16
17
18 forse
se mafori
che dividono Romolo da Piazzale Lodi
tutti quanti:
rossi.
1
magari 2
ma anche 3
forse
li avrai presi verdi…
Niente.
16
17
18
Rossi.
Rossi.
Rossi.
E intanto
nel bus ti fa caldo
nel bus tutti puzzano
a tutti
il mattino
sta andando via distante
sfuggente
e tutti
ricurvi su schermi di smartphone
controllano email aziendali.
16
17
18
sono le volte che bestemmio al minuto.
Ma tanto qui dentro cambia poco
o nulla.
Rossi.
Rossi.
Rossi.
La facilità di alcune persone a raccontarti la loro vita; la correttezza nell’essere femminista e la scorrettezza dell’essere maschilista; lo stupirsi, ogni volta, dell’odore della pipì dopo aver mangiato gli asparagi.
Il casco sulla testa, in bicicletta, in città.
Il trend degli articoli con i decaloghi, otto dei quali del tutto inutili.
Il dolore del bicipite, al bicipite, per le telefonate senza auricolari.
I giorni troppo pieni di compleanni.
L’arroganza di chi non segue gli eventi nazionali ma non vuole che il giorno dopo se ne parli.
Il nodo della cravatta fatto male.
Il lamentarsi di un’inaspettata ondata di freddo, come se il freddo prima di arrivare dovesse annunciarsi.
Le serate dei PR, sempre imperdibili, incredibili, irrinunciabili.
La pluriabbondanza di cuscini nel letto.
I traslochi fatti con il car sharing; i jeans strappati indossati con due gradi sottozero; il conta persone sugli aerei, ormai estinto.
I cantanti del Sud Italia che cantano le canzoni napoletane; quelle che vanno malate a lavoro e cacano il cazzo per tutta la giornata che son malate.
oppure
Le frasi da campagna elettorale, in campagna elettorale.
Le signore che leggono i libri della biblioteca comunale; i due bicchieri scordati sul tavolo dopo che hai avviato la lavastoviglie; i fondi delle tazzine lunghe, incrostate di caffè.
Le persone che si mettono like alle foto pubblicate da loro stessi.
Quelli che si rubano i rompi-vetri di emergenza, nelle metropolitane e nei tram.
L’impossibilità per una persona comune, di essere notato da una modella; l’illusione che mangiare il kiwi col cucchiaino sia più semplice; gli skaters, che non hanno mai freddo.
I turisti, nelle città straniere, con le maglie di calcio acriliche.
Quando fai il biglietto del treno e non te lo controllano; il progressivo restringersi dei gelati dell’Algida; l’aspetto profetico/ascetico che assumono gli organizzatori delle feste quando le feste vanno bene.
I cartoni delle uova per insonorizzare; le foto delle spezie dei mercati del Marocco; i luoghi comuni sulla terza categoria calcistica.
oppure
Quelle che vanno in discoteca per comparire dietro al dj che suona.
Quelli che ridono troppo forte, troppo a lungo e in maniera prolungata;
Quelli che a calcetto si fanno sempre le squadre più forti.
La tristezza di gruppi di persone che rifanno i balletti di Grease.
– Hai gli occhi come il tuo maglione, che è in realtà però è una felpa.
– Tipo?
– XS, forse S. Non più di una M comunque…
– Tipo, di che colore, intendevo…
– Marroncino, che in realtà però è un po’ verde.
– Sei sicuro?
– No, sono daltonico.
– Quindi in realtà tu vedi un maglione, ma potrebbe essere una trapunta, tipo…
– Sono daltonico, non sotto effetto di acidi.
– Vorresti amoreggiare ADESSO?
– Che nesso ha col daltonismo?
– Alcuno, ma la storia del maglione, che in realtà è una felpa, era un approccio…
– Allora ti dico no, che in realtà però è un fottiti.
– Breaking Bread mi compri un figlio?
– Un altro?
– Sì!
– E mò te ne ho preso uno asiatico, ne vuoi già un altro?
– Sì.
– Non vuoi un anello?
– No.
– Una Bentley in velluto?
– Nemmeno.
– Una attico a Capri.
– Che palle…
– Si Angelì, però tu non mi puoi chiedere un figlio al mese.
– Sì che posso. Io sono la più figa del globo e posso chiederti quello che voglio. E poi, tra l’altro, sò pure tua moglie…
– Senti, mò vedo un attimo. Al massimo ne compro uno su Amazon, così se non ti piace lo mandi indietro.
– Io lo vorrei sui 5-6 anni, non più piccolo. Così non cambio i pannolini.
– E se non lo trovo?
– Se non lo trovi, prendilo post adolescente, che uno con più di 16 anni, finora, non me l’hai mai comprato.
– Vabbè, mo vedo.
– Breaking Bread, non ti ritirare a casa senza bambino, che ti lascio.
– Se mi lasci ti spacco la testa. Oltre al fatto che se mi lasci non vale.
– Poi vediamo…
La Piscina Caimi è un luogo bellissimo
elegante
gioioso per gli occhi
e in Piscina Caimi sono tutti cretini.
(A scanso di equivoci
io sono il primo tra i cretini)
ad aspettare 3 ore per una birra
4 ore per una bruschetta
che pagherò non meno di 12 euro.
Sono tutti cretini
e io non proibisco che lo siano
con i bagnini vestiti troppo fighi
con i guardascarpe
(cugini dei guardaspiaggia e dei guardadovemettiipiedi)
a dirti: si levi le scarpe, si levi le scarpe, si levi le scarpe, grazie.
e metti che c’avevo le unghie lunghe, scemunito?
tu non ci pensi a questo vero, guardiascarpe?
I guardiascarpe tra l’altro hanno delle tute metà imbianchino metà profeta.
Anche loro sono troppo fighi, come i bagnini, in piscina Caimi, sono tutti cretini.
Fanno tutti le dirette video
sul Facebook
si riprendono
scalzi, coi bagnini cretini e profeti imbianchini
in piscina Caimi
La piscina Caimi è l’essenza di MIlano
sta a Milano come Milano sta alla Piscina Caimi
l’equazione si sgretola e diventa un tutt’uno.
Perchè a Milano e in piscina Caimi
ad esempio
parlano tutti di lavoro.
– si Andrea, domani formalizziamo l’offerta
– Antonio, a quel prezzo pensiamoci un attimo e rispondiamogli con in copia Michele.
Ma vafemmoc ammammt!
Secondo me a Pisa non si parla di lavoro, in piscina.
Magari si parla di betulle e risciò
ma non di lavoro.
O magari non si lavora.
O magari non si va in piscina.
Ecco.
Avevo scritto tutte sta cosa
almeno una settimana fa
poi Selvaggia Lucarelli ci ha messo la testa
ci ha messo la bocca
e come al solito ha fatto banco.
Selvaggia, Selvaggia, come devo fare con te
che mi rubi i post dalla mente.
Metterò delle password al cervello
se possibile ancora più massicce.
Orsù dunque
mi taccio
e vado ad ammazzare la comunità di zanzare
che fa piani strategici
per la conquista delle caviglie
che sulla compaggine dei cretini
che vanno in piscina Caimi
ho scritto già troppo cose.
D’altronde
la piscina,
come il cornetto vuoto
e il bricolage
è un concetto
che non esiste.
Un mio amicuo-o-o-o lavora in Vodafone.
Qualche giorno fa mi ha detto: Giorgiuo-o-o-o, tu non hai idea cosa sta succedenduo-o-o-o in questa azienda.
Molte persone, ad un certo puntuo-o-o-o, dal nulla, iniziano ad attaccare uo-o-o-o dopo ogni parola. Il dottore dell’azienda l’ha definita la sindrome Vodafoneuo-o-o-o.
– Amico miuo-o-o-o, purtroppo nemmeno tu, adessuo-o-o-o ne sei immune. Ti ho sentito dirluo-o-o almeno 4 volte.
– Io? Ti sbaglanduo-o-o-o. Tu, piuttostuo-o-o-o, adesso lo stai facenduo-o-o-o.
– Come potrei farluo-o-o-o? Io mica lavoro in Vodafonuo-o-o-o.
– Sarà…
– Sarà…
Ho salutatuo-o-o-o il mio amico e me ne sono andatuo-o-o-o.
Davvero strana questa storia della sindrome Vodafone, mi sono dettuo-o-o-o, fischiettando quella canzone che adesso va molto di moda, che alla fine fa: uo-o-o-o.
Quando oltrapassati i cancelli
e badgato per l’uscita
hai preso dalla tasca del tuo pantalone aderente
l’Iphone con cover fluo
non l’avrei mai immaginato
avrei potuto credere
che non avevi più soldi
che non avevi più voglia di vivere
che non avevi schiacciato conferma per prenotare il car sharing
e la macchina adesso
era in mano a chissà chi…
ma non avrei potuto credere
che a tua madre
che amorevole ti parlava al telefono
avresti detto:
non c’ho sbatty!
– Sai, era mia madre.
– Sì?
– Le ho detto che: non c’ho sbatty!
– Sì?
– Sì, sul serio.
– E posso chiederti, di grazia, di cosa non avresti più sbatty?
– Di andare con lei al supermarcato, adesso, dopo una giornata in ufficio.
– Ah. Pensavo peggio…
– Non c’è niente di peggio del supermercato, il lunedì sera, dopo una giornata in ufficio.
– Nemmeno Tirana, d’inverno?
– Non ci sono mai stata. Troppo sbatty…
Anche per me
troppo sbatty
anche io
non c’ho sbatty
di sentirti dire
un’altra volta
in un solo minuto
la stessa espressione.
Non avrei potuto credere
alla fine
di sentirmi
improvvisamente
così solidale con tua madre.
Lavoro nel Digital Marketing da qualche anno.
In un ambiente affascinante, dinamico e zeppo di parole inglesi pronunciate a sproposito.
Qui, alcune regole suggerite dalla signora Esperienza, che magari, mio caro lettore, potrebbero tornarti utili.
Prima di inviare un brief sii sicuro di aver capito cosa ti chiede il referente.
Se il referente ti chiede cose infattibili, esprimi le tue perplessità.
Se il referente ti chiede cose impossibili: digli in modo gentile che per i miracoli ci stiamo attrezzando.
Scrivi nel modo più semplice e chiaro possibile:
– essendo certo che quello che stai scrivendo verrà recepito facilmente da chi leggerà.
– dando la possibilità a chi riceve la tua email, di inoltrare, a sua volta, la tua email.
– Nella gestione dei feedback:
– rispondi riprendendo la domanda o allacciandoti ad essa.
– (in caso di più attori coinvolti) rendi distintiva la tua risposta.
Nel caso poi avessi la sfortunata idea di lavorare nel DIGITAL MARKETING:
– Prima di andare online:
Verifica che tutto funzioni: Cross-device: (mobile, tablet, desktop) e cross browser/Sistema operativo
– Dopo aver dato ok per online:
Verifica che quanto schedulato sia effettivamente funzionante.
Se lavori in azienda: ricorda che esistono ed esisteranno delle gerarchie.
Se lavori in agenzia: ricorda che il cliente è il miglior nemico dell’uomo: ossequialo, maledicilo quando non in ascolto, consegna i materiali per tempo.
Ricorda che le competenze si acquisiscono. Le buone maniere, il rispetto e l’educazione sono un dono innato, indotto e non inducibile; quindi: capisci l’ambiente in cui ti trovi, cerca di fare sempre il tuo meglio, inizia a fare yoga.
I rimorchi dei TIR
con i nomi fantasiosi
mi fanno
letteralmente
volare.
La vera emozione
me la donano
quelli con i nomi
massicci e meridionali:
Gino, Savino, Lello.
Non scherzano
nemmeno
però
quelli con i nomi
irrazionali:
Jack, Aquila, Furia.
Per non parlare poi
di quanto adori
i TIR senza rimorchio…
Difatti
non ne parleremo.
L’altro dì
mentre attraversavo il marciapiede
ho visto un Tir
con un nome tra i più pazzeschi: Gerry Scotti.
Dopo un tram chiamato desiderio
un tir chiamato Gerry Scotti
cioè, ragazzi, ma di cosa stiamo parlando…
Fare una foto era il minimo che potessi fare
al tir col nome più bello di tutti i tempi.
Allora ho attraversato la strada
ho avvicinato le mani al jeans
ho preso lo smartphone
e l’ho messo in direzione di Gerry
per dargli il giusto tributo che meritava
per renderlo: sovrano
tra i miei scatti dell’Instagram.
Nel mentre in cui pigiavo il tasto però
il pacifico autista di Gerry
ha tirato giù il finestrino
ha mostrato il suo volto dell’est
con barba, baffi e occhiali da sole
e con un sorriso da non sfidare
mi ha pacificamente detto: cazzo vuoi, coglione?
nel frattempo ha girato la rotonda
ha accesso il tasto della sfrontatezza del camionista
ed è andato avanti
e io sono rimasto immobile
senza aver pigiato il bottone
senza aver scattato la foto
senza aver immortalato Gerry
nella memoria del mio smartphone
mentre lui andava via
a fare casino su altri caselli
a dare spettacolo su careggiate buie
e a far brillare
in notti scure
i piccoli led
che compongono il suo nome: Gerry Scotti.