Il pizzaiolo egiziano pasticcione e le fondamenta di una nuova Italia


Nur è un pizzaiolo. È un piazzaiolo pasticcione a voler essere precisi. Tanto le sue pizze son gustose, tanto lui fa i popocchi. Ha un telefono a muro anni ’60, a voler essere ottimisti, dal quale si presenta ai suoi potenziali avventori con un riconoscibilissimo: “Piiiiiiiiizzaaaaaaaa“.
Nur è un pizzaiolo pasticcione, egiziano. È in italia da una ventina d’anni, e negli strascichi delle vocali o negli intercambi fonetici tra un argomento e un altro mostra con orgoglio le sue origini lessicali e geografiche.

Ieri da Nur, il pizzaiolo pasticcione egiziano, c’era anche suo figlio. Piccino e dalla faccia sveglia, dava fastidio a tutti i clienti, chiedendo se volessero giocare a pallone con lui. Incassato il sì o no dagli stessi, iniziava a dare fastidio al padre. Toccava gli attrezzi, gli ingredienti, il forno. Il perfetto manuale del bambino cacacazzo. Nel mentre suo padre lo sgridava. Lo ammoniva. Gli intimava obblighi e divieti (del buon pizzaiolo pasticcione). Lui, da par sua, se ne fotteva bellamente.
Mentre Nur a fatica, non coadiuvato dal suo vice Aiman ( da pronunciare nella stessa maniera di “Pizza”, quindi “Aimaaaaaan“) faceva appetitose pizze pasticcione cercando di sbagliare più ingredienti possibili, suo figlio emulava freudianamente il padre e preparava pizze pasticcione mignon, cantando.

Per distrarlo ed evitare che il bambino entrasse nel forno, ad un certo punto Nur ha chiesto a suo figlio di farmi sentire per che squadra tenesse. Al che Nurrino ha distolto lo sguardo da un’improbabile Margherita con olive, sua nuova creazione, e mi ha detto con occhi eccitati:
– Io sono dell’Inter. E dell’Italia. Io tifo Inter e Italia– ponendo enfasi sulla seconda squadra del suo cuoricino da pizzaiolo in erba.
Forse per i troppi film francesi visti in rassegna o perché ho fatto Scienze Politiche, nel vedere la faccia gioiosa di Nurrino che tifava per l’Italia, io mi sono quasi commosso. Oggi, a Nurrino, dell’Egitto non gliene importa una minchietta. Anche se la legge non può riconoscerlo, Nurrino è italiano e tifa Italia (e Inter, purtroppo).

E ho dovuto nascondere il volto in un Tuttosport stagionato, quando Nurrino ha ripreso a cantare Fabri Fibra:
– Pronti, partenza, via. Si va con Mario Monti, pronti, si va con Mario Monti e via.
Nurrino è talmente italiano che a cinque anni canta Fabri Fibra e tifa Inter. Due amori discutibili ma incontrovertibilmente italiani.
Basta poco a renderti felice in una sala d’aspetto di una pizzeria. Nonostante l’Inter. E Fabri Fibra.
Dedico questo post a Calderoli e Cècile Kyenge; agli abitanti delle contrade di Siena che aspettano il palio per darsi le botte; a quelli che gli zingari rubano ma c’hanno il Mercedes; a chi è andato a Napoli e non è mai morto. A tutto il mondo che giustamente è paese, ma che dovrebbe aspirare a diventare mondo.

So càmon càmon du d locomoscion uit mì

Lettera apetta a Lorenzo Jovanotti per fargli fare ogni tanto una canzone triste


Lorè,
io non lo so come devo fare con te… Io non lo so. Stavo vedendo Rai 3, quei pesanti che fanno le trasmissioni dove la gente non può mangiare e non c’hai soldi, e poi ho visto te. E menomale che ti ho visto, Lorè. Che a Rai 3 sò pesanti assai…
Ma tu come fai? Sei sempre bellissimo. Sei sempre alla moda. Esce Twitter e tu c’hai twitter. Escono i tatuaggi e tu c’hai i tatuaggi. Escono i pantaloni alla zuava, e tu te li metti. Chi è che te le dice ste cose? Non è roba di Signorini. Non me le puoi suggerire anche a me ogni tanto?
Sò vent’anni che canti. Sò vent’anni che fai le canzoni. Sò vent’anni che la gente canta la tua musica. Sò vent’anni che la gente viene ai tuoi concerti, che capisce quello che dici nonostante ti manchino sette/otto lettere. E balla. E piange. E si dice: “Amore mio ti amo come un dalmata, sposiamoci domani”.
Mò Lorè, fai pure i concerti a San Siro… Vabbè, li fanno i Negramaro, non li devi fare tu…

E poi Lorè, come è che non sei mai triste? Diventi vecchio e sei contento. Fai una canzone che fa cacare e sei contento. Tua moglie ti fa le corna e sei contento. Davvero Lorè, sei meglio di Vincenzo Mollica. Imperturbabile. Sei sempre contento. Mi devi dire come fai? Mandami un tweet, un’ email… Mai che fai un disco o una canzone che racconta che stai triste, sconsolato, che ti vuoi uccidere… solo noi le pensiamo ste cose? Solo noi ci lasciamo con le fidanzate? Solo noi e quelli di Rai Tre? Fai ogni tanto una canzone sulla pensione che non ti possono dare perchè non c’hai i contributi, o su tuo figlio che si spezza un dente mentre mangia un bastoncino Findus. Non dico assai, una, Lorè. Una…

Che già sei bello, c’hai i soldi e ti vogliono tutte le femmine del mondo. Se poi sei sempre felice, le persone ti odiano ancora di più. Capito, Lorè? Te lo dico, come un fratello. O un nipote. Fai tu…
Senti a me, domattina scrivi una canzone (o un disco) che si chiama: “Maledizione all’Imu che non mi fa comperare i beni di prima necessità”. Con un cd del genere, ti ameranno pure le uniche persone in Europa che né ti conoscono né ti vogliono bene. Chi? Quelli di Rai Tre…

Tuo,

Lettera apetta a Enrico Letta per una commissione sui tatuaggi


Enrì,
tu sei uno giovane. Tu il mondo dei giovani, lo capisci. Tu c’hai Twitter. Tu non usi l’auto blu perché ascolti Rino Gaetano. È per questo che voglio scriverti. È per questo che ti scrivo, Enrì.
Col cuore in mano. Come un fratello. Fà finta che sia un pisano democristiano anche io. Leggi questa lettera come se anch’io avessi in camera un poster di Andreatta.
Perché ti scrivo per un tema serio, Enrì. Serissimo. I tatuaggi.
Io non so da quanto tempo non frequenti le balere, le spiagge o le cicchetterie. Non so da quanto tempo non stai nel mondo reale, Enrì. Per i tatuaggi però, bisogna prendere una soluzione.
Enrichè, in questi anni, troppo impegnati a far finta di fare qualcosa, tu e i tuoi colleghi non vi siete resi conto di quanta gente abbia deciso di immolare il suo corpo all’inchiostro. Enrì, tu non lo sai, ma per strada c’è gente che si tatua le proprie iniziali del nome. Cioè, tipo, tu ti chiami Enrico e ti scrivi una bella E. Sul polpaccio, sul collo, sulla spalla, dipende da dove c’hai meno peli.
Così se un giorno dovessi perdere la memoria, potresti chiedere agli astanti: ragazzi, ma io come mi chiamo? Con tutti quanti a dire: Eugenio… Empedocle… No, no, Eustorgio. Secondo me ti chiami Eustorgio…

Ti faccio sta proposta. C’ho sto vizio di fare delle premesse un po’ lunghe. Facciamo una cosa, Enrì. Visto che tanto voi in Parlamento avete troppo poco tempo per  legiferare, oberati come siete di lavoro, facciamo una cosa alternativa. Facciamo una bella commissione. Una commissione sui tatuaggi. Si sa, a noi e a voi, le commissione piacciono da morire. Si discute tanto nelle commissioni. E come discutete voi in Transatlantico Enrì, nessuno… Poi si discute ancora un po’, perché una discussione seria non può esaurirsi in due-tre mesi, ci vuole tempo, no? Dopo tre mesi di discussione poi, il problema è stato compreso, certo, ma c’è bisogno di un’altra commissione o di uno studio più approfondito. A quel punto poi, si può chiamare la Protezione Civile. O mandare Grillo a dire che la commissione sui tatuaggi la deve presiedere lui. Il popolo ha deciso che la commissione sui tatuaggi la deve presiedere il Movimento Cinque Stelle. Con streaming delle riunioni negli uffici dei tatuatori.

Io non so se c’avrai tempo di leggere sta proposta, Enrì. Mò state a fare di tutto per non fare la legge elettorale e per capire chi deve togliere l’Imu a chi.
“Mi dia 250 g. di cotto, senza Imu per cortesia.”
Enrì, scusami, una domanda. Posso? Ma gli esodati ci stanno ancora o se ne sono andati? Io non li sento più in giro. Non è che se ne so andati in ferie e non ritornano più?  Comunque Enrì, dicevo, io la proposta te l’ho fatta. Mò vedi tu. Possiamo prima fare quella sulle iniziali tatuate e poi quella sulle stelle a sproposito. Se avanza tempo magari, ne facciamo anche una sui fidanzati che si tatuano i nomi dei partner.

Tuo,

Milano, 18 agosto, preghiamo


Tapparelle chiuse. Un reggimento di tapparelle chiuse. Riottose all’esterno, non si aprono. Almeno per oggi. Mettono paura per quante sono e per quanto son chiuse.
Troppo silente la città, oggi. Si sente tutto là fuori. In verità si sente il nulla, perché fuori c’è il nulla. Mai tanti posti liberi per parcheggiare; mai così poca umanità accanto al bar dei cinesi.
Stendiamoci sul divano. Immoliamoci, da settimane vergini e astinenti, alle punture delle zanzare. Nella domenica carsica, antecedente al ritorno lavorativo, aspettiamo un segnale. Aspettiamo il sole.

Toc toc. Bussano alla porta. Il segnale arriva. Di domenica pomeriggio. Alle 18:00. Guardo dallo spioncino. La vicina logorroica e baffuta: Baffi.
Apro la porta. Mi chiede se sono tornato. Le rispondo con educazione che purtroppo non ha il piacere di trovarsi di fronte ad un ologramma. Da un: “Ah!” di risposta, quasi piccata. Non si scoraggia. Affonda il fendente finale di questa domenica spettrale. Mi dice che sta andando a messa. Potrei andare con lei. Parlare col Signore non mi farebbe bene.

Mai come adesso proverei piacere nell’essere una tapparella, in un’altra parte del mondo.

Storie di F.S. 10


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• La cosa che mi incanta dei viaggi in treno è il misunderstanding, ormai consolidato e scontato, tra l’interesse e la maleducazione. La signora campana con la voce roca che viaggia sul mio stesso Barletta-Lecce ha fatto di questo assunto, una regola di vita. Sciorina, commenta e chiede opinioni sulle “sue” vie preferite di Roma o sulla giusta lunghezza dei capelli di Hamsik. Ciò che mi affascina ancora in misura maggiore, è che lei crede sul serio che a chi postula domande, esigendo risposte, interessino i suoi vezzi. E i suoi cazzi.

• La mia vicina di banchetto, dell’affollato Bari Lecce, è salita sul treno. Ha esatto il suo posto. Ha fatto alzare metà carrozza. Si è accorta che aveva sbagliato posto. Ha fatto rialzare tutta la carrozza. Si è seduta accanto a me. Il posto giusto, stavolta. Mi ha guardato supplichevole, lasciandomi intendere di spostare la sua valigia sul posto più alto; dove la valigia, ovviamente, non è entrata. Mi ha detto grazie. E ha detto quasi scocciata:
“Lasciamola qua la valigia. Per ora.
Adesso la valigia vaga nel corridioio. Da sola. Fa avanti e indietro nel corridoio.
Sbatte addosso ai sedili dello scompartimento. Sbeum. E ai passeggeri. Sbeum.
La sua padrona invece, serafica e assonnata, legge il giornale. Accanto a me. Sbeum.

• I treni sono un panopticon ridotto, mostrano ai passeggeri fortunati, la logica intrinseca al pensiero comune. Se si è particolarmente fortunati poi, ogni carrozza mette in luce quanto poco da piccoli si è giocato ai Lego. È estatico vedere signori di mezza età che sudano e imprecano per la valigia che non entra nella “cappelliera”. Una valigia che non entra e che soprattutto non entrerà mai. Nonostante i “Morti toi”, i “Meenaa trasi”, e le sfilate di santi nominati fuori sede.

• La discesa verso il profondo sud della Puglia corrisponde a un progressivo degradare in ulivi e muretti a secco. Un po’ di tempo fa, mentre riprendevo la strada della Pianura Padana con una ragazza ciociara, per consolare il suo buffissimo cattivo umore, le dissi:
Cara, vedi che bei paesaggi che ci sono. Vedi che bei colori…
Ricevendo una risposta che tutt’ora impiego come aneddotica di base:
Aaaddddooo? È tutto bruciato. Dù colori ce stanno. Rosso e marrone. Marrone e rosso. Dòò li vedi sti bei colori?”
Effettivamente aveva ragione. In questo Barletta Lecce è ancora più evidente. Dù colori ce stanno. Eppure è comunque meraviglioso.

• Una nonnina emigrata da Lecce molti anni fa, guarda un albero e dice sua nipote: Marì, so pronte le fiche!
La nipote, corroborata da una vita di lazialità spinta, le risponde: a nò, nun se dicono ste cose.

Ametista Lostagista e la tutor Gianna


sempre il primo giorno

– Ametista, lei invece è la tua Tutor…

– Ciao Ametista, ben trovato. Io sono Gianna.
– Ciao Gianna, piacere, Ametista.
– Come stai?
– Bene, bene. Ho iniziato a conoscere un po’ di colleghi.
– Ah, benissimo… non temere comunque. Domani conoscerai anche me.
– Domani? E perché domani?
– Domani sarà una conoscenza approfondita. Oggi invece, sommaria. Tra poco devo uscire. Ho un impegno importante dal quale non posso proprio esimermi.
– Capisco…
– Lo vuoi sapere? Dai, te lo dico. D’altronde è giusto che iniziamo a condividere dei segreti.
– Certo, l’ufficio è il luogo ideale. Dimmi pure…
– Sai, esco prima, perché devo accompagnare la mia bambina dal dottore.
– Uuu, poveretta. Perché, cosa ha? Non sta bene?
– No, no. Sta abbastanza bene. Però ha una visita medica molto delicata.
– Accidenti. Quanto ha la tua bambina?
– 28.
– 28 mesi? Ma è piccolissima. Beh, fai benissimo ad andare via prima…
– No, no. Ha 28 anni.
– 28 anni?
– Sì certo, e non me la sento di lasciarla da sola durante questa visita pericolosa.
– Che tipo di visita?
– Deve affrontare dal dermatologo molti inestetismi della pelle.
– Dei foruncoli? Dei brufoli?
– No, macchè… degli inestetismi… inestetismi.
– Ah, certo. Inestetismi.

– Ma scusa Ametista, mi guardi stranito. I tuoi genitori non vengono con te dal dottore?
– Sì, qualche volta vengono. Non per gli inestetismi però. Anche perché, grazie a Dio, non vado molto spesso dal dottore…
– E ma dovresti andarci un po’ più spesso…
– Beh Gianna, se io ci vado poco, mi fa piacere comunque…
– Sì, sicuramente. Però probabilmente tu nella tua vita sei stato molto fortunato.
– In che senso?
– Sicuramente in vita tua non hai mai dovuto fronteggiare gli inestetismi della pelle.
– No, queste cose terribili, no. Grazie a Dio, no.

– Però Ametista, a ben pensarci, hai davvero dei genitori crudeli.
– Perché?
– Perché dei genitori non dovrebbero permettere ad un ragazzo di 28 anni, di andare da solo dal dottore…
– No Gianna, non sono crudeli. Sono calabresi. Per venire dal dottore con me dovrebbero fare 1200 chilometri…
– Come dici tu… va bè, io vado comunque. Non vorrei far tardi.
– Certo Gianna, va pure.
– E mi raccomando, non dire a nessuno il nostro segreto. Ok?
– Te lo giuro sulla mia pelle. No va bè, facciamo sul mio onore.
– Grazie Ametista. Domani facciamo la nostra conoscenza approfondita, ok?
– Perfetto Gianna. A domani. Ed abbi cura della bambina…

Riflessioni eterozigote dopo un concerto dei Depeche Mode


Un mio amico drammaturgo mi ha rivelato che per tutta la sua giovane vita ha creduto che le parole precedenti al ritornello di Personal Jesus fossero: “Richard touch friends !”. Giovedì scorso, durante il concerto dei Depeche Mode, ho pensato al piccolo Riccardino, guardingo e lesto, che tra un’estasi e l’altra del pubblico, provava a palpare gli astanti. È a lui e al mio amico drammaturgo infatti, che vorrei dedicare queste riflessioni estemporanee   ahimè postate in ritardo.

– Dave Gahan oltre ad essere una rock star è anche un innovatore. È uno dei pochi cantanti che suona un oggetto che non può suonarsi: l’asta del microfono.
– Dave Gahan è la dimostrazione dell’infondatezza sulla pericolosità delle droghe. Le droghe fanno benissimo. Se i risultati delle droghe sono le performance di Dave Gahan, drogarsi è formativo e costruttivo.
– Dave Gahan ha qualcosa di Ibrahimovic anche perché Zlatan è l’uomo con più sosia al mondo. Compresi i formichieri.
– Dave Gahan tiene il palco meglio di Papa WoJtyla.
– Dave Gahan ha scoperto il segreto della magrezza ed Iggy Pop non ne sarà sicuramete felice.
– Dave Gahan sta ai gilet come Venditti sta ai Ray-Ban a goccia.
– I Depeche Mode senza il suo cantante sarebbero arrivati massimo a Castrocaro. O al Festivalbar. O per essere democristiani, difficilmente avrebbero costantemente riempito gli stadi.