20 anni a Milano – Food


Come ormai si è capito, una delle prime cose pratiche da dover affrontare nella nuova città era come e dove mangiare. Catalogatomi come inetto e ai primi rudimenti di cucina, non appena si poteva, mi rifugiavo in dei porti sicuri. Uno dei nostri porti sicuri era la trattoria da Gisella. Gisella era una di quelle trattorie di quartiere dove con dieci euro mangiavi: primo, secondo, contorno e caffè. Sul serio però. Le porzioni erano da operai specializzati, porzioni da chi si sveglia alle cinque del mattino e alle undici mangerebbe qualche suo parente a caso. Non a caso infatti, a volte, dopo la prima portata, bisognava chiedere pietà. Io, noi, difficilmente avevamo pietà, anzi, se fosse avanzato qualcosa dai piatti altrui l’avremmo rubato. Con nonchalance e grazia, ovviamente. Eravamo senza una lira, affamati e con un appetito che avrebbe triturato anche la retorica di Vannacci. Ero a una distanza siderale dal mio attuale quasi vegeterarianesimo, del poco alcol e solo nel weekend e dalla pasta serale vista come un affronto al sacro metabolismo. Mangiavamo anche le pietre. E con gusto.

Una domenica di primavera, ad esempio, eravamo certi di aver cucinato dei tortellini in brodo, ma ci accorgemmo solo una volta a tavola, col primo boccone già ingerito, che la polvere rossastra buttata nell’acqua non era brodo liofilizzato bensì peperoncino. La cosa particolarmente interessante è che non solo mangiammo tutti i tortellini ma due degli astanti al tavolo si contesero i quattro tortellini che l’altro commensale aveva lasciato nel piatto (dopo aver raggiunto un grado di temperatura corporea superiore alla Death Valley a mezzogiorno).

Una delle tappe fisse, di domenica sera tendenzialmente, era il kebab. Non voglio aprire adesso l’annosa questione del panino vs piadina, del “con o senza cipolla”, del “con o senza piccante”, della pronuncia kebab con la “b” o con la “p” finale. Ho visto solide amicizie sgretolarsi per molto meno. Soprattutto, era frequente avere amici o commensali che riuscivano a sopravvivere indenni alla notte dopo aver mangiato pizze kebap. Se io adesso mangiassi una pizza kebab dovrebbero ricoverami in neurologia.
 
Sempre per restare in tema specialità meneghine, a Milano, vent’anni fa, mangiai il mio primo sushi, in via Pomponazzi. Anche qui, eravamo talmente poco avvezzi all’asiatico che decisi di mangiare una pallozza di wasabi in un sol boccone. Fu U., il mio astuto coinquilino a esortarmi a farlo, ridendo fino allo svenimento nel vedermi violaceo dopo aver ingerito il boccone. Oppure Marco, che tra una portata e l’altra chiese, per favore, un po’ di pane da accompagnare al Sashimi. O i miei stessi genitori, anche loro poco avvezzi alle interazioni con il cibo asiatico e nipponico; con mio padre e la sua proverbiale pazienza, che dopo tre tentavi falliti nel prendere il cibo, scaraventò sul tavolo le bacchette gridando: “come si usano ste cazzo di bacchetteeeeee”.

Ad ogni modo, oltre ai due piatti sacri della tradizione milanese, sushi e kebab, sicuramente Milano era piena di ristorantini carini, come lo è adesso. Io però non li conoscevo e di conseguenza, non ci andavo.

Adesso invece, dove c’era Gisella c’è un negozio che vende prodotti per ufficio. Come faccia a campare, onestamente non mi è chiaro.  
Dove c’era il Kebab in via Meda, adesso, c’è lo stesso Kebab, con sempre lo stesso gestore. Solo loro, sono stati in carica più a lungo dell’ultimo governo Meloni.
Al posto del Sushi in via Pomponazzi c’è un bar/libreria.

Intanto, il cibo è diventato food. A volte il food è anche porn. Se prima lo chiamavi fast, adesso, a volte, è dopo truck. Si fanno molto spesso brunch. Si bevono parecchi macha. Si tende spesso a essere green. Eventualmente anche veg. Nel dubbio, a volte, gluten free. Si paga molto il cibo Thai e il tutto deve sempre essere wow.

Della serie, vent’anni fa non stavamo messi bene. Adesso però, forse, non siamo messi meglio.

#VLTN


Negli anni ’90 e nei primi 2000 tutti gli immigrati presenti nella mia città, a prescindere dalla loro effettiva nazione d’origine, venivano chiamati: marocchini. Faceva poca differenza se fossero, egiziani, tunisini, somali o eritrei. Tutti venivano annoverati nel mare magnum razziale dei marocchini. A dire il vero, molte volte anche dei: “marrocchini”, equipaggiati foneticamente, contro la loro volontà, sia di due giuste “c” che di due erronee “r”.

Il primissimo ricordo che mi lega ai marrocchini (da qui andrò con la versione local, rafforzata delle consonanti non richieste) fu quando a mia madre rubarono il portafogli al mercato comunale, in un sabato mattina di marzo. Tutti ci convincemmo che fossero stati i marrocchini, nonostante i Ris di Parma non fornirono e non hanno ancora fornito prove lampanti in merito.
Il secondo ricordo dei marrocchini invece, mi riporta con nostalgia alla figura di Kaled.
Kaled era un pizzaiolo (marocchino) che lavorava nella pizzeria accanto casa. Fece la fortuna del proprietario nei primi anni di creazione

Era bravissimo nel suo lavoro e molto in gamba con gli avventori. A un certo punto però, come tutte le storie belle, il marrocchino Kaled (che era tunisino) litigò con degli altri marrochhini (che erano algerini) e fu costretto ad andare via.
La notizia fece il giro del quartiere e fummo tutti dispiaciuti dell’addio di Kaled. Era simpaticissimo, era perfettamente integrato nel tessuto sociale, parlava addirittura dialetto e cosa non trascurabile: faceva una pizza meravigliosa.
Kaled restaurò l’immagine negativa che i marrocchini si erano guadagnati nell’alveo dei nostri vissuti di provincia. Da Kaled, mai al mondo ci saremmo aspettati un furto di un portafogli. Neanche i Ris di Parma l’avrebbero mai immaginato…

Tanto fummo tristi per l’addio di Kaled, altrettanto ridivenimmo felici quando dopo qualche anno Kaled ritornò a Barletta.
Nel frattempo era stato a casa (in Tunisia, non in Marocco) aveva aperto una pizzeria, l’aveva venduta ed era ritornato nella città in cui aveva lasciato il cuore, oltre a tanti amici marrocchini. Kaled aprì una pizzeria a Barletta, per conto suo.

In pizzeria da Kaled lavoravano due persone : sua moglie e Valentino.
Valentino veniva a scuola con me. Aveva perso un anno e ce l’eravamo trovati al primo liceo. Era bassino, simpaticissimo, ambiva ad essere ribelle e sfrontato ma aveva l’animo buono come un carpentiere coccolone. Noi lo chiamavamo Valendog, perché simile a Dylan Dog (con qualche centimetro in meno). Kaled invece lo chiamava: Vhlhntinhhhh.
Quando Kaled chiamava Valentino, tutti noi sorridevamo. La pronuncia delle vocali strozzate producevano un suono magico e irripetibile. Tutt’oggi, quando sento nominare Valentino, io non associo né il motociclista nè la festa consumistica che ha rovinato milioni di coppie nel mondo. Ogni volta che sento quel nome io penso a Valentino Chieco, in arte Valendog, e più precisamente a come veniva chiamato quando lavorava da Kaled: Vhlhntinhhhh.

Non abito più stabilmente a Barletta dal 2006. Da 12 anni non ho notizie di Valentino. Non so dove sia, come stia, se vive a Barletta o se vive altrove. Non so se ogni tanto va a trovare Kaled. Non so nulla di lui, da più di 12 anni. Da qualche giorno però vedo la nuova campagna di: Valentino, brand di moda planetario.
I modelli voluttuosi con i volti languidi e le lettere del marchio senza vocali (che presto saranno un ashtag) per me continueranno a farmi pensare ad una sola cosa.
Non mi indurranno a comprare cappotti rossi o a visitare ecommerce con prezzi faraonici. Tutte quelle lettere senza vocali, una dopo l’altra, mi faranno ricordare il mio amico del quale non ho più notizie e come era bello sentire pronunciare il suo nome da Kaled, il marocchino non marocchino più simpatico che abbia mai conosciuto. Vhlhntinhhhh.