce, magazzini, trasporti, vendita e profitto fossero intrinsecamente connessi. E come l’assenza di un solo di questi tasselli mortificasse tutta l’impalcatura di produzione e benessere connesso.

Inoltre, quello che stiamo osservando nell’immediato è la supplenza (quando possibile) del digitale sul retail/fisico. Con una domanda implicita e costante: fino a che punto questa supplenza sarà sostenibile? Sarà necessaria una riconversione della forza lavoro? Sarà possibile assorbire tutta la domanda e convertire tutta l’offerta, tramite uno switch di canale, forzoso?

Le risposte che mi sento di dare a questa prima tranche di interrogativi è un sonoro: BOH! Questa Fase Uno prevede tante domande. Le risposte latitano. By the way, come direbbero gli amici del marketing, grazie signor Covid 19 per lo spunto.

2) LA VELOCITA’
No, non menzionerò le esaltazioni futuristiche della velocità del secolo scorso, né citerò anche solo per scherzo la purezza stilistica di Carl Lewis o l’etica del lavoro di Usain Bolt. Purtroppo.
Bensì esplicito, anche se già chiaro a tutti, che quello che sta facendo il signor COVID-19, in questo caso, è una crociata implicita sulla velocità. Sulla velocità a cui noi ci eravamo del tutto assuefatti.

È tutto più lento. È lenta la nostra vita (forzata in mura domestiche). E’ lento il riprendere della socialità (la quarantena per molti sta diventando fattuale, di 40 giorni).
Quello che personalmente mi chiedo, sorprendendomi per l’originalità della domanda, visti i tempi è:
a) sarà possibile riprendere la vita alla velocità a cui eravamo abituati?
b) se non proprio alla velocità di prima (2020) ed escludendo la velocita di “prima pima prima” (anni ‘50), sarà necessario ritornare alla velocità di “prima”, del 2010 ad esempio? La vita ai tempi dei trilli MSN Messanger?
c) Se no (come pochi si augurano) che impatto avrà questa riduzione sulla produzione della merce?
d) Se si: volemose bene! Problema risolto.

Può sembrare che sia ossessionato dal ruolo della merce, e forse lo sono. La mia però non vuole essere un’analisi e una visione marxita del problema. Credo però che merce (intesa anche come servizi), velocità e produzione, da settant’anni a questa parte, siano l’ossatura della nostra società.
Abbonatemi perciò il particolare focus sul tema.

3) L’INDIVIDUALISMO E LA COLLETTIVITA’
Anche in questo caso, siamo stati forgiati sul culto dell’individualità e sul valore delle libertà (astenersi ovviamente cittadini di regimi autoritari).

Non fa sorridere come la soluzione ai problemi collettivi, nell’era del signor Covid-19, potrà realizzarsi solo tramite un esercizio di azioni “collettive”? Restate a casa. Non solo io, non solo tu, non solo mio cugino: tutti. Se io, tu e mio cugino, continueranno ad anteporre le proprie partite di curling o le visite dall’otorinolaringoiatra per controlli di routine, tutti, la collettività, potrà riprendere la propria vita tra qualche anno, non tra qualche mese. Questa rivincita dell’obbligo collettivo sul predominio culturale dell’individualità, a me un po’ fa sorridere.

Anche l’espressione (e la comunicazione) dell’individualità sta patendo le angherie di una collettività imposta. Io, anche se tappato in casa, sono libero di fare torte, di fare yoga su Zoom, di fare allenamenti per gli addominali, di fare challenges. In maniera molto originale e in contemporanea con tutto il mondo. Distanti ma vicini, certo, ma ancor più: da soli ma insieme. Un’individualità talmente collettiva che si omologa e diventa collettiva.

E infine, nonostante il ruolo dell’individuo e il culto della libertà, cosa bramiamo maggiormente nelle nostre splendide casette isolate (e in maniera ancora maggiore adesso, con l’avvicinarsi delle feste pasquali)?
Vogliamo stare insieme. Diciamocelo. Non è peccato. Vogliamo sentirci meno soli. Perché siamo animali sociali. Siamo una somma di individualità che formano un collettivo. Volente o nolente.

Ah, io la cosa che bramo maggiormente è farmi un giro in bici, di sera, con la brezzolina primaverile. Ma questo è un altro discorso…

4) CITTA’ – STATO – NAZIONE
In merito ho sentito delle riflessioni interessanti da parte di qualche mente leggermente più scaltra della mia. Zizek, Baricco e Cacciari, solo per citarne tre.
Il dato che è emerso con maggiore forza, uno dei tanti, certo, è che il signor Covid-19 ha contribuito a fare in pezzi con una certa facilità è il concetto di confine. Il virus non ha guardato in faccia a bianchi e neri, a tesserati o non tesserati, a baresi o leccesi. Il virus è stato democratico. Ha avuto pensieri mortiferi per tutti. Senza alcuna distinzione. Mettendo in luce, ancora una volta, come le distinzioni di specie, razza e territorio, sono accomodamenti concettuali, a volte utilitaristici.
La sua essenza democratica e volatile ha messo in luce allo stesso tempo:
– l’impossibilità del non perseguire intenti ed accordi globali e attuarli su scala locale (se le nazioni avessero seguito il modello cinese (entità globale) probabilmente gli effetti su Codogno o le valli bergamasche (entità locali) sarebbero stati decisamente minori.
– l’impossibilità di privilegiare e coltivare solo gli aspetti positivi e e/o finanaziari del capitalismo, senza pensare che ricadute negative (sanitarie) possano essere figlie della stessa globalità.
Prendendo come esempio le mascherine (punto 1) bene merceologico cardine di questo periodo storico: se fossero state prodotte e smerciate su scala globale (punto 4) con una velocità necessaria all’occasione (punto 2), gli impatti sarebbero stati decisamente minori su tutti gli individui (punto 3).

E comunque, vista la ricorsività degli impatti del Signor Covid-19 su merce e produzione e velocità, mi inizio a chiedere se non sia proprio il modello capitalistico, fondato su questi due cardini, a dover essere un attimo ripensato.

5) FUTURO
Tra i beni di consumo più venduti, oltre al cibo, all’amuchina e le mascherine, le fonti ufficiali non rivelano il più strambo: le sfere di cristallo. Dopo averle acquistate, siamo tutti da settimane ad interrogarle, cercando di capire che tipo di futuro ci troveremo a vivere.
Quando torneremo ad avere una vita normale? Il virus ritornerà? Chi si è ammalato in questo periodo, potrà riammalarsi? Si potrà tornare a viaggiare? Si potranno rivivere senza patemi gli spazi sociali collettivi?
Mi piacerebbe poter dare una risposta netta ad ognuna di queste domande.
Considerando però che sui quattro punti precedenti non ho un quantitativo considerevole di risposte e che la sfera di cristallo non mi è ancora stata consegnata, temo dovremo aggiornarci tra qualche mese.

Se possibile, senza il signor Covid-19, che ci ha tanto aiutato a porci delle domande, senza dubbio, ma che allo stesso tempo, scusate il francesismo, ha rotto il ca**o.

Mi raccomando, fate i bravi e leggete questo articolo rigorosamente da casa.

Beppe Beppe Conte


Beppe, Beppe Conte
quanto sei potente?
Beppe, Beppe Conte
quanto sei clemente?
Quanto intelligente?
Quanto? Non fa niente…

Beppe, Beppe Conte
tu sei anche onniscente.
Curi i mari dalla plastica
lavi i muri dalla svastica
sulle arterie fai angioplastica
fai diritto a chi ne mastica.

Beppe, Beppe Conte
tu sconfiggi carestie
tu distruggi tirannie
piaci un sacco alle mie zie
alle donne delle pulizie.

Metti pace tra gli afghani
tra l’America e i cubani,
tra il Pd e i democristiani
che son sempre stati a pace…

Beppe, Beppe Conte
libera la mente
Beppe, Beppe Conte
culto incandescente, Padre Pio presente,
non mi hai fatto niente
faccia di serpente.

Beppe, Beppe Conte
voglio un tuo santino
sguardo birichino
occhi da bambino
caschetto divino.

Beppe, Beppe Conte
sei il nostro tenente
sfondi i muri col pensiero
tu sei il nostro condottiero
se ci doni all’uomo nero
stiam con lui anche un mese intero.

Con te i patti sono chiari
con te i giorni sono vari
con te i conti sono pari
con te insegna a noi scolari

Beppe Conte Beppe Conte e e
Beppe Conte noi crediamo in te te
chi non salta Beppe Conte e e
chi non salta Beppe Conte e e

Sensibilità


Sensibilità. Sì parliamo di sensibilità. La sensibilità che ci viene richiesta ogni giorno, quella che in azienda ormai è chiamata col nome di empatia. Quell’effluvio di azioni non richieste ma importanti, a volte inaspettate. Quel saper dire cose corrette, al momento desiderato. Quel comportarsi come tu vorresti, senza nessuna indicazione pre pattuita.

Parliamo di sensibilità sui social network nello specifico. Perché si, io credo che sia necessaria anche sensibilità sui social network. Un click è un click. Certo. È semplice. Immediato. Ma è importante. Come ogni gesto che si commette. Ogni cosa, ogni click, ha un peso specifico.

Io credo che molti degli internauti che ti invitano a seguire una pagina, dovrebbero essere più sensibili. Dovrebbero sapere che io detesto il Bricolage, ad esempio. E che ricevere giornalmente un invito a mettere ‘Mi Piace’ a BricoService è una cosa che mi ferisce. E di tutto nella vita vorrei essere edotto, tranne che di Bricolage. Tranne che di BricoService, store megagalattico nel ferrarese, con tutte le brugole e i Fisher del globo. Basterebbe non mettere il mio nome tra lista. Non flaggarmi tra i papabili interessati a ricevere news su: punte di trapani ed offerte per prodotti in legno. Non sarebbe una cosa difficile.
Ci vorrebbe solo un click in meno. E un po’ di sensibilità, appunto.

Rassegnatevi


Rassegnatevi.
Ai figli delle vostre amiche, ai figli dei vostri amici, ai vostri amici che non possono avere figli, ai vostri figli che non possono avere amici, ai vostri figli che non possono avere figli.

Rassegnatevi.
Alla cellulite, alla calvizie, all’adipe sull’addome, alle smagliature.

Rassegnatevi al clima che cambia
al nuovo che avanza
al vecchio che muore
alle giacche anni 80
alla scala 40.

Rassegnagevi al lavoro,
alle bollette, all’affitto, al profitto, al conflitto.
Al giudizio, al pregiudizio, alla menopausa, ai peni flosci, ai peni lunghi, al fatto che prima o poi dovrete invecchiare, avere le rughe, la pancia e morire.

Rassegnatevi ai nipoti non arrivati
ai consigli non ascoltati, ai: te l’avevo detto io,
alle gite in gruppo, alle pizzate alle 7e mezzo di sera, alle feste di compleanno dei bambini, alle chat delle mamme dell’asilo.

Rassegnatevi: al suhi, al kebap, alla cucina bio, ai ristoranti etnici, alle pizzerie, alla Lega, a Tik Tok, ai centri estetici, ad Alitalia che fallisce, alla diossina, ai tumori, al cancro, agli astrologi, ai dietisti ai trapianti, agli Airpods, ai resoconti su Facebook, al dover cambiare idea, alle femministe, all’Inter, ai calzini colorati, ai fantasmini, all’omeopatia, alle auto elettriche.

Rassegnatevi cazzo.
Vi dovete rassegnare. Ras se gna re.
Vi dovete rassegnare a quello che non capite, a quello che non digerite, a quello che vi fa stare bene, a chi vi fa soffrire, a chi vi ignora, a chi non vi saluta, a chi dovrebbe darvi una mano e non vi aiuta.

Vi dovete rassegnare. Siam nel 2020.
E bisogna vivere. Non le chiacchiere.

Come sopravvivere 21 giorni senza social network


PREMESSA
Uso i social network da parecchi anni. Non ho niente contro. Per molti versi li reputo incredibilmente utili. Soprattutto perché danno la possibilità ad ognuno di esprimersi, indipendentemente da forma e contenuto: esprimersi. Fatto sta che determinati tipi di espressione in questi mesi mi son diventati grevi, forse perché son stati mesi intensi e carichi o forse avevo bisogno di ferie, vai a capire…
Come nelle migliori coppie che si rispettino quindi: ho preso una pausa. Ho cancellato dallo smartphone, ieri sera, le app di Facebook e Instagram.
Non so se riuscirò a starci senza per così tanto tempo. Non so se riuscirò a mantenere il digiuno. Proprio per questo ho deciso di prendere nota di quello che succederà. Giorno per giorno. Più o meno.
Buona lettura. O come dicevano i saggi nella Grecia antica: Enjoy!


GIORNO 1

Anche qui, come facevano gli antichi saggi in Grecia, ho comprato parecchi quotidiani.
Tutti hanno un unico e solo tema: Salvini.
Salvini che balla, Salvini che canta, cubiste che ballano con Salvini, cubiste che cantano con Salvini. Quanto cuba una cubista sull’economia di una discoteca, mi viene di pensare. E sull’economia della nazione? E soprattutto, a Cuba come si chiamano le Cubiste?

Lukaku non ha ancora scelto tra Juve e Inter. Il Salento non si capisce se è troppo pieno o troppo vuoto. Le mie dita fanno  il ballo delle amantidi religiose cercando delle app familiari. Non le trovano. È molto il tempo a disposizione. Penso tanto. Leggo molto. Sembra di essere in vacanza a 17 anni, con i miei genitori. Con molta più barba e molti meno capelli.
Nota della giornata: quando versi il caffè dalla moka cade sempre qualche goccia. Sempre.

 

GIORNO 2
Orfane di IG e Fb, le mie dita e il mio cervello si stanno riversando su Linkedin. Ho scrollato tutti gli articoli di Linkedin da oggi al 2001. Il Feed si è anchilosato sull’ultimo articolo presente sulla bacheca: Scopri tutte le funzionalità nascoste dell’ Iphone 4.

La colonia tranese accanto al nostro ombrellone si è divisa in due  gruppi e ha monopolizzato il silenzio della spiaggia .
Ordine de giorno del Gruppo a: la politica economica di cessioni e acquisti del  Real Madrid, con obiezioni sparse sulla possibile cessione di Dybala, attaccante della Juventus.
O.d.g del Gruppo B: cacare il cazzo a Riccardo, diciassettenne appena bocciato in quarta superiore.
Soffermiamoci sul gruppo B, molto più  interessante rispetto al primo.
Riccardo, seduto col capo chino e la gambe traballanti, indice corporeo d’ansia e tensione, è attorniato dalla mamma e da due “zie”. Le zie non sono geneticamente zie ma vengono appellate come tali, visto il grande affetto e la comunanza di intenti passati e futuri. Delle due zie, una infierisce sul povero Riccardo, allibita dall’indifferenza di Riccardo verso lo studio della Storia. ‘Riccardo, la storia è importante. Non può non interessarti’.

L’altra zia è meno indigesta, più empatica, ma appartiene a quel genere di mamme che utilizzano i propri figli come capitoli di lettura sul macro libro chiamato: Mondo (piacerebbe molto a Jovanotti quest’ultima frase, me ne rendo conto). Riccardo, dice la zia figlio-centrica, Alessandra (sua figlia) per studiare le materie che non le piacciono: fa degli schemi…

Riccardo, cucciolotto, dopo una tempesta di sagge cazzate retoriche, giustamente non ce la fa più. Il linguaggio del corpo parla da sé. La gamba tremolante è un sismografo impazzito. Vorrebbe rispondere cose sgradevoli, lerce. Vorrebbe gridare alla zia bonaria figlio-centrica: “Grazie al cazzo. Pure io faccio gli schemi. Non solo tua figlia Alessandra, Gesù Santo!!!” Vorrebbe inveire contro sua mamma, contro la prima zia, contro tutta la spiaggia, il mondo intero. Eppure mantiene la calma. E in un moto di rabbia, comprensibile ai più e condivisibile anziché no, tuttavia pacato dice: “Zia Anna, zia Laura, lo so. Voi avete ragione. A me però studiare mi fa cacare”.

Boato di stima e solidarietà per Riccardo. Sei tutti noi. Tutto il litorale di Alimini esulta.
RIC CAR DO! RIC CAR DO! RIC CAR DO!
Non so più se è martedì o mercoledì. Purtroppo però a breve mi toccherà controllare.

 

GIORNO 3
‘L’ottavo nano, corteggiatore abile e amante dei formaggi si chiamava: Provolo’ . Esordisce cosi il nostro vicino di ombrellone dello stabilimento balneare Caicco,  Santa Cesarea Terme.
Questo battutista incontenibile, al di là della spropositata mole di parole pronunciate al minuto, mi da la possibilità di indagare sul diverso approccio estetico al mare. In anni e anni di osservazione sono arrivato infatti a catalogare due tipi di approccio ed attitudine al mare:
A) L’approccio Decathlon
B) L’approccio Local.

L’approccio Decathlon è adottato da persone che al mare, per motivi di forza maggiore, ci si sono ritrovate. Costoro, vivono in grandi centri metropolitani, perché autoctoni o perché trasferiti in età semi adulta. Reputano poco saggio o altresì pericoloso andare in scogliera senza scarpe da scoglio e  utilizzano come mantra:
– asciugamani in microfibra
– almeno un costume Kalenji
– Zainetti Quequa.
Comprano ai loro figli le maschere moderne con boccaglio incorporato, quelle della grandezza di un motore BMW, per intenderci…

L’approccio Local invece è diametralmente opposto. Nei vissuti  passati del cluster Local ci sono pranzi al mare con 28 persone e pari numero di portate pro capite. Quello che in passato ero lo zoccolo è diventato prima ciabatta e poi infradito. Le creme solari sono un qualcosa di necessario ma di poco gradito e la possibilità di una dicotomia  tra “vacanza estiva al mare” e “vacanza estiva in montagna” non esiste. Non è una dicotomia. È una bestemmia.

Il vicino battutista è sicuramente del cluster Local. Ha il mare dentro. Lo vive intensamente. Come vive intensamente il suo rapporto con l’ironia. In maniera quasi intima. Non a caso alle sue battute ride solo lui…
Dopo 280 pagine di lettura sofferente ho abbandonato “Lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta”. Abbiamo  poco tempo a disposizione nella vita per leggere libri che ti scartavetrano. Potevo accantonarlo prima? Certo. Molto prima. Mi piace però dare più di una possibilità, ai libri, alla gente, ai detersivi Bio.

La Lega non ha votato una mozione 5 stelle. Il governo è in bilico. Giuseppe Conte  in tutto ciò è sereno. Che statista imperturbabile Giuseppe Conte…

 

GIORNO 4
Lukaku è stato acquistato dall’Inter. Dybala non vuole andar via dalla Juve. Salvini si è candidato premier per le prossime elezioni politiche (probabilmente ad ottobre). Tutte e 3 le notizie sono vere, elencale tu,  caro lettore, nell’ordine di gravità appropriato.

 

GIORNO 5
C’è crisi. C’è grossa crisi. Si andrà al voto. Forse ad ottobre, forse dopo, forse prima, dipende dai dispettucci reciproci che M5S e Lega arriveranno a farsi.  Il dato di fatto è che siamo già in campagna elettorale.
Amici delle sinistre, amici progressisti, una, dico: una campagna elettorale decente, vogliamo farla? Non dico vincerla, sarebbe troppo, sarebbe fuori moda, ma per lo meno: condurla decentemente. Eh? Ce la facciamo?
Zingaretti, Calenda, Renzi, pochi concetti, chiari, spiegati come in terza media (prima di uno sciopero studentesco). In calce vi faccio vedere come. Ah, per praticità elencherò solo qualche topic della campagna elettorale.
Per i restanti punti: giorgiogiovannidamato@gmail.com; amici dell’opposizione, ovviamente se vi servono, vengono via molto economici, vi faccio un prezzo buono…

EUROPA: a noi l’Europa ce piace NA CIFRA. L’Europa non è burocrazia. Non è Germania cattivona, non è Orban pazzerello dittatore. L’Europa è Erasmus, borse di studio, fondi europei, che vuol dire investimenti, che vuol dire valorizzazione del territorio, che vuol dire turismo che vuol dire SOLDI (che ritornano sul territorio) . Se poi NOI se frecamo i soldi pè fà e truffe, semo noi che semo magnaroni, no l’Europa che è cattivona.  (allegare slide  istogrammi con: fondi europei ricevuti 2019, fondi non spesi 2019, investimento non speso= quota parte di scemenza industriale italiana)
E facci un gol. E Mario Draghi facci un gol.

AMBIENTE: Aó, o volemo capì che se nun fermamo sto macello dell’ambiente i figli nostra non arrivano a sposasse e i nipoti nostra nun arrivano proprio. A volemo fa sta pensione a Sabaudia o no? O volemo morì prima? Aó regà, qui nun se scherza. Davero!!!! Basta ca à plastica, basta coi motori che enquineno, basta à ammazza a Amazzonia o sennò Sabaudia2050 sa à vedemo cor binocolo.
(qui facile prendi voti dei: maestri di yoga, hipster, boy scout non cattolici, gay e lesbiche, professori e maestre, pescatori, apicoltori, amici del mare e della montagna, quelli del marketing delle multinazionali, fiorai, ballerini di zumba)

POLITICHE PER GLI ANZIANI: E basta co sti Vecchi, regà… Basta! Vabbè che ve devono votà, però basta. Tanto prima o poi devono morì, no? Anzi, famo un ddl rivoluzionario. Dopo gli 85 anni: morte obbligatoria per tutti i vecchi d’Italia (e San Marino, altrimenti poi tutti i vecchi d’Italia se ne scappano lì…)
Prima li famo votà e dopo poi li stiramo. Bello eh? Ce sta?

Zingarè, Calenda, Renzi, ovviamente ho esagerato un po’. Non è che dovete parlare esattamente così, però partite dall’assunto che nei confronti dell’italiano-medio avete attrattività elettorale pari a quella di un lombrico nel pieno delle sue forze. Come detto prima, se vi serve, i contatti miei ce li avete…

GIORNO 6
Il latte di mandorla sta al Salento come il Fernet sta all’Argentina.

GIORNO 7
Di che forma sarà la mia pancia a 60 anni? È questo che sto pensando in questi giorni, a seguito di visioni giornaliere di tutti i tipi di  pance possibili. Sarà un’anguria peso massimo? Sarà un piccolo meloncino? Sarà una piccola porzione di lievito madre? Sarà un Super Santos? Sarà dura? Sarà morbida tipo monte di Plastilina? Sarà assente:  addome stile pianura padana? Come sarà la mia pancia? Oggi mi difendo bene, non ho ancora pronunciato nell’inconscio: quest’anno mi iscrivo in palestra. Fino a quando potrò dirlo?

 

GIORNO 8
Dopo 7 anni in Tibet: 7 giorni senza social. Il nuovo must imperdibile dell’editoria moderna, online nei migliori feed.
Dopo i primi 3 giorni di astinenza ho perso anche lo stimolo a connettermi da account altrui col fine di verificare le mie bacheche, i miei wall. Tutto il tempo non impiegato a vedere le foto e i post degli altri, inevitabilmente a tema estate, l’ho impiegato a leggere, a nuotare e a sonnecchiare. Vabbè anche a fare altre cose, ma non credo interessi…
Mi sono sentito molto più libero. Mi sono innervosito molto di meno nel vedere il racconto della vita degli altri sempre sorridente, sempre fantastico e/o incattivito. Effettivamente, quasi tutti i miei contatti raccontano avventure meravigliose o terribili. Nessuno racconta la medietà della vita. È questo lo scopo dei social?  Non lo so. Forse sono argomenti molto complessi, difficili da ridurre in 2 righe.
Nel frattempo la crisi di governo continua. Gli sviluppi  fanno pensare che il voto sia rimandato più in là, probabilmente non ad ottobre.


GIORNO 9

Da La Fraula n. 22, frazione di Porto Badisco, mi son spostato a La Fraula n. 32, frazione di Porto Badisco. Il numero 22, la nostra casetta al mare, è stata affittata a dei ragazzi delle Marche, io invece sono andato in un nuovo B&b, molto bello.
Tra gli inquilini del B&b, i più (antropologicamente) interessanti sono la famiglia Outlook.  Madre, padre e 2 figli, vivono il mare come fosse un’azienda. Orari di balneazione ferrei, ingresso in branda non oltre le 21:00, letture pomeridiane dei figli abbastanza angosciose: manuali di biologia e/o diritto.
Il padre, tra una colazione e una discesa al mare non perde occasione di aprire il computer e scaricare  email. Dinnanzi a lui: dei pini sferzati dal vento, una verde prateria con delle amache e Outlook.
Ho paura. Non voglio diventare così. Non voglio cadere nella trappola del dover vedere le email, per forza. Me lo dico con convinzione, dopo aver appena spento il telefono aziendale. C’è un po’ di signor Outlook anche in me. Anche se l’ho già detto: ho un po’ paura.

GIORNO 10
Ristorante. Il signore accanto al mio tavolo  ha ordinato e ricevuto un piatto di linguine con le vongole. Ci ha messo sopra del formaggio. Credo non si debba aggiungere altro.

GIORNO 11
Domande importanti per gente protagonista del suo tempo.
1) Perché la gente posta sui social? Vanità, solitudine, spirito di divulgazione, retribuzione, abitudine, dipendenza?
2) Quando posta qualcosa (anche in funzione della risposta di cui sopra) ha una consapevolezza e responsabilità editoriale verso gli utenti da cui è seguito?

GIORNO 12
Orfano delle narrazioni millesimate dei: Day1, Day2, Day33 (quoque io), sarei molto curioso adesso di capire se quello che sto riscontrando come: “Sindrome della Foto sulla Scaletta” è effettivamente un nuovo trend di Instagram o no. Maggiori dettagli su questo fenomeno.
Tendenzialmente perpetrata in località marine o lacustri la S.d.F.s.S vede vittima una coppia (etero o omosessuale) disposta a restare anche più di un’ora sotto il sole cocente pur di ottenere un ritratto fotografico perfetto (e instagramabile?) in prossimità di una scaletta che conduca verso una superficie acquatica.
Edotto sul suo significato scientifico, caro lettore, adesso ti descriverò un fulgido esempio della S.d.F.s.S., in corso proprio adesso sotto i miei occhi, a Castro.

Lui e lei
. Ventenni in erba. Campani, presumo. Tonici e attraenti. Su una scaletta addomesticata con discesa a mare, in una mattinata di intenso maestrale.
Lei, mezzo busto in acqua e mezzo busto fuori, sulla scaletta. “Amò mi fai una foto?”. Amo le fa le foto. “Vediamo?”. Cambio.
Lui, mezzo busto in acqua e mezzo busto fuori, sulla scaletta. “Amò mi fai una foto?”. Amò gli fa le foto. “Sò uscito bene?”. Cambio.
Lei, completamente in acqua, capelli bagnati, sguardo mignotto, con le mani attaccate alla scaletta. “Amò, fammi un sacco di foto”. Amò le fa un sacco di foto. Cambio.
Nel frattempo una signora molto simile ad una tartaruga umanizzata di Walt Disney procede con lentezza verso la scaletta. Amò e Amò sono molto contrariati per questo contrattempo sul set.
La signora tartaruga di Walt Disney si cala in acqua con leggiadria e scompare dall’orizzonte. Col mare, magari perchè una tartaruga umanizzata, ci sa fare. Si può riprendere il servizio fotografico.

Lui, completamente bagnato ad eccezione dei capelli, con le mani attaccate alla scaletta. “Amò, vai!”.
Amò però è contrariata. C’è qualcosa che vorrebbe cambiare, ma non sa cosa. Dopo pochi secondi ci arriva: “Amò, bagnati i capelli”. Amò si bagna i capelli. Adesso la foto è perfetta. La sagacia di Amò è notevole.
Per evitare l’inevitabile mi alzo. Mi avvio verso il bar. Vado a prendere un caffè con il latte di mandorla. Superata Mesagne tutti i turisti del Salento firmano un contratto che impone almeno un caffè con latte di mandorla al giorno, pena la pubblica gogna. Faccio il mio dovere di bravo cittadino.
Nel frattempo vedo Amò raggiungere Amò nell’acqua. Tutti e due bellissimi. Bagnati. Avvenenti. Sono pronti a chiedere una foto insieme. Nel mare. Con le mani sulla scaletta. Fermano il primo ingenuo che passa. Questi accetta di fare molteplici foto. Alle loro spalle però una voce.
“Scusateeeee ragazziiii… mi fate passare?”.
Servizio fotografico interrotto. La signora tartaruga colpisce ancora. Unica, vera condottiera contro la crociata della S.d.F.s.S.


GIORNO 13

Mi rendo conto che quest’anno, per la prima volta dopo molti anni, nel chiedere ai miei amici come hanno trascorso la loro estate non conoscerò in anticipo le loro risposte.
Giusto per darvi un’idea, gli anni precedenti è stato così.
– Ciao Giuseppino (nome di fantasia del mio amico con cui ero solito confrontarmi sulle esperienze  estive)
– Ciao Giorgio (mio amico prescelto con cui disquisire delle vacanze estive).
– Ordunque Giuseppino, come sono andate le tue vacanze?
– Magnificamente. Siamo andati in Indones…
– Lo so.
– Sull’isola di Kom…
– Lo so.
– E poi siamo andati alle Ji…
– Lo so.
– E in albergo abbiamo avuto un…
-… problema con la prenotazione, il quarto giorno, ma avete trovato una sistemazione alternativa, grazie al cugino della tua fidanzata che si era trasferito in quell’isola nel lontano 1991.
– Ma è incredibile. Come fai a sapere già tutto?
– Ti do 3 opzioni, mio amico Giuseppino,
a) era scritto nella lettera di San Paolo ai Tessalonicesi
b) ho aggiornato la pagina 777 del Televideo
c) ho aperto Facebook e IG e ho visto tutte le tue storie, dal D-2: preparazione della valigia al D21: ritorno a casa con annesse feste del gatto.


GIORNO 16

Son tonato a lavoro. Nel momento catartico post sveglia che va: dal primo piede sul pavimento al caffè (all’incirca 8 minuti), ho sentito il mio cervello gridare:

prendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferieprendiferievprendiferieprendiferieprendiferieprendiferie

Non gli ho dato ascolto.
Sono tornato in ufficio. Non mi sono ancora connesso ai social. A parte il trauma della ripresa, mi sento molto bene. I social non mi mancano. Non si andrà più a votare, probabilmente.


GIORNO 18

Inevitabili e prevedibili sono partiti i racconti delle vacanze. Li ascolto tutti volentieri, non conoscendoli. In Politica è successo di tutto e di più. Elezioni sì, elezioni no, governi giallo-verdi, giallo-rossi, dimissioni.
Tra qualche giorno riprende la Serie A. Il Chievo è già in serie B. Questo campionato non avrà senso.


GIORNO 22
Ieri ho riscaricato sullo smartphone le app di Instagram e Facebook. Resoconto di entrambe:
– Instagram: 10 notifiche. 2 direct. Robe importanti: nessuna.
– Facebook: 19 notifiche. 4 richieste d’amicizia. Robe importanti: nessuna.
In un quarto d’ora di navigazione ho scorto e scrollato foto e post di vacanze. Più o meno di tutti. Robe importanti: nessuna.

Son sopravvissuto all’esperimento. Provo meno fastidio verso questi due mondi, verso le foto di tutti, verso gli # di tutti, verso i sorrisi forzati, verso le narrazioni millesimate dei #Day1 #Day2 #Day3, verso i matrimoni [#saraetommi, #tonielisa, #antoefede] e il rapido evolversi in viaggi di nozze [#paradise; #leavemehere]. Non so quanto e se durerà. D’altronde però, ognuno ha il feed che si merita.

Come buon proposito, inalienabile visto l’avvicinarsi del primo settembre, giornata internazionale dei buoni propositi redatti durante le vacanze, malamente rispettati nel corso dell’anno, credo che sposterò entrambe le app nella seconda pagina dello smartphone, luogo dove si arenano le app derelitte tipo: “Addominali scolpiti in 30 minuti”, “App Assistant”, “FaceApp”.
Vorrei concludere questo diario con una foto pazzesca o una frase sensazionale ma non è facile. E’  domenica pomeriggio, Milano inizia lentamente a ripopolarsi e io voglio già tornare al mare.
Forse per questo concluderò con la massima con cui ha preso vita questo racconto, con la chiosa tipica dei saggi dell’antica Grecia: Enjoy!