Ballata d’amore Marinea


Non credere che non ti ami più,
no, non farlo.
Ti penso, sempre,
come clusters geotargettizzati.

Non credere che non ti pensi più,
no, non farlo.
Lo so che l’ho già detto,
faccio come il prof. di matematica che soprattutto a me diceva:
Repetita Iuvant.

Ho sempre in testa il tuo profumo.
Lo cerco, lo sogno, lo capto, lo colgo.
Son mesi che non ti assaggio
eppure…

Non credere che non avendoti ti dimentichi,
no, non farlo.
Sei la concierge del mio cuore
accogli e sfratti emozioni.

Non credere che tema il web,
no, non farlo,
o che fare il tuo nome, in rete,
mi crei qualche problema.
Proprio questo è ciò che faccio, adesso,
in questa ballata su questo testo,
in queste righe di questo giorno.

Svelo al mondo per chi e quanto soffro,
sì, so farlo.
Dicendo come ti chiami,
quanto ti amo, quanto ti penso e quanto mi manchi,
è come se lo dicessi a te, diretto,
sì, so farlo.

Ti amo più che mai e mi è difficile scordarti:
linguina con l’astice.

Totò l’informatico


Sempre il primo giorno

– Tu sei Ametista?
– Sì, piacere, Ametista.
– Piacere, Totò. Primo lavoro?
– No, no. Questo è l’ottavo stage
– Minchia, ‘nculo compare…
– ‘Nculo sì. Tu invece, Totò? Lavori qui da tanto?
– Da 18 anni
– Diciotto? Ma quanti anni hai?
– Trentasei.
– Madonna mia… una vita qua dentro. Complimenti…
– Meno di una vita, compare.
– Perchè?
– Perchè io mezza giornata ci lavoro…
– E da quanto?
– Da sempre.
– Cioè, lavori metà giornata, da metà vita?
– Bravo!
– E l’altra metà giornata che fai?
– Ci vado in moto.
– Corri? In Pista?
– No, in città. Ci faccio le pernacchie ai vigili e me ne scappo.

Risate di accondiscendenza e cordoglio.

– Senti compare, qual’è la scrivania tua?
– Questa.
– Sto tavolino Ikea?
– Sì.
– Minchia! Va bè e che ci devi fare? Che ci vuoi? Un computer?
– Mah sì… perchè no…
– E che ci vuoi nel computer?
– Eeh, bò. Ciò che serve…
– L’Office. L’Outlook. Il Photoshop, ce lo vuoi?
– È gratis?
– Sì, agli staggisti ce lo diamo gratis…
– E va bene. Mettimelo allora.

– Eeh ma senti, adesso ce le vuoi tutte ste minchia di cose?
– Eeh, teoricamente sì.
– Minchia Ametista! Ma io stanco sono… poi sò gia le 11… Io tra due ore me ne vado. Te le posso mettere un altro giorno?
– Eeh, certo Totò. Quando vuoi…
– Va bene dai, grazie compare. Tu intanto statti qua… Ambientati. Va bene?
– Va bene Totò. Mi ambiento. Magari mi faccio dare anche una sedia. Se non ti siedi per terra puoi ambientarti meglio, che dici?
– Bravo compare. Un’ideona. Senti vado in ufficio. Se hai bisogno di qualcosa avvisami, ok? Però non prima di domani, ok?
– Certo Totò. A dopo. Anzi, a domani.
– Ciao compare.

“Sei una forza della natura”


Speso si dice: “sei una forza della natura”.
È un concetto che si applica a tante cose: ad un alunno discolo e snervante, ad un procacciatore elettorale di voti, ad un uomo/donna iperattivo/a e indefesso/a.
Secondo me però, anche quando il concetto si categorizza ad agenti atmosferici, non si da il giusto peso all’espressione: forza della natura. Puoi trovarti sotto un uragano, essere in balìa del vento, soffrire l’afa sullo scooter, tanto da levarti il casco. Tutte queste cose ti faranno molto innervosire, ma non ti porteranno a riflettere sull’effettiva forza della natura.
Io ho capito quanto è forte la natura oggi pomeriggio (a seconda di quando posterò questo post).
Ero sul bagnasciuga a leggere il mio nuovo e bellissimo libricino. Combattevo il logorio della vita moderna. Quando ad un certo punto il vento si è incazzato. Si è incazzato come se il suo titolare gli avesse annunciato un licenziamento in tronco. E ha iniziato a soffiare. Molto forte. Per protesta. Anche lui. Protestano tutti, vuoi che non protesti anche il vento?
Mi hai licenziato? E mò ti faccio vedere io…
Io continuavo a leggere il mio libricino, lottando col freddo del vento d’estate. Che troppo estate ancora non è. Fino a quando mi son girato, ho scorto il mio asciugamano e l’ho notato pieno di sabbia. Ricoperto. Sommerso. E per la prima volta ho riflettuto, grazie allo sgarbo contrattuale subito dal vento, su quanto sia forte la natura.
Non ho potuto pensarci più di tanto perché la sabbia stava sommergendo anche me. Mestamente sono andato via e per la prima volta, propriamente, ho detto: natura, sei una forza della natura.