Milano, 18 agosto, preghiamo


Tapparelle chiuse. Un reggimento di tapparelle chiuse. Riottose all’esterno, non si aprono. Almeno per oggi. Mettono paura per quante sono e per quanto son chiuse.
Troppo silente la città, oggi. Si sente tutto là fuori. In verità si sente il nulla, perché fuori c’è il nulla. Mai tanti posti liberi per parcheggiare; mai così poca umanità accanto al bar dei cinesi.
Stendiamoci sul divano. Immoliamoci, da settimane vergini e astinenti, alle punture delle zanzare. Nella domenica carsica, antecedente al ritorno lavorativo, aspettiamo un segnale. Aspettiamo il sole.

Toc toc. Bussano alla porta. Il segnale arriva. Di domenica pomeriggio. Alle 18:00. Guardo dallo spioncino. La vicina logorroica e baffuta: Baffi.
Apro la porta. Mi chiede se sono tornato. Le rispondo con educazione che purtroppo non ha il piacere di trovarsi di fronte ad un ologramma. Da un: “Ah!” di risposta, quasi piccata. Non si scoraggia. Affonda il fendente finale di questa domenica spettrale. Mi dice che sta andando a messa. Potrei andare con lei. Parlare col Signore non mi farebbe bene.

Mai come adesso proverei piacere nell’essere una tapparella, in un’altra parte del mondo.

Storie di F.S. 10


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• La cosa che mi incanta dei viaggi in treno è il misunderstanding, ormai consolidato e scontato, tra l’interesse e la maleducazione. La signora campana con la voce roca che viaggia sul mio stesso Barletta-Lecce ha fatto di questo assunto, una regola di vita. Sciorina, commenta e chiede opinioni sulle “sue” vie preferite di Roma o sulla giusta lunghezza dei capelli di Hamsik. Ciò che mi affascina ancora in misura maggiore, è che lei crede sul serio che a chi postula domande, esigendo risposte, interessino i suoi vezzi. E i suoi cazzi.

• La mia vicina di banchetto, dell’affollato Bari Lecce, è salita sul treno. Ha esatto il suo posto. Ha fatto alzare metà carrozza. Si è accorta che aveva sbagliato posto. Ha fatto rialzare tutta la carrozza. Si è seduta accanto a me. Il posto giusto, stavolta. Mi ha guardato supplichevole, lasciandomi intendere di spostare la sua valigia sul posto più alto; dove la valigia, ovviamente, non è entrata. Mi ha detto grazie. E ha detto quasi scocciata:
“Lasciamola qua la valigia. Per ora.
Adesso la valigia vaga nel corridioio. Da sola. Fa avanti e indietro nel corridoio.
Sbatte addosso ai sedili dello scompartimento. Sbeum. E ai passeggeri. Sbeum.
La sua padrona invece, serafica e assonnata, legge il giornale. Accanto a me. Sbeum.

• I treni sono un panopticon ridotto, mostrano ai passeggeri fortunati, la logica intrinseca al pensiero comune. Se si è particolarmente fortunati poi, ogni carrozza mette in luce quanto poco da piccoli si è giocato ai Lego. È estatico vedere signori di mezza età che sudano e imprecano per la valigia che non entra nella “cappelliera”. Una valigia che non entra e che soprattutto non entrerà mai. Nonostante i “Morti toi”, i “Meenaa trasi”, e le sfilate di santi nominati fuori sede.

• La discesa verso il profondo sud della Puglia corrisponde a un progressivo degradare in ulivi e muretti a secco. Un po’ di tempo fa, mentre riprendevo la strada della Pianura Padana con una ragazza ciociara, per consolare il suo buffissimo cattivo umore, le dissi:
Cara, vedi che bei paesaggi che ci sono. Vedi che bei colori…
Ricevendo una risposta che tutt’ora impiego come aneddotica di base:
Aaaddddooo? È tutto bruciato. Dù colori ce stanno. Rosso e marrone. Marrone e rosso. Dòò li vedi sti bei colori?”
Effettivamente aveva ragione. In questo Barletta Lecce è ancora più evidente. Dù colori ce stanno. Eppure è comunque meraviglioso.

• Una nonnina emigrata da Lecce molti anni fa, guarda un albero e dice sua nipote: Marì, so pronte le fiche!
La nipote, corroborata da una vita di lazialità spinta, le risponde: a nò, nun se dicono ste cose.

Ametista Lostagista e la tutor Gianna


sempre il primo giorno

– Ametista, lei invece è la tua Tutor…

– Ciao Ametista, ben trovato. Io sono Gianna.
– Ciao Gianna, piacere, Ametista.
– Come stai?
– Bene, bene. Ho iniziato a conoscere un po’ di colleghi.
– Ah, benissimo… non temere comunque. Domani conoscerai anche me.
– Domani? E perché domani?
– Domani sarà una conoscenza approfondita. Oggi invece, sommaria. Tra poco devo uscire. Ho un impegno importante dal quale non posso proprio esimermi.
– Capisco…
– Lo vuoi sapere? Dai, te lo dico. D’altronde è giusto che iniziamo a condividere dei segreti.
– Certo, l’ufficio è il luogo ideale. Dimmi pure…
– Sai, esco prima, perché devo accompagnare la mia bambina dal dottore.
– Uuu, poveretta. Perché, cosa ha? Non sta bene?
– No, no. Sta abbastanza bene. Però ha una visita medica molto delicata.
– Accidenti. Quanto ha la tua bambina?
– 28.
– 28 mesi? Ma è piccolissima. Beh, fai benissimo ad andare via prima…
– No, no. Ha 28 anni.
– 28 anni?
– Sì certo, e non me la sento di lasciarla da sola durante questa visita pericolosa.
– Che tipo di visita?
– Deve affrontare dal dermatologo molti inestetismi della pelle.
– Dei foruncoli? Dei brufoli?
– No, macchè… degli inestetismi… inestetismi.
– Ah, certo. Inestetismi.

– Ma scusa Ametista, mi guardi stranito. I tuoi genitori non vengono con te dal dottore?
– Sì, qualche volta vengono. Non per gli inestetismi però. Anche perché, grazie a Dio, non vado molto spesso dal dottore…
– E ma dovresti andarci un po’ più spesso…
– Beh Gianna, se io ci vado poco, mi fa piacere comunque…
– Sì, sicuramente. Però probabilmente tu nella tua vita sei stato molto fortunato.
– In che senso?
– Sicuramente in vita tua non hai mai dovuto fronteggiare gli inestetismi della pelle.
– No, queste cose terribili, no. Grazie a Dio, no.

– Però Ametista, a ben pensarci, hai davvero dei genitori crudeli.
– Perché?
– Perché dei genitori non dovrebbero permettere ad un ragazzo di 28 anni, di andare da solo dal dottore…
– No Gianna, non sono crudeli. Sono calabresi. Per venire dal dottore con me dovrebbero fare 1200 chilometri…
– Come dici tu… va bè, io vado comunque. Non vorrei far tardi.
– Certo Gianna, va pure.
– E mi raccomando, non dire a nessuno il nostro segreto. Ok?
– Te lo giuro sulla mia pelle. No va bè, facciamo sul mio onore.
– Grazie Ametista. Domani facciamo la nostra conoscenza approfondita, ok?
– Perfetto Gianna. A domani. Ed abbi cura della bambina…

Riflessioni eterozigote dopo un concerto dei Depeche Mode


Un mio amico drammaturgo mi ha rivelato che per tutta la sua giovane vita ha creduto che le parole precedenti al ritornello di Personal Jesus fossero: “Richard touch friends !”. Giovedì scorso, durante il concerto dei Depeche Mode, ho pensato al piccolo Riccardino, guardingo e lesto, che tra un’estasi e l’altra del pubblico, provava a palpare gli astanti. È a lui e al mio amico drammaturgo infatti, che vorrei dedicare queste riflessioni estemporanee   ahimè postate in ritardo.

– Dave Gahan oltre ad essere una rock star è anche un innovatore. È uno dei pochi cantanti che suona un oggetto che non può suonarsi: l’asta del microfono.
– Dave Gahan è la dimostrazione dell’infondatezza sulla pericolosità delle droghe. Le droghe fanno benissimo. Se i risultati delle droghe sono le performance di Dave Gahan, drogarsi è formativo e costruttivo.
– Dave Gahan ha qualcosa di Ibrahimovic anche perché Zlatan è l’uomo con più sosia al mondo. Compresi i formichieri.
– Dave Gahan tiene il palco meglio di Papa WoJtyla.
– Dave Gahan ha scoperto il segreto della magrezza ed Iggy Pop non ne sarà sicuramete felice.
– Dave Gahan sta ai gilet come Venditti sta ai Ray-Ban a goccia.
– I Depeche Mode senza il suo cantante sarebbero arrivati massimo a Castrocaro. O al Festivalbar. O per essere democristiani, difficilmente avrebbero costantemente riempito gli stadi.

Spregevolezze


Nella classifica delle spregevolezze maggiori del globo
primeggiano i tizi
che in un luogo semi silenzioso
stridono i denti e le labbra
e fanno il seguente rumore: mff.

È un rumore che può assumere molte sfaccettature.
Può diventare: mffz.
Oppure: mffpzz.
Ma limitiamoci qui.

La spregevolezza è data perlopiù
dalla frequenza con cui costoro,
da ligi spregevoli, quali essi sono,
fanno il rumore spregevole.
Quasi mai si accontentano di farlo una volta sola.
Imperversano, scostanti, in cadenzati: mff. O: mffz. O: mffpz.

Lo fanno finchè ti giri a guardarli
per ammutolirli col tuo sguardo cattivo
avendo in compenso, senza parole aggiuntive,
soltanto una sillaba grama:
Mffz.

Carlos Tevez porterà all’Italia armonia e notti serene


Io son molto contento che Tevez sia arrivato alla Juve.
Sentivamo tutti un disperato bisogno di Tevez alla Juve.
Italiani di diverse regioni ma di egual fede calcistica
in questi mesi si sono alzati nel cuore della notte
chiedendo, affranti, alle loro mogli
se per caso potessero dargli un Tevez.
– Dammi un Tevez cara, per favore. O la mia notte sarà un inferno.
– Non temere caro. Presto anche tu avrai un Tevez. Ora dormi però, dai. Riposa.

Tutto questo non accadrà più.
E non grazie a Te, lettore, ma grazie a Tevez.
Precisiamo.

Spero che Tevez nei prossimi cinque anni faccia cinquecento gol
e vinca tutti i trofei scibili e immaginabili.
Anche solo per concedere sonni tranquilli, a mogli e mariti.

Purtuttavia – minchia che congiunzione –
la cosa più strabiliante dell’arrivo di Tevez alla Juve
oltre alla bruttezza neorealista del calciatore argentino
son stati i tifosi che l’hanno accolto all’aeroporto.

Precisiamo nuovamente,
ognuno è libero di andare ad accogliere chi vuole all’aeroporto:
calciatori, ballerine, popstar, rifugiati politici, amanti e fidanzate, Cesare Battisti.
Cioè, proprio la qualunque…

La mia immaginazione però
è stata davvero solleticata da quei ragazzi
che dopo aver gridato
dietro a transenne e cordoni di polizia:
Carlo, Carlitos, Carlè, Carlucccio, Apache, Tevez, Tevez, Tevez,
(continuando, per cautelarsi contro una sua comprensibile indifferenza, con: Teveeez, Teveeez)
e avergli appeso addosso contro la sua volontà
sciarpe bianconere
a giugno inoltrato
son corsi dietro la sua macchina coi vetri oscurati
gridando, non paghi: Carlo, Carlitos, Carlè, Carlucccio, Apache, Tevez, Tevez, Tevez
(e visti i problemi di udito ormai conclamati: Teveeez, Teveeez).

Ho subito pensato al mini ultras tornato a casa, raggiante,
che raccontava al babbo e alla mamma
la meravigliosa avventura vissuta quella mattinata:
– Mamma, babbo, oggi è stata la giornata più bella della mia vita. Son andato fino a Torino a gridare: Carlo, Carlitos, Carlè, Carlucccio, Apache, Tevez, Tevez, Tevez.
– E questo Carlo, amore mio, ti ha sentito?
– No. Però io inseguendo la macchina gli ho continuato a gridare: Teveeez, Teveeez.
– E allora lui ti ha sentito?
– No. Però sono così emozionato che stanotte non riuscirò a dormire.
– Io e tuo padre invece, stanotte finalmente dormiremo.
– Perché mamma? Prima non dormivate?
– È una longa storia, tesoro. Ora va a dormire, anche se non ci riesci.
– Va bene mamma. Senti però come son diventato bravo: Carlo, Carlitos, Carlè, Carlucccio, Apache, Tevez, Tevez, Tevez. Buona notte.

Lo immaginiamo così l’arrivo di Tevez a Torino.
Alla Juventus.
Lontano dai festini sabaudi sporcaccioni.
Distante dalla goliardia sessuale tutta fasce muscolari e iniziali tatuate a caso.

Con Tevez molti italiani saranno più tranquilli.
Madri, mogli e mariti torneranno a dormire.
Figli continueranno a girdare dietro le Jeep coi vetri oscurati,
dimostrando che anche il calcio
come la fede e il Superenealotto
porta armonia nei focolari.