20 ANNI A Milano – Un’umile dimora pt. 2


Via Pezzotti, la seconda casa in cui ho abitato a Milano, era tecnicamente un centro sociale. Io, U. e M. pagavamo l’affitto ma la proprietà della casa, sostanzialmente, era condivisa. La casa era al sesto piano di un palazzo mai terminato. Il pianerottolo aveva i cavi a vista e il pavimento scrostato, in perenne costruzione.

L’interno della casa era stato diviso con ingenti dosi di fantasia. C’era una sala/cucina molto ampia e subito alle sue spalle una camera da letto, divisa da una porta a scorrimento, Tecnicamente quindi, chiunque avrebbe potuto aprire la camera da letto aprendo la porta a scorrimento della sala/cucina. L’insonorizzazione, a sua volta, era parecchio blanda, cosa non comoda quando nei weekend la casa diventava un centro sociale e tu avevi la pretesa di dormire. Il bagno era lungo, spropositatamente lungo. Si poteva correre o campeggiare.
La planimetria bislacca destava impressione anche agli occhi meno abituati. Quando un’amica di un mio ospite, ragazza altera e alto borghese che probabilmente non conosceva il concetto di casa in affitto + coinquilini, mise piede in casa, un sabato pomeriggio, disse candida:
– Oh, che bello. Avete anche la cucina integrata.
I quattro/cinque tesserati del centro sociale, coadiuvati dagli abbracci di sostanze di psicotrope, per tutto il pomeriggio continuarono a chiedersi cosa volesse dire: cucina integrata. Non arrivarono mai a darsi una risposta. Anche perché quel pomeriggio non sarebbero stati cerebralmente in grado di farlo.

In via Pezzotti c’era un balcone lunghissimo, ad angolo, con dei mattoni a vista; molto probabilmente per degli illeciti penali che il costruttore aveva dovuto fronteggiare (e non per replicare i tipici muretti a secco delle costruzioni pugliesi o di alta montagna). Ogni qualvolta si faceva un salto o un movimento avventato, a muoversi era l’intera planimetria della casa. Per fortuna Milano non è mai stata una zona particolarmente sismica. A onor del vero, il balcone incompiuto aveva anche un bellissimo panorama. Si vedevano le montagne innevate, nelle stagioni in cui el Nino lo permetteva. Il pregio principale del balcone però era la disciplina olimpica che avevamo inventato, ovvero: il lancio delle arance vecchie dal balcone (sul tetto delle Esselunga). Una sorta di lancio del peso, ma in versione agrumata. Non ci giocavamo spesso, soltanto di notte e quando nevicava, così da avere la misura precisa del lancio e decretare il vincitore effettivo, il giorno seguente.

L’altra stanza da letto era invece una singola con delle pareti talmente sottili che si viveva in simbiosi con l’affittuario della casa accanto. Sentivamo tutto del Senor Miguel. Era una figura strana. Lo si sentiva tanto ma non lo si vedeva mai. Conoscevamo perfettamente la sua voce ma non lo avevamo mai visto in viso. Probabilmente usciva di casa in orari inconsulti (o non usciva mai). Un Hakikomori in salsa boliviana, vai a capire… Il pomeriggio però, soprattutto nei giorni feriali, lo sentivamo gridare a ogni ora: Berluscooooooniiiiii. Io ho sempre sostenuto che fosse il suo gatto. Altri dicevano essere degli scherzi telefonici un po’ anni ’90. Probabilmente gridava il cognome di Silvio per infondersi forza. Non lo sapremo mai. Come mai conosceremo il suo volto.

La casa era un centro sociale perché, soprattutto nel weekend, gravitavano almeno 3 o 4 amici per inquilino. Essendo 3 inquilini è facile immaginare la soglia minima di persone in casa. Accanto al frigorifero c’era un mobile con una televisione spropositata. La televisione era il palcoscenico per tornei alla Play, interminabili. Alcune sfide duravano più della maratona Mentana. Potevi uscire al mattino e trovare, la sera tardi, i giocatori ancora a duellare in maniera accanita.
Un po’ per saudade della terra natia, un po’ per un amore del vizio, erano solite formarsi delle piccole bische in cui si onoravano interi weekend. Spesso le due cose si univano. C’era chi giocava a carte e chi giocava alla Play, o chi giocava a parte mentre giocava alla Play.

Casa mia era un po’ lo specchio del palazzo. Anche solo restando sul mio piano c’erano personaggi degni di nota. Tra tutti questi la signora Buffy, chiamata così non perché avesse attinenza con i vampiri ma per la sua scarsa amicizia con i centri estetici. Casalinga logorroica e dall’alito pestilenziale, incontrarla nell’ascensore equivaleva a impratichirsi in apnea. Si poteva annuire e parlare ma era assolutamente vietato inspirare. Pena: una morte certa. Buffy era capace di attaccare delle pezze celestiali. Le bastava un minimo appiglio, dalla luce dell’ascensore ai prezzi della frutta all’Esselunga per partire con un monologo irrefrenabile. Bisognava quindi stare muti e non respirare. Si poteva solo mugugnare per sei piani, per poi fuggire espirando un falso: arrivederci.

Sempre sullo stesso pianerottolo, accanto all’ascensore viveva una coppia in procinto di scoppiare. Lei la signora Gianna, forse perché educati e dall’aspetto gentile, aveva preso a confidarsi con noi.
– Eh, ma con il Marco non so più cosa fare. Eh, ma se continuo così sono costretta a chiedere la separazione.
Noi, costernati, che avremmo voluto rispondere alla signora Gianna:
– Eh, signora, ma un’amica, un’estetista, una terapeuta a cui confidare le beghe con il suo Marco, non ce le l’ha? Possiamo darle una mano a trovarla?
L’ascensore, tra lei, che attaccava silurotti con il suo Marco e Buffy, che attaccava silurotti a prescindere, era una scatola metallica, minata.
Il Marco della signora Gianna, a dire il vero, non risentiva molto delle storie tese domestiche, visto che la sua occupazione giornaliera era stare davanti al portone del palazzo, a parlare con il calzolaio. È sempre li. Soprattutto il weekend. Desumo che con la Signora Gianna abbia risolto i suoi problemi. Probabilmente, la coppia non è scoppiata. Oppure si sono separati e lui adesso nello sgabuzzino del calzolaio.

Sotto casa, nello stesso stabile del palazzo, c’era un bar esteticamente molto bello, immancabilmente acquistato dai cinesi e con delle interessanti pecche in materia di igiene e decoro. Col tempo era diventato il punto di riferimento degli alcolizzati educati del quartiere. Gente esteticamente impeccabile che però ad ogni ora del giorno e della sera, appena poteva, beveva. Questo bar, che non aveva un’insegna e il cui nome era presente soltanto sullo scontrino fiscale, adesso è diventato il Bar Atlantic dell’Esselunga. Ha perso la magia estetica del precedente Bar e ha perso tutti gli alcolizzati educati del quartiere. Ha ragione mia moglie. Questi affabili signori avvinazzati, dallo sguardo un po’ perso e dai movimenti ondulatori, non metteranno più piede in un posto così impeccabile ma così privo di personalità.

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