Lettera a @LuigiDiMaio I


( per risolvere il problema della gente che usa gli stupefacenti nei locali dove si danza e si bevono superalcolici e rischia di far fare la pipì addosso a chi è in fila)

Ciao Gi,
Scrivo a te perché su di te stanno le speranze dell’Italia. So che grazie a te un sacco di cose nella nostra vita, saranno meglio. Senti, comunque, ti volevo dire una cosa… quando mi capita di andare nei posti dove si danza, o nei posti dove ci si diverte e si bevono dei superalcolici, mi capita sempre che la gente va sempre insieme in bagno e ci sta per un sacco di tempo. Io non credo che la gente in questi posti faccia i propri bisognini. Ne credo che faccia all’amore. In entrambi i casi si sentirebbero dei rumorini, tipo qualcuno che geme: ha ha ha ha ha, oppure il tonfo del cacalino: ploc, o il rumore della cascata in piccolo che riproduce la pipì: psssccccccccc…

Secondo me, in questi posti dove si danza e si bevono i superalcolici magari danzando, la gente, in bagno, fa uso di sostanze stupefacenti.
Ora Gi, io non dico che la gente non debba stupefarsi. Che mai si dica… Però, questa gente che si stupefà spesso mi obbliga a trattenere a lungo la pipì e quasi a farmi fare la pipì addosso. Converrai con me che farsi la pipì addosso in questi posti sfiziosi non sia proprio il massimo, o no?

Quindi sono qui per proporti una cosa. In tutti i posti dove ci sono i superalcolici e la musica e la gente probabilmente si stupefà, dovremmo creare un bagno per i bisognini e un bagno per chi si vuole stupefare, così più nessuno rischia di farsi la pipì o la cacca addosso. Che ne dici? Possiamo metterla sul sito e votarla questa proposta?
Fammi sapere.
Un abbraccio forte.
Giorgio.

La onda


Non finirà mai questa bella stagione. Farà sempre un po’ caldo. Sarà come stare a Los Angeles. Beati. Con Babbo Natale d’estate. Butteremo le canottiere, quelle a tutta spalla, quelle a mezza spalla. Le mercerie falliranno. Con un sellout di soli bottoni non si può che solo fallire.
Si scioglieranno i ghiacciai. Le calotte polari diverranno panna liquida. I tonfi dei ghiacciai schiaccieranno i giapponesi che fanno selfie in Islanda, in posti incantevoli con nomi del cazzo. In Trentino niente più neve. Nelle baite niente più scii. In Val d’Aosta venderanno le cozze.
Una onda, una gigantesca onda, una onda che all’inizio ma anche adesso avrei dovuto scrivere con un accento, tra la a e la o, ci travolgerà. La natura, capa delle cape, impavida, tirerà fuori dalla patta gli attributi e dirà: qui comando io. Eu soi aquì. FIGA!
Niente pari e patta. La natura conosce solo vittoria. Come gli agenti immobiliari, prima o poi te lo piazza in quel posto.

Ma noi, contro la onda senza l’accento, contro la natura capa delle cape, saremo pronti a combattere. Non ci arrenderemo. O bella ciao, bella ciao, bella ciaociaociao. Continueremo ad essere in estate, un’ estate eterna. E contro la natura e contro le onde: surferemo. Come a Los Angeles, surferemo contro le onde immense. Saremo ignudi, invincibili, senza canottiere, estinte, ma con le tavole da surf. Ci raduneremo a bordo spiaggia, come gli inglesi in fuga da Dunquirq. Chiuderanno gli ospedali, le agenzie di comunicazione, l’Ansa, l’Api, le poche mercerie sopravvissute al solo sellout di soli bottoni. Ci guarderemo tutti negli occhi e ad un cenno di qualcuno, forse del primo ministro Giuseppe Conte, correremo verso il mare. Andremo ad affrontare la onda. Per sopravvivere alla catastrofe imminente. Per vivere una nuova era. L’era degli uomini senza canottiera.

Disancoro


Io nella vita: disancoro.
Dallo schermo azzurrino dell’outlook
ogni volta che scrivo un’email: disancoro.
Non piace restare in riquadro
non mi piace restare impigliato
è per questo che pigio il tastino
che sovrasta cc e ccn e:
disancoro.

Io mi immagino gli avi nel sonno
me li immagino venirmi incontro,
quei parenti che per anni ed anni
si son rotti le nocche nel mare:
adriatico.

Me li immagino chiedermi: Giorgio,
nipote nostro, come va?
E mi immagino risponder: bene.
Disancoro.

E li vedo coi volti beati,
percepisco il calore dell’animo
nel sapere il loro nipote
con lo stesso lavoro degli avi
a spaccarsi le nocche nel mare:
adriatico.

Poi però gonfio il petto, lucido
guardo i solchi nei loro occhi
prendo fiato e paonazzo recito:
Parenti, che mi avete raggiunto nel sonno, grazie tante per il vostro affanno
ma non sono barche, purtroppo.
Sono email
dallo schermo azzurrino dell’outlook
che ogni giorno della mia vita io:
disancoro.

La donna più brutta del mondo


La donna più brutta del mondo col mento più grande
del mondo danza e volteggia senza freni senza senso
senza condizione di spazio e di tempo, volteggia perché felice
di una felicità atroce senza se e senza ma, senza senso.
Sul suo mento, la donna più brutta del mondo fa atterrare
aerei, c’è spazio sul mento della donna più brutta del mondo
per costruire case, spazi abusivi dove incontrarsi e arrostire
la carne al sabato.
Li accoglie tutti sul suo mento i cattivi del mondo, la donna
più brutta del mondo perché è brutta e ha bisogno di affetto.
Ondeggia, muove le braccia e dalle sue ascelle escono albatros,
spiegano il volo gli uccelli, nel locale piccino, cercano
la libertà dalle sue ascelle, gracchiano gli albatros,
non trovano spazi dove volare, non vedono cieli dove
poter emigrare, niente raduni di uccelli in lagune salmastre.
Planano dunque gli albatros, sul mento, della donna più brutta
del mondo, planano sulla brace accesa, dei cattivi del mondo,
che stanno arrostendo, sul mento, della donna più brutta del mondo.
Niente più alba per gli albatros.

I denti della donna più brutta del mondo sono rocce,
rocce chiuse, rocce scure, al suo interno pantere presidiano
la lingua calda, chiunque tenti di baciare la donna
più brutta del mondo viene graffiato, dalla pantera delle
rocce dei denti della donna più brutta del mondo.
Mentre balla la donna più brutta del mondo cerca con gli occhi
gli sguardi di tutti ma gli occhi della donna più brutta del mondo:
sono storti.
Tolleri gli albatros che sguscian dalle ascelle, tolleri le
pantere nere delle rocce nella bocca, tolleri che
nel suo volteggiare, nel suo muoversi confuso, metà donna
metà vodka dal suo bicchiere volino cubetti di ghiaccio
come massi dai ponti, ferisce gli astanti, cubetta i presenti
la donna più brutta del mondo, ma non vuoi accettare
che anche gli occhi, che anche gli occhi della donna
più brutta del mondo siano brutti, siano storti.

Sorridi, allora, sorridi alla donna più brutta del mondo,
perché il mondo non può essere solo cattivo,
perché non è detto che per forza bisogna essere belli
perchè di sabato, di notte, probabilmente, tutti hanno bisogno di aiuto.

Perchè da piccino non mi avete portato dal logopedista?


Ricordo i ramarri marroni
e l’orrore che suscitavano in me
ripetuto tre volte:
orrore orrore orrore
per aver visto quel ramarro marrone.

Ricordo il ruvido errare
senza orario
senza arrivi
senza reietti eroi
su eretiche rive. 

Rivivo il ricordo
di quando chiamavo
la mia amica alle superiori
Aurora Pierro
e chissà perché
non si girava mai.

Rivedo la reazione
della cassiera
a cui chiesi una crepes con: crema di marroni.
Con cosa? Marroni.
Cosa? Marroni, crema di marroni
Con crema di ? Signora quella, quella lì. Potevate però scrivere castagne…

E rivivo ripetutamente
purtroppo
l’eccessivo ardore
di gente che mi sente
mi dice hai la r moscia?
e mi assicura che pronunciarla
è semplice semplice.
Basta mettere la lingua sotto il palato
proprio qui
e poi muovere la lingua, ripetutamente, velocemente
facendo uscire il seguente suono:
rrrrrrrrrrrrrrrrr.

Non è tanto per
i ramarri
per il ruvido errare
o per la crema di marroni
ma è per questo episodio di irreale impotenza
che ogni volta mi chiedo:
perché da piccino non mi avete portato dal logopedista?

 

Sgomento


Ti vedo
in camicia da notte color panna
sulla punta del balcone in costiera amalfitana.

Scollature
seni turgidi
col vento che ti agita i capelli.

L’odore del mare
che sale
per farti ammaliare
a farsi annusare.

Sorridi
e mi chiedi che voglio
se voglio del succo
o soltanto un bacio.

Sorrido
beato
e capisco
che son fortunato
perché ti ho qui accanto.

Ti sfioro
al centro del mento
ritratto
tutto ciò che ho detto
al centro
c’è un pelo da barba:
sgomento.

Cose strane a Reykjavik


C’è un mio collega che si chiama Massimo. Noi lo chiamiamo Massimo Batman, perché è forte, sapiente e probabilmente ricco. Se c’è qualcosa di forte, sapiente e probabilmente ricco, lui l’ha già fatta. Gli ho detto che sarei stato in Islanda. Lui c’era già stato, ovviamente. Mi ha detto: guarda che gli islandesi son strambi, ma strambi forte…

Effettivamente, Massimo Batman, aveva ragione anche questa volta. In un solo giorno infatti ho visto:

1) Gesù ritratto in una posa da latino-americano

2) Delle montagne che sembrano la Viennetta

3) Brunori che ci prova con una biondona in rosso

4) Un organo in chiesa, con delle mitragliatrici annesse

5) Massimo Decimo Meridio che invita gli astanti del Colosseo a mangiare una torta incredibile

Non vedo l’ora di dirglielo a Massimo…

Ballata del digital marketer affranto


Ci stancheremo
un dì
dei cmp
dei cpm
dei cerca vert
degli F5
e scapperemo
nelle campagne
negli uliveti
nelle foreste
a coglier fiori
a fare l’uva
o dei formaggi
e capiremo
in due secondi
che siamo inetti
e torneremo
nei nostri uffici
a far riunioni
a mandar brief
chiamare in call
maledicendo
quel dì nefasto
che ce ne andammo
nelle campagne
negli uliveti
nelle foreste
a coglier fiori
a fare l’uva
o dei formaggi
visto che intanto
noi nel frattempo
ci trasformammo
in dei poveracci.

Mi prenderanno i terroristi magari


Mi prenderanno i terroristi magari
e mi faranno male forse
e mi faran soffrire tanto
o mi faran saltare in aria puff

Ma mentre tutto ciò avviene
io avrò visto
un sacco di film ed un sacco di concerti
e avrò fatto all’amore in un sacco di posti ad un sacco di ore in un sacco di modi.

Avrò fatto
un sacco di bagni in un sacco di mari con un sacco di pesci ed un sacco di tuffi da un bel sacco di scogli, spogli.
E avrò avuto
un sacco di grazie un sacco di bravo un sacco di fuck più grosso dei grazie.
E avrò visto spero
un sacco di posti del mondo volendoci stare e volendo pagare la gente del posto in nero.

Quando quindi
sarò in aria
deflagrato o torturato
griderò come un pazzo
inveirò: merda, cazzo
a morire non son pronto
anche se
fino ad ora
mentre muoio
o salto in aria
dannazione
son contento.

Fiesta


Mi è bastato dare un morso alla Fiesta
immergere quattro denti nella parte cioccolatosa e pandispagnosa
e mio fratello è tornato ad avere 3 anni
mia sorella è tornata ad averne cinque
sull’altalena
a carezzare la sua bambola obesa Pressione.
Si chiamava così perchè anche senza Pressione faceva davvero impressione, simile ad Alien più che a un bambolotto.

Con solo 4 denti nella Fiesta
mio fratello di nuovo estraeva da una valigetta nera i vestiti per il dopo piscina, eleganti
e mio padre tornava da lavoro per pranzo, accaldato
da viali assolati, in periferie pre-crisi industriale, a doppi sensi di marcia
e mia madre bellissima, coi capelli lunghi e gli orecchini d’oro
e mia nonna che diceva a mio nonno: compra le Fiesta ai bambini
e mio nonno che comprava le Fiesta e dava le Fiesta a mia nonna che dava le Fiesta a me che ero un bambino.
Tutto tornava, tutto filava
con le Fiesta, insieme a Berta
si faceva Fiesta.

Nessuno ormai ricorda più il sapore della frutta di un tempo,
delle verdura di un tempo,
del tempo di un tempo,
perché quel tempo non c’è più e mai ritornerà
ma la Fiesta, special che, risolve problemi,

Sempre uguale la Fiesta, con quel sapore cioccolatoso e pandispagnoso, identica a quando eravamo piccoli.

Ferrero coerente: nessun accenno al bio, all’olio di Palma, ai solfiti, agli sciiti, ai sunniti, al lattosio senza lattosio, alla caffeina senza caffè, alla theina senza the, cosa resterà di questi alimenti, senza alimenti, di questi anni 80?

Ferrero cuore ferreo: magari continui a mangiarti la mmerda, però è sempre la stessa merda che ti fa tornare a quando avevi 9 anni,
a quando tuo fratello aveva la valigetta,
ti fa tornare a tua sorella sull’altalena e accanto a sè la bicicletta
al rumore, il rumore della Fiesta:
quel rumore che faceva chi a un certo punto non ci vedeva più dalla fame
sjjuiiii sjuiiiii
quel runore che è impossibile scrivere e più difficile fare:
sjjuiiii sjuiiiii

Io stesso adesso, mentre mangio una Fiesta, faccio quel rumore
a stento non soffoco
però magari mia nonna arriva con un pacco di Fiesta
mi dice che posso stare con lei
ad aspettare che faccia buio, ad aspettare la notte e ad attendere l’alba

come facemmo quel giorno con mia sorella e mio fratello
non sapendo cosa potesse accadere dopo le 7 di mattina
forse non c’era nulla
forse finiva il mondo
forse avevamo paura di sapere
per questo potevamo solo fare una cosa
potevamo solo mangiare
nell’attesa delle nostre giovani vite: una Fiesta:
sjjuiiii sjuiiiii