L’ultima volta che sono andato a bere a Milano il barman ha agitato lo shacker in aria per un tempo infinito. Cosa aveva da sciogliere all’interno dello shacker? Quale liquido necessita di oltre due minuti di erculea agitazione per essere potabile? Stava sgrassando la cicuta di Socrate? Era un Cicuta Sour? Lo faceva per mostrare i bicipiti allenati? O i bicipiti erano così rotondi per quell’inesauribile schackerio? Se avessi preso anche io lo stesso cocktail gli avrei provocato del dolore fisico, per l’ulteriore schakerio, o del gaudio, per l’ulteriore vetrina concessa ai suoi bicipiti sodi e rotondi? Come faceva a sopravvivere, tutta la serata, a quel rumore molesto e incessante di cubetti che si sgretolano? Come faceva a sentire cosa diceva la gente con quei ghiaccetti che si spiaccicano in continuazione sul metallo dello shacker?
– E tu invece cosa bevi?
– Un Gin Tonic. Un Gin Tonic per cortesia. Bello, semplice semplice.
– Ma vuoi la variant…
– Un Gin Tonic, per carità del Signore. Un Gin Tonic.
Basta a muovere le braccia Bro. Placati. Basta. Poi domani non puoi prendere in braccio tua figlia in braccio e dai la colpa al mio drink, dici che è stato l’ennesimo cocktail preparato in modo kalistenico che ti ha fatto venire il colpo della strega. Qual è l’anno in cui a Milano i cocktail kalistenici hanno preso il sopravvento? Onestamente non lo so. Da quando, per fare un cocktail è obbligatorio fare il Meneito, non lo so. Neanche questo. Quando sono arrivato a Milano, vent’anni fa, bere e il concetto di bere, il metabere, se così possiamo definirlo, era parecchio diverso.
Nei primi anni a Milano il concetto di bere voleva dire comprare parecchie birre all’Esselunga e fare il tocco alla birra*. Sempre per restare in zona luppolo, eventualmente, voleva dire andare alla Fontanelle, locale all’inizio dei Navigli di cui non conosco l’attuale stato di salute. Alle Fontanelle si beveva la birra in dei contenitori abnormi. Si prendevano quantità di birre fuori dalle misure convenzionali. A noi sembrava un qualcosa di esotico e irrazionale. Ricordo sempre che il background culturale ed esperienziale era Barletta, che non ha la stessa cultura etilica dell’Alta Baviera.
Non frequentavamo locali pettinati, perché anche questi, ovviamente, non ce li potevamo permettere. O meglio, rettifico, ce li saremmo anche potuti permettere, ma poi avremmo dovuto mangiare pasta col pesto senza pesto, quindi pesto col pesto. Tipo l’Eros degli anni duemila di Fuoco nel fuoco. Pesto nel pesto.
Quando invece la mia capacità di spesa nella città è aumentata, i miei venerdì sera sono iniziati a tingersi di alcool. Il tempio dove, festosi, inneggiavamo al Dio Bacco e tutti i suoi compari, per parecchi anni è stato “il Tango”. Il tango era un locale sui navigli con bottiglie di alcolici terrazzate e un lungo bancone in legno scuro. Il tango era quel locale che faceva un po’ casa. Un luogo sicuro dove sapevi che avresti trovato sempre qualche amico e qualche fornitore di sostanze stupefacenti borghesemente impeccabile e intaccabile. Noi avevamo fatto del tango il punto di ritrovo scontato. Ci vediamo al Tango. Il tango, per restare musicali, era il “Mario” di Certe notti del Liga. Non a caso, a causa di questa generale ineluttabilità di intenti che ci faceva convogliare sui tavolini verdi all’esterno del locale, almeno due rette universitarie al figlio del proprietario, gliele abbiamo pagate noi. Comode comode proprio.
Accanto al Tango c’era (forse c’è) un kebabbaro coopto egiziano dal nome programmatico: Abramo. Ad Abramo voglio un bene inusitato perché quando passo di là, raramente ormai, mi abbraccia e mi offre una Coca Cola o dell’acqua frizzante, in memoria dei vecchi tempi. Abramo mi ha sempre adorato, non ho idea del perché. È sicuramente una delle persone insieme a mia nonna al messo del negozio dei miei zii, che mi ha voluto più bene in assoluto nella sua vita. Quando ero al Tango era un profluvio di: Ciao Signor Jorjo. Come stai Signor Jorjo? Vuoi qualcosa da bere Signor Jorgo? E questo accadeva più o meno giornalmente, visto che io stazionavo al Tango più o meno giornalmente. Ma soprattutto, stimavo e stimo Abramo per la quantità di prole che sfornava senza sosta. Ogni stagione c’era un figlio nuovo o già sfornato o in preparazione. Al momento credo si sia fermato a quattro.
Il Tango ha chiuso qualche anno fa. Vederlo chiudere è stata una cesura generazionale. E a differenza di Mario del Liga, il Tango non ha riaperto, prima o poi.
Cosa penserà la gente dei miei gusti musicali, dopo le citazioni di Ramazzotti e Ligabue, uno dietro all’altra, non lo so. Ho anche paura di saperlo. Chi invece a Milano c’è da vent’anni e probabilmente resterà intatto e vigoroso per altri venti è il Mom. Il Mom è una birreria in Porta Romana, accanto cui, per anni, si è ritrovata una movida sfrenata. Non mi riferisco a una normale movida. A un normale assembramento di giovani in un dato punto della città, che causa i normali disagi alla circolazione e ai residenti. Parlo di una movida caotica, irrefrenabile, caciarona, danzereccia, vitale e indomabile. Questa movida impetuosa, (mi manca un solo aggettivo per superare il record di aggettivi per paragrafo di Salvini) vedeva il suo apice il giovedì. Non so per quale ragione, ma esattamente il giovedì sera, i giardinetti accanto al Mom producevano lo stesso grado di fumo e trambusto sonoro di Jamaa el Fna, a Marrakech. A differenza di adesso, i giardinetti non avevano alcun tipo di recinzione e venivano presi d’assalto da quasi tutte le categorie sociali, ad accezione dei residenti, giustamente esasperati. Ora che sto diventando vecchio, che sto iniziando ad apprezzare il silenzio, la quiete dei borghi e la campagna, mi chiedo come i residenti della zona abbiano potuto sopportare per così tanto tempo un baccano così focoso. Me lo chiedo, anche se per dovere di cronaca, lo so. Lo so perché per anni invece io ho abitato davanti al primo (e indimenticato) Rocket.
Il Rocket era un club, in Via Pezzotti, lungo e stretto, con una sala da ballo alla fine del locale. Sui muri della sala troneggiava la scritta: Vietato Ballare. Al di là del magnifico gusto dada e delle programmazioni musicali notevolissime, un giorno a settimana, il martedì, in via Pezzotti non si dormiva fino alle 2. La mia camera da letto era dall’altro lato della strada, io perciò ero parzialmente salvo dal baccano allucinante. Se qualche condomino della zona però, esasperato, avesse lanciato dei pomodori pelati sulla folla rumorosa fuori dal locale, io avrei solidarizzato con lui. Da quando il Rocket ha chiuso parecchi residenti hanno migliorato la loro qualità di vita, e soprattutto, hanno ripreso a dormire.
Dove c’era il Tango adesso c’è un altro locale. Non so neanche come si chiama. Non ho ancora superato il trauma.
Dove c’era il Mom adesso c’è sempre il Mom. Il giovedì però non sembra più di stare a Marrakech. Al massimo sembra Palermo.
Dove c’era il Rocket adesso c’è la sede della Camera di Commercio della Repubblica Dominicana.
Sarà l’età, ma io ormai bevo pochissimo e spesso, quando bevo, mi dispiaccio per le braccia dei baristi costretti a servire cocktails kalistenici.