20 ANNI A Milano – La Iulm


Il primo impatto che ebbi con la Iulm, ancor prima di conoscere il corpo docenti fu con il suo edificio e posso dire che fu positivamente devastante. Dei palazzi così belli, così puliti, con così tante scale mobili io non li avevo mai visti. Si ricordi che io venivo da Barletta, che non era di certo Nairobi ma neanche Los Angeles.
(Un saluto, ovviamente, agli amici di Nairobi e agli amici di Los Angeles.)
L’impatto economico invece che, in questo caso i miei genitori, ebbero con la Iulm, fu altrettanto devastante, temo. Me ne resi conto quando il giorno dell’immatricolazione vidi uscire entrambi, dagli uffici amministrativi dell’università, con delle macchie rossastre all’altezza dei reni.
– Cosa avete là?- chiesi in maniera un pò naif.
– Ma niente… – risposero entrambi – Avevamo finito il blocchetto degli assegni e abbiamo pensato di dare due reni in pegno. Ne abbiamo dato uno io e uno tua madre. Così, in caso, ne abbiamo ancora qualcuno per l’università di tuo fratello o di tua sorella.
(Un saluto, ovviamente, anche ai reni di mio padre e di mia madre.)

A parte gli scherzi, il pagamento della retta del primo anno fu economicamente impegnativo soltanto perché uno dei miei zii decise di cambiare residenza ed entrare nel nostro nucleo familiare (e nel nostro Isee). Il fine era risultare residente vicino la parrocchia, di fronte a casa nostra, dove si sarebbe voluto sposare. Il trick gli riuscì abbastanza bene. Riuscì effettivamente a sposarsi nella parrocchia prescelta e i miei genitori, nonostante fossero diventati mono-rene, riuscirono a prendere parte alla cerimonia.
(Un saluto ovviamente anche a mio zio e alla parrocchia prescelta).

La Iulm, dicevamo, era un posto fatato. Per un ragazzetto della provincia pugliese era un Luna Park estatico. C’erano troppi stimoli che non ero abituato a processare. C’erano le ragazze. Una marea di ragazze. Ragazze di tutte le regioni, di tutte le nazionalità, di tutti gli accenti, di tutti i laghi, di tutti i luoghi. Non ho dubbi che su alcune di queste, io e i miei amici terroncelli, destavamo la stessa impressione che i Nani facevano agli Elfi quando accidentalmente si incrociavano nella Terra di Mezzo. Tra una lezione e l’altra, alcune di queste figure angeliche ci parlavano di weekend in Toscana e di gite in montagna. Noi ascoltavamo e basta, non potendo invece raccontare nulla dei nostri weekend. Al massimo eravamo stati in Viale Toscana, all’MD.
Quando ogni tanto riuscivamo a farci guardare, queste figure elfiche ci guardavano con tenerezza, con affetto, come un proprietario terriero fa con il gestore del suo maneggio. Tra tutte queste ricordo Noemi. Era una ragazza siciliana dagli occhi chiari. Ci innamorammo tutti di lei, più o meno nello stesso minuto in cui la vedemmo per la prima volta. Non era particolarmente ricca, né eccessivamente snob. Era soltanto eterea e angelica. A metà della triennale sparì, quasi senza lasciare traccia di sé. Per anni tutti l’abbiamo cercata su tutti i social, cercando di capire dove e come stesse. Nessuno l’ha mai più trovata.

Oltre le ragazze c’erano i ragazzi, come è ovvio che sia, altrimenti la Iulm sarebbe stata “Non è la Rai”.
Uno dei ragazzi che più avrebbe segnato l’immaginario degli iscritti della mia generazione fu Perimetro. Perimetro non era uno studente. O forse lo era ma di sicuro non aveva la nostra età. Era molto più grande di noi. Si chiamava così perché ogni giorno, dalle 18:00 in poi, arrivava al terzo piano, leggeva i suoi libri e iniziava a percorrere l’intera planimetria del terzo piano, facendo dei giri sistemici attorno al ballatoio rettangolare del piano. Era un movimento continuo, instancabile, quasi in trance, fatto tra l’altro con un libro in mano. Nessuno sapeva chi fosse, nessuno sapeva come si chiamasse, a parte le guardie immagino, eppure era un complemento d’arredo, in movimento, dell’università.

C’era anche Michigan, oltre a Perimetro, che ha riempito interi bancali di racconti.
Michigan si chiamava così perché dopo una partita di calcetto sostenne che qualcuno gli avesse rubato la felpa del Michigan, regalata da un suo zio, del Michigan appunto, a cui lui teneva molto. Non era nostra abitudine rubare felpe del Michigan, cercammo di spiegarglielo in tutti i dialetti, ma lui non volle sentire ragioni e da lì, per un’ora intera, proruppe con un lamento in abruzzese: la mi felpa dè Michigan. La mi felpa dè Michigan. Diciamo che il soprannome se lo scelse da solo.
Che Michigan sarebbe stato indiscusso protagonista del triennio lo capimmo il primo giorno, quando alla prima lezione in assoluto, del primo corso in assoluto, al primo banco in assoluto prese posto, in ritardo, vestito con: abito bianco, maglietta nera e diamantino all’orecchio dalla grandezza di un motoscafo. Bastarono poche settimane di frequentazione per vivere la sua trasformazione da idolo delle folle a meme vivente (nonostante i meme non esistessero ancora). Accadde quella notte in cui decise di portarsi una televisione marroncina, con tubo catodico, di una cinquantina di chili, in braccio, dalle Colonne a Famagosta.
Lui, proprio lui, il nostro Michigan, il giorno dopo, ci disse che purtroppo però la televisione non funzionava. Coincidenze? Io non credo. cit.
 
C’è un’espressione che in ambito aziendale si usa molto. Di solito, verso la fine dei workshop, quando il relatore ha mostrato l’ultima slide mostra i “So What“. Di solito, quando sa che nelle riunioni ci sono parecchi C.Level, anche per legittimare il loro utilizzo del telefono entro i tre minuti e mezzo, questi “So What” vengono mostrati all’inizio.  Che sia all’inizio o alla fine però, solitamente, il relatore dice con fare sornione, mostrando la slide dei “So What”: Cosa ci portiamo a casa? È un’espressione bizzarra, che spesso mi fa sorridere, immaginando me che porto a mio figlio e mia figlia sei distinte Personas per degli ipotetici User Journey. O che torno a casa e dico: Amore, oggi ho portato un po’ di Awareness. È fresca fresca. L’ho presa grazie al budget di HeadQuarter. Sorrido perché questi sarebbero alcuni dei So What che potrei portarmi a casa, dopo una riunione.  

Se dovessi tirare una somma della Iulm, dei tre anni passati alla Iulm invece, oltre a professori e lezioni incredibili, quello che mi sono portato casa sono stati gli amici di una vita. Tre, dei miei attuali e migliori amici, li ho conosciuti proprio lì, alla Iulm. Sono stati loro i miei “So What”.
Quegli amici che in caso di bisogno, come per la televisione di Michigan, trasporteresti in braccio da Famagosta alle Colonne. Con la differenza che la loro amicizia e il loro affetto, il giorno dopo e per una vita a venire, continuano a funzionare.

20 ANNI A Milano – Un’umile dimora


Se avessi comprato casa a Milano, vent’anni fa, adesso probabilmente avrei terminato di pagare il mutuo e avrei affittato casa ad un prezzo astronomico, a qualche studente pugliese, garantendomi il pagamento della retta universitaria dei miei eredi al mutuo.
Ma vent’anni fa non avevo la minima idea di dove mi sarei ritrovato vent’anni dopo. Non potevo prevedere che i prezzi al metro quadro degli appartamenti di Milano sarebbero stati equipollenti a quelli di Dubai. Ma soprattutto, vent’anni fa non avevo una lira per piangere, figurarsi per accendere un mutuo.
La mia prima casa a Milano l’ho comprata sette anni fa. Forse “comprata” è un parolone, visto che attualmente appartiene molto alla banca, molto alla mia compagna e in piccolissima parte anche a me. Prima di comprare casa però ho oliato parecchi Iban con i miei versamenti mensili d’affitto.

Il primo bilocale in cui ho abitato effettivamente è stato in via Meda. Era un famigerato: quarto piano senza ascensore, disegnato da un architetto degli anni ’30 evidentemente amante del brivido, considerato che le scale che portavano all’ultimo piano, il nostro, si restringevano man mano che si saliva, arrivando a trasformarsi da chiocciola a piramide. Sì, ora che ci penso erano delle scale piramidali.
In quella casa ho vissuto per anni con U., mio coinquilino storico e decennale. U. però era il coinquilino ufficiale perché, stando troppo comodi in quaranta metri quadri, per larga parte dei tre anni di convivenza con noi ha abitato altra gente, dormendo sul divano della sala. (stavo scrivendo salotto ma non volevo giocarmi già adesso un’iperbole). Per noi era comodo e conveniente vivere in tre. Cioè, razionalmente parlando, con i criteri di visione della vita attuali era una situazione da rifugiati di camorra, noi però la vivevamo abbastanza bene. Soprattutto, quegli 800 euro della camera doppia invece di pagarli in 2, li pagavamo in tre. Con quei quasi cento euro risparmiati si poteva fare la scorta di pesto per più di un mese.


La casa era carina ma ai limiti della legalità, per una serie di motivi che proverò ad elencare.
Le scale piramidali, ma ne abbiamo già parlato prima. Il Bagno: era talmente piccolo che per espletare le proprie funzioni primarie era necessario tenere aperte le ante della doccia, altrimenti non sarebbe stato possibile accovacciarsi. La Caldaia: si spegneva ad ogni soffio di vento, soprattutto d’inverno, soprattutto sotto la doccia, soprattutto quando eri solo in casa e non potevi chiedere aiuto a nessuno e ti dovevi vestire, insaponato, per andare sul balcone a tentare di riaccenderla. Le stanze da letto: era solo una, non so perché ho usato il plurale; l’altro era un divano letto che ad un certo punto della notte, a seconda del subaffittuario che c’era, veniva aperto. Quando il coinquilino pezzotto era Emanuele, veniva aperto molto presto, essendo lui lavoratore e dovendosi alzare molto presto. Quando c’era Giuseppe, veniva aperto molto tardi, però con il pegno della tv accesa per tutta la notte. Dormivamo in quattro in casa sostanzialmente, io U. Giuseppe e Rai3.

A rendere questa situazione logisticamente ancor più raffazzonata c’erano i seguenti fattori. Non esisteva ancora il wi-fi. O se c’era non era disponibile a casa nostra. La connessione internet passava da dei cavi Lan chilometrici, pratici per scalare pareti d’alta montagna. Questi cavi, non solo attraversavano la casa, portando con loro polvere e sporcizia, ma erano un dettaglio di arredo del palazzo. I primi mesi in via Meda c’era un modem al terzo piano che serviva casa nostra, al quarto e un altro inquilino, al primo e il tutto veniva fatto passare in bella vista dai balconi. Roba alla Peter Parker.
Dopo un annetto anche noi diventammo padroni di questo metodo, comprando una connessione internet e spacciandola, con un cavo Lan, al nostro dirimpettaio, così da smezzare i costi. La prima cosa che gli ospiti notavano arrivando a casa nostra non erano lo zerbino o il malandato portoncino marrone d’ingresso, bensì questo cavo in fibra che passava da una casa all’altra. Tra l’altro, quel dirimpettaio deve ancora a me e a U. 70 euro.

Le pareti dei muri erano fatte, ovviamente, di cartongesso. Quindi io dalla sala sentivo perfettamente U. in camera, e viceversa. Il problema però intercorreva non solo da stanza a stanza ma anche da casa a casa. Per questo motivo, spessissimo, a partecipare agli amplessi del nostro dirimpettaio debitore, eravamo in quattro: Lui, la sua fidanzata, io e U. Nei periodi in cui c’era Giuseppe, anche lui e Rai 3, ovviamente. Concettualmente era una gang bang.

A tutto ciò si aggiunga che, nei primi mesi, non eravamo dei ragazzi abili alla vita (lontano da casa). L’unica incombenza domestica che avevo svolto fino a 19 anni era stata comprare le sigarette per i miei genitori.  Forse U. era un po’ meno impedito di me ma io versavo in condizioni davvero critiche. Per spiegare: quando U. mi diceva prepariamo una pasta per pranzo, io ero in dubbio se mettere nell’acqua in ebollizione: il sale o lo zucchero. A volte, ripetendo gesti meccanici che avevo visto fare a mia nonna mentre preparava il sugo, mettevo entrambi. Divenne famosa infatti la mia pasta al sugo democristiana, un po’ dolce, un po’ salata.  Mi risultò facile capire, perciò, che mi sarei dovuto specializzare nella gestione e nel lavaggio delle stoviglie. Ruolo che comunque conservo anche adesso con orgoglio.
In un mondo di chef ci sarà sempre bisogno di lavapiatti.

Prendemmo tecnicamente possesso della casa il 2 ottobre del 2006. L’allaccio del gas però sarebbe avvenuto dieci giorni dopo. Per dieci giorni quindi io e U. chiedemmo diritto d’asilo nelle cucine altrui. Partivamo da casa nostra con pentole e stoviglie (e qualche raviolo Giovanna Rana) per mangiarli gentilmente, in seconda serata, nella cucina di Marco e Dommy o di Peppe e Michele.

Il caro U. conserva ancora il “quaderno degli ospiti” di Via Meda. Non ricordo il numero preciso ma il libro è stato riempito fino alla penultima pagina. Di alcune dediche non riusciamo a riconoscere né il nome né il cognome. Da lì ci è passata, tanta, ma davvero tanta gente.     

20 ANNI A Milano – Milan l’è un gran Milan


– Se vuoi studiare comunicazione devi andare a Milano. A Roma so tutti: volemose bene, a Bologna, solo feste e festini. Se vuoi studiare e poi vuoi lavorare, devi andare a Milano.
Furono queste le parole dette da mio padre, in cucina, in una giornata feriale di settembre, che accreditarono Milano come meta della mia futura vita universitaria. Mia madre era concorde, ma non particolarmente felice all’idea che il suo figlio maggiore lasciasse definitivamente il nido di casa.
– Laureati a Bari, in Giurisprudenza, poi si pensa…
Anche mio zio, avvocato, desiderava lo stesso. Anche un altro zio, idem. A casa mia si pasteggia a pane e Diritto Commerciale, come si può intuire.
Ad ogni modo fu deciso. Avrei iniziato il mio percorso di studi a Milano,  alla Iulm per la precisione. Prima di trasferirsi però a Milano c’era solo un piccolissimo scoglio da superare: trovare casa.

– Quando si viaggia, è importante partire comodi e leggeri – sempre mio padre che pronunciava queste parole con me stipato come un confetto in una BMW aziendale zeppa di campionario. Ero pronto a vedere un nuovo orizzonte, in quel momento però non riuscivo a scorgere neanche la nuca del guidatore e del passeggero, che era mio padre, per l’appunto.
Le prime case viste a Milano le vidi proprio con lui. Ci muovevamo in metro o in taxi in quartieri e fermate Metro che mi sembravano mondi paralleli. Non ricordo assolutamente in che zona fossero, non avevo la benchè minima cognizione della città. Di quegli appuntamenti ricordo solo una stanza doppia, da affittare con uno studente d’ingegneria, in sovrappeso e un po’ puzzoso.
– Ti è piaciuta la casa che abbiamo visto – mi chiese mio padre.
– Non proprio – risposi, fin troppo buono. A distanza di vent’anni posso dirlo: era un cesso di casa.
Quella prima sortita alla ricerca di un alloggio non produsse i risultati sperati. C’era da venire con più calma e da cercare, con calma ancora maggiore, una casa. Bisognava trovare un’anima pia da cui appoggiarsi per qualche settimana, per poi scandagliare tutte le bacheche delle università.  Quelle, al plurale, anime pie da cui appoggiarmi furono Giuseppe e Michele.

Entrambi studenti, entrambi più grandi di me, mi offrirono il loro divano letto per qualche settimana, facendomi vivere il turbinio degli affitti di Milano Sud. Vivevano in uno basso di Via Bonghi. I loro letti davano sulla strada ed erano chiusi da una saracinesca. Quella saracinesca, nei molti anni in cui ho frequentato la casa, io non l’ho mai vista aperta. Agli amici e ai curiosi, che mi chiamavano o mi mandavano un sms, chiedendomi dove stessi vivendo, rispondevo che ero a Milano ma che dormivo nella Bat-Caverna di Gotham.
Milano vent’anni fa era una città molto diversa. Il mondo, vent’anni fa era un mondo molto diverso. A Milano la Darsena era un acquitrino e l’Italia non solo partecipava ma addirittura vinceva i Mondiali, tanto per dire due cose a caso.

Io vivevo la città al pari di un esploratore che si imbatteva per la prima volta in delle isole Vergini e osservavo tutto con una vorace curiosità: le vie, i monumenti, i modi di dire. Ad esempio, un po’ per vezzo un po’ con un orgoglio sentivo pronunciare dalle persone a cui dicevo che sarei stata una futura matricola, l’espressione: Milan l’è un gran Milan. È da venti anni che mi chiedo il senso di una frase del genere e soprattutto la trasposizione della stessa su altre città d’Italia: Urbino l’è un gran Urbino, oppure: Marzamemi l’è un gran Marzamemi.
Insomma, ero molto sbarbato, confuso, elettrizzato e felice.
E dopo venti anni in città, nonostante una diversa market share degli aggettivi, lo sono ancora.