Ieri ho visto un film…


ieri ho visto un film, ma non ricordo tra questi il titolo esatto:

A per Aspetta
B per Barletta
B per Brunetta
C per Ceretta
C per Cascetta (la versione per gli amici permalosi di B per Barletta)
D per Disdetta
E per Eletta
F per Fichetta
F per Favetta (versione pugliese)
G per Gullotta (Leo)
H per Haspetta (versione calabra)
I per Inietta
L per Lambretta
M per Michetta (la versione per gli amici celiaci)
M per Minchietta (la versione per gli amici di C.L.)
N per Neretta
O per Oretta
P per Peretta (si intende la frutta)
Q per Quadretta (è difficilissima trovarlo con la Q)
R per Reietta
S per Scarpetta
T per Troietta
U per Uvetta
V per Viennetta
Z per Zolletta

Dialogo tra un figlio New Wave e una madre collateralmente postmoderna


– Vieni a tavola ?
– No, non posso.
– Perché?
– Sto male.
– Che hai?
– Sono vittima.
– Tu le vittime ce le hai nel cervello… di chi sei vittima?
– Di Meat is murder.
– Cioè? Hai mangiato qualcosa che ti ha fatto male?
– No. No.
– La carne è l’assassino, significa questo in inglese? Che io mò ho fatto il corso d’inglese. Sono brava?
– Bravissima. Ma murder è omicidio, non assassino. E comunque il mio malessere è costante.
– E tu non mi dici che hai…
– Te l’ho detto. Sono vittima di Meat is murder. È un album. Degli Smith.
– Ah! E chi dobbiamo chiamare? Un dottore?
– No. Chiama Morrissey.
– Si chiama così il dottore? Ma non è di Barletta?
Giiiiinoooooo, prendi l’elenco e trova Morrissey, dottore. Chiamalo.
– Ma l’elenco telefonico esiste ancora?
– Non lo so. È per far fare qualcosa a tuo padre. Per dargli un po’ di fastidio…

– Va bè, ma non devi venire a tavola, quindi?
– Te l’ho detto. Sto male. Sono vittima dell’album. Mi sta creando complicazioni.
– Ho capito… Vuoi un brodino?
– No.
– Vuoi che ti porti qualcosa?
– No.
– E che posso fare mentre arriva il dottor Morrissey?
– Accendi il computer. E schiaccia play. Barbarism begins at home.
– Cià ditt? (che hai detto? trad.)
– Niente. Accendi il computer e basta.

– Marisaaaaa, il dottore non può venire. Ha detto che è in tournè.

Dovete andare a lavorare!


Va bene. Dimettetevi. Dimettetivi tutti. Vostra sponte. Con i moduli prestampati. Sul www. Dimettetevi.
Il giorno dopo però, andate a lavorare.
Mettetevi le calze spesse, le scarpe dure e andate a zappare. Prendete i ceppi dell’uva, metteteli nella bacinella attaccata al collo e scaricatela nel furgone.
Merde.

Alzatevi la mattina, bestemmiate perché è lunedì. Andate in ufficio. Lavorate. Mandate le email. Sul serio però. Voi. Non i vostri assistenti.
Arrivate al 15 del mese e chiamate vostro padre:
– Papà, mi servono i soldi. I 500 euro sono finiti.
Merde.

Mettetvi il camice, andate in reparto, cambiate il nonnino sporco e dite alle figlie imbestialite che per la visita è presto.

Fatelo, perchè questo è un post populista che non inciderà sul vostro vissuto. Fatelo, perché non l’avete mai fatto. Fatelo, perché non sapete cos’è. Fatelo, perché la vita, voi, non la conoscete. Non so se l’avete mai conosciuta, ma di certo, non la conoscete più.
Merde!

Il pizzaiolo egiziano pasticcione e le fondamenta di una nuova Italia


Nur è un pizzaiolo. È un piazzaiolo pasticcione a voler essere precisi. Tanto le sue pizze son gustose, tanto lui fa i popocchi. Ha un telefono a muro anni ’60, a voler essere ottimisti, dal quale si presenta ai suoi potenziali avventori con un riconoscibilissimo: “Piiiiiiiiizzaaaaaaaa“.
Nur è un pizzaiolo pasticcione, egiziano. È in italia da una ventina d’anni, e negli strascichi delle vocali o negli intercambi fonetici tra un argomento e un altro mostra con orgoglio le sue origini lessicali e geografiche.

Ieri da Nur, il pizzaiolo pasticcione egiziano, c’era anche suo figlio. Piccino e dalla faccia sveglia, dava fastidio a tutti i clienti, chiedendo se volessero giocare a pallone con lui. Incassato il sì o no dagli stessi, iniziava a dare fastidio al padre. Toccava gli attrezzi, gli ingredienti, il forno. Il perfetto manuale del bambino cacacazzo. Nel mentre suo padre lo sgridava. Lo ammoniva. Gli intimava obblighi e divieti (del buon pizzaiolo pasticcione). Lui, da par sua, se ne fotteva bellamente.
Mentre Nur a fatica, non coadiuvato dal suo vice Aiman ( da pronunciare nella stessa maniera di “Pizza”, quindi “Aimaaaaaan“) faceva appetitose pizze pasticcione cercando di sbagliare più ingredienti possibili, suo figlio emulava freudianamente il padre e preparava pizze pasticcione mignon, cantando.

Per distrarlo ed evitare che il bambino entrasse nel forno, ad un certo punto Nur ha chiesto a suo figlio di farmi sentire per che squadra tenesse. Al che Nurrino ha distolto lo sguardo da un’improbabile Margherita con olive, sua nuova creazione, e mi ha detto con occhi eccitati:
– Io sono dell’Inter. E dell’Italia. Io tifo Inter e Italia– ponendo enfasi sulla seconda squadra del suo cuoricino da pizzaiolo in erba.
Forse per i troppi film francesi visti in rassegna o perché ho fatto Scienze Politiche, nel vedere la faccia gioiosa di Nurrino che tifava per l’Italia, io mi sono quasi commosso. Oggi, a Nurrino, dell’Egitto non gliene importa una minchietta. Anche se la legge non può riconoscerlo, Nurrino è italiano e tifa Italia (e Inter, purtroppo).

E ho dovuto nascondere il volto in un Tuttosport stagionato, quando Nurrino ha ripreso a cantare Fabri Fibra:
– Pronti, partenza, via. Si va con Mario Monti, pronti, si va con Mario Monti e via.
Nurrino è talmente italiano che a cinque anni canta Fabri Fibra e tifa Inter. Due amori discutibili ma incontrovertibilmente italiani.
Basta poco a renderti felice in una sala d’aspetto di una pizzeria. Nonostante l’Inter. E Fabri Fibra.
Dedico questo post a Calderoli e Cècile Kyenge; agli abitanti delle contrade di Siena che aspettano il palio per darsi le botte; a quelli che gli zingari rubano ma c’hanno il Mercedes; a chi è andato a Napoli e non è mai morto. A tutto il mondo che giustamente è paese, ma che dovrebbe aspirare a diventare mondo.

So càmon càmon du d locomoscion uit mì

Lettera apetta a Lorenzo Jovanotti per fargli fare ogni tanto una canzone triste


Lorè,
io non lo so come devo fare con te… Io non lo so. Stavo vedendo Rai 3, quei pesanti che fanno le trasmissioni dove la gente non può mangiare e non c’hai soldi, e poi ho visto te. E menomale che ti ho visto, Lorè. Che a Rai 3 sò pesanti assai…
Ma tu come fai? Sei sempre bellissimo. Sei sempre alla moda. Esce Twitter e tu c’hai twitter. Escono i tatuaggi e tu c’hai i tatuaggi. Escono i pantaloni alla zuava, e tu te li metti. Chi è che te le dice ste cose? Non è roba di Signorini. Non me le puoi suggerire anche a me ogni tanto?
Sò vent’anni che canti. Sò vent’anni che fai le canzoni. Sò vent’anni che la gente canta la tua musica. Sò vent’anni che la gente viene ai tuoi concerti, che capisce quello che dici nonostante ti manchino sette/otto lettere. E balla. E piange. E si dice: “Amore mio ti amo come un dalmata, sposiamoci domani”.
Mò Lorè, fai pure i concerti a San Siro… Vabbè, li fanno i Negramaro, non li devi fare tu…

E poi Lorè, come è che non sei mai triste? Diventi vecchio e sei contento. Fai una canzone che fa cacare e sei contento. Tua moglie ti fa le corna e sei contento. Davvero Lorè, sei meglio di Vincenzo Mollica. Imperturbabile. Sei sempre contento. Mi devi dire come fai? Mandami un tweet, un’ email… Mai che fai un disco o una canzone che racconta che stai triste, sconsolato, che ti vuoi uccidere… solo noi le pensiamo ste cose? Solo noi ci lasciamo con le fidanzate? Solo noi e quelli di Rai Tre? Fai ogni tanto una canzone sulla pensione che non ti possono dare perchè non c’hai i contributi, o su tuo figlio che si spezza un dente mentre mangia un bastoncino Findus. Non dico assai, una, Lorè. Una…

Che già sei bello, c’hai i soldi e ti vogliono tutte le femmine del mondo. Se poi sei sempre felice, le persone ti odiano ancora di più. Capito, Lorè? Te lo dico, come un fratello. O un nipote. Fai tu…
Senti a me, domattina scrivi una canzone (o un disco) che si chiama: “Maledizione all’Imu che non mi fa comperare i beni di prima necessità”. Con un cd del genere, ti ameranno pure le uniche persone in Europa che né ti conoscono né ti vogliono bene. Chi? Quelli di Rai Tre…

Tuo,

Lettera apetta a Enrico Letta per una commissione sui tatuaggi


Enrì,
tu sei uno giovane. Tu il mondo dei giovani, lo capisci. Tu c’hai Twitter. Tu non usi l’auto blu perché ascolti Rino Gaetano. È per questo che voglio scriverti. È per questo che ti scrivo, Enrì.
Col cuore in mano. Come un fratello. Fà finta che sia un pisano democristiano anche io. Leggi questa lettera come se anch’io avessi in camera un poster di Andreatta.
Perché ti scrivo per un tema serio, Enrì. Serissimo. I tatuaggi.
Io non so da quanto tempo non frequenti le balere, le spiagge o le cicchetterie. Non so da quanto tempo non stai nel mondo reale, Enrì. Per i tatuaggi però, bisogna prendere una soluzione.
Enrichè, in questi anni, troppo impegnati a far finta di fare qualcosa, tu e i tuoi colleghi non vi siete resi conto di quanta gente abbia deciso di immolare il suo corpo all’inchiostro. Enrì, tu non lo sai, ma per strada c’è gente che si tatua le proprie iniziali del nome. Cioè, tipo, tu ti chiami Enrico e ti scrivi una bella E. Sul polpaccio, sul collo, sulla spalla, dipende da dove c’hai meno peli.
Così se un giorno dovessi perdere la memoria, potresti chiedere agli astanti: ragazzi, ma io come mi chiamo? Con tutti quanti a dire: Eugenio… Empedocle… No, no, Eustorgio. Secondo me ti chiami Eustorgio…

Ti faccio sta proposta. C’ho sto vizio di fare delle premesse un po’ lunghe. Facciamo una cosa, Enrì. Visto che tanto voi in Parlamento avete troppo poco tempo per  legiferare, oberati come siete di lavoro, facciamo una cosa alternativa. Facciamo una bella commissione. Una commissione sui tatuaggi. Si sa, a noi e a voi, le commissione piacciono da morire. Si discute tanto nelle commissioni. E come discutete voi in Transatlantico Enrì, nessuno… Poi si discute ancora un po’, perché una discussione seria non può esaurirsi in due-tre mesi, ci vuole tempo, no? Dopo tre mesi di discussione poi, il problema è stato compreso, certo, ma c’è bisogno di un’altra commissione o di uno studio più approfondito. A quel punto poi, si può chiamare la Protezione Civile. O mandare Grillo a dire che la commissione sui tatuaggi la deve presiedere lui. Il popolo ha deciso che la commissione sui tatuaggi la deve presiedere il Movimento Cinque Stelle. Con streaming delle riunioni negli uffici dei tatuatori.

Io non so se c’avrai tempo di leggere sta proposta, Enrì. Mò state a fare di tutto per non fare la legge elettorale e per capire chi deve togliere l’Imu a chi.
“Mi dia 250 g. di cotto, senza Imu per cortesia.”
Enrì, scusami, una domanda. Posso? Ma gli esodati ci stanno ancora o se ne sono andati? Io non li sento più in giro. Non è che se ne so andati in ferie e non ritornano più?  Comunque Enrì, dicevo, io la proposta te l’ho fatta. Mò vedi tu. Possiamo prima fare quella sulle iniziali tatuate e poi quella sulle stelle a sproposito. Se avanza tempo magari, ne facciamo anche una sui fidanzati che si tatuano i nomi dei partner.

Tuo,

Milano, 18 agosto, preghiamo


Tapparelle chiuse. Un reggimento di tapparelle chiuse. Riottose all’esterno, non si aprono. Almeno per oggi. Mettono paura per quante sono e per quanto son chiuse.
Troppo silente la città, oggi. Si sente tutto là fuori. In verità si sente il nulla, perché fuori c’è il nulla. Mai tanti posti liberi per parcheggiare; mai così poca umanità accanto al bar dei cinesi.
Stendiamoci sul divano. Immoliamoci, da settimane vergini e astinenti, alle punture delle zanzare. Nella domenica carsica, antecedente al ritorno lavorativo, aspettiamo un segnale. Aspettiamo il sole.

Toc toc. Bussano alla porta. Il segnale arriva. Di domenica pomeriggio. Alle 18:00. Guardo dallo spioncino. La vicina logorroica e baffuta: Baffi.
Apro la porta. Mi chiede se sono tornato. Le rispondo con educazione che purtroppo non ha il piacere di trovarsi di fronte ad un ologramma. Da un: “Ah!” di risposta, quasi piccata. Non si scoraggia. Affonda il fendente finale di questa domenica spettrale. Mi dice che sta andando a messa. Potrei andare con lei. Parlare col Signore non mi farebbe bene.

Mai come adesso proverei piacere nell’essere una tapparella, in un’altra parte del mondo.

Storie di F.S. 10


per le precedenti storie, clicca qui

• La cosa che mi incanta dei viaggi in treno è il misunderstanding, ormai consolidato e scontato, tra l’interesse e la maleducazione. La signora campana con la voce roca che viaggia sul mio stesso Barletta-Lecce ha fatto di questo assunto, una regola di vita. Sciorina, commenta e chiede opinioni sulle “sue” vie preferite di Roma o sulla giusta lunghezza dei capelli di Hamsik. Ciò che mi affascina ancora in misura maggiore, è che lei crede sul serio che a chi postula domande, esigendo risposte, interessino i suoi vezzi. E i suoi cazzi.

• La mia vicina di banchetto, dell’affollato Bari Lecce, è salita sul treno. Ha esatto il suo posto. Ha fatto alzare metà carrozza. Si è accorta che aveva sbagliato posto. Ha fatto rialzare tutta la carrozza. Si è seduta accanto a me. Il posto giusto, stavolta. Mi ha guardato supplichevole, lasciandomi intendere di spostare la sua valigia sul posto più alto; dove la valigia, ovviamente, non è entrata. Mi ha detto grazie. E ha detto quasi scocciata:
“Lasciamola qua la valigia. Per ora.
Adesso la valigia vaga nel corridioio. Da sola. Fa avanti e indietro nel corridoio.
Sbatte addosso ai sedili dello scompartimento. Sbeum. E ai passeggeri. Sbeum.
La sua padrona invece, serafica e assonnata, legge il giornale. Accanto a me. Sbeum.

• I treni sono un panopticon ridotto, mostrano ai passeggeri fortunati, la logica intrinseca al pensiero comune. Se si è particolarmente fortunati poi, ogni carrozza mette in luce quanto poco da piccoli si è giocato ai Lego. È estatico vedere signori di mezza età che sudano e imprecano per la valigia che non entra nella “cappelliera”. Una valigia che non entra e che soprattutto non entrerà mai. Nonostante i “Morti toi”, i “Meenaa trasi”, e le sfilate di santi nominati fuori sede.

• La discesa verso il profondo sud della Puglia corrisponde a un progressivo degradare in ulivi e muretti a secco. Un po’ di tempo fa, mentre riprendevo la strada della Pianura Padana con una ragazza ciociara, per consolare il suo buffissimo cattivo umore, le dissi:
Cara, vedi che bei paesaggi che ci sono. Vedi che bei colori…
Ricevendo una risposta che tutt’ora impiego come aneddotica di base:
Aaaddddooo? È tutto bruciato. Dù colori ce stanno. Rosso e marrone. Marrone e rosso. Dòò li vedi sti bei colori?”
Effettivamente aveva ragione. In questo Barletta Lecce è ancora più evidente. Dù colori ce stanno. Eppure è comunque meraviglioso.

• Una nonnina emigrata da Lecce molti anni fa, guarda un albero e dice sua nipote: Marì, so pronte le fiche!
La nipote, corroborata da una vita di lazialità spinta, le risponde: a nò, nun se dicono ste cose.