20 ANNI A Milano – Bruxelles


Dopo la laurea triennale non avevo le idee molto chiare, decisi perciò di fare la famigerata: esperienza all’estero. Si era presentata l’opportunità di svolgere un Programma Leonardo (ovvero un tirocinio all’estero), opportunità colta senza troppe esitazioni. Avrei svolto un tirocinio lavorativo per qualche mese a Bruxelles, seppur non sapendo dove e con chi.
Quello che sapevo è che sarei partito con un’altra decina di ragazzi della mia stessa provincia. Quello che non potevo sapere, io, era che avremmo vissuto nella stessa casa. Quello che non sapevamo, tutti, è che avremmo dato vita a una versione in terra belga del Grande Fratello.

Non è semplice vivere con undici persone, nella stessa casa, soprattutto se la casa non è adatta e predisposta logisticamente alla convivenza. La casa, nello specifico, era una palazzina di tre piani riadattata come casa unica. Al piano terra: ingresso, cucina e salone e un terrazzino di cui ho ricordi vaghissimi, chissà perché, forse perché per due mesi e mezzo il cielo è stato grigiazzo e non ci sono andato neanche per scherzo. Al primo piano: una camera singola con bagno privato che dopo una miracolosa estrazione a sorte mi era capitata in dono e per uno spiccato senso degli affari avevo scambiato, in favore, tra l’altro, di una camera da letto “aperta”; aperta nel senso che era una grossa camera con una libreria che faceva da divisorio tra il mio letto, un antibagno e un bagno. Sì, è proprio così. Tutti i 5 coinquilini maschi per andare in bagno dovevano entrare in camera mia. Io li sentivo ma non li vedevo. Loro, idem. Era una stanza spiritica, ci si sentiva, ci si immaginava, ecco. Era anche particolarmente indicata per avere dei momenti di intimità, quando volevi ascoltare la tua anima ma sentivi gli stomaci dei tuoi coinquilini a chiedere conto alle salse belghe. Al secondo piano: la camera dei ragazzi e al terzo quelle delle ragazze. O viceversa, non ricordo bene. C’era anche una lavanderia in un piano semi-interrato, ma non è importante. Fatto sta che non era una casa, era un guazzabuglio.

Nelle precedenti puntate credo sia emerso quanto poco all’epoca, come allora, avevo dimestichezza con la cucina. Bene, dico solo che in quel guazzabuglio belga, io, ai fornelli, svettavo. La competizione non era altissima, ad essere onesti. Alcuni amici in trent’anni di vita si erano affacciati al piano cottura solo per mettere la moka sul fuoco.
Spesso cucinavo io. Spesso si cucinava e si mangiava insieme, sempre che non si stesse litigando. Si litigava a bizzeffe, anche con un certo gusto. Per i motivi più svariati, quasi sempre legittimi. Si litigava perché chi cucinava non puliva bene o non puliva proprio, perché chi faceva la spesa non comprava tutto quello che era stato richiesto, perché non si rispettavano i turni delle pulizie e soprattutto per temi politici. Forse perché eravamo a Bruxelles, ma c’era un clima molto politicizzato e molto polarizzato. Era una sorta di esperimento sociale o una copia in scala ridotta dell’attuale America trumpiana.
Questo continuo arrabbiarsi e chiarirsi, scontrarsi e cercare la pace rendeva il tutto molto GF. La Bignardi o la Marcuzzi non varcarono mai la soglia di casa, in compenso però, con cadenza settimanale, la casa era popolata da amici di amici che si accodavano ai piani e alla sopravvivenza domestica degli undici effettivi. La settimana in cui vennero a trovarmi dei miei amici ad esempio, fu la settimana in cui eruttò quel vulcano impronunciabile in Islanda, paralizzando il traffico aereo di mezza Europa. I miei amici rimasero quindi intrappolati nella casa del GF, per una decina di giorni, vivendo l’atmosfera da comune semi-organizzata. Ad uno dei due, quei domiciliari belgi diedero la conferma che Bruxelles sarebbe stata la città in cui avrebbe vissuto da grande. Tutt’oggi, appena può non fa che ringraziare me, ma soprattutto il vulcano islandese impronunciabile per avergli chiarito così tanto le idee.

Dopo un po’ di colloqui iniziai a lavorare in ufficio di rappresentanza istituzionale. Al suo interno c’era un ambiente composito. C’era il direttore, molto serioso, molto professionale e con un senso dell’ironia settato al lumicino. C’erano degli impiegati storici, a Bruxelles ormai da anni che però alla prima occasione utile parlavano in dialetto. E poi c’erano dei colleghi un po’ più grandi di me che facevano delle cose un po’ più strutturate. Io non ricordo assolutamente niente di cosa facessi in ufficio. Non ricordo che tipo di report facessi, che tipo di task mi furono affidati e con che grado di accuratezza furono effettivamente consegnati. Evidentemente non era roba pregiata.

Bruxelles era una città ricca e organizzata. La sua peculiarità più attraente era la diversità e ricchezza culturale. La facilità con cui arrivavi a confrontarti e parlare con persone provenienti da tutta Europa era semplicemente disarmante. Era molto disarmante anche il mio livello d’inglese, cosa che praticamente mi fece tornare in patria con una maggiore conoscenza dei dialetti della sesta provincia pugliese rispetto all’inglese o al francese. Il clima che si era instaurato all’interno “della caaaaaasa” cit., tra l’altro, spingeva a frequentazioni centripete. Le conoscenze e gli amici europei (e non appartenenti alla BAT) venivano spesso introiettate a casa nostra. Non erano insoliti scambi culturali eccentrici o ascoltare dei polacchi che imparavano le bestemmie in andriese. Ma tant’è. Tanto si sa. La prima cosa che si imparano di una lingua sono: Ciao, mi chiamo xx e qualche bestemmia ben strutturata.

Essendo il Belgio un posto relativamente piccolo, ogni weekend non perdevamo l’occasione di andare a vedere qualcosa lì nei pressi. Una delle gite che difficilmente scorderò fu quella in cui rischiai di morire, in macchina, con un ragazzo kossovaro sotto ingenti dosi di stupefacenti. Andammo a visitare una cittadina orrenda con un castellozzo utilizzato durante la seconda guerra mondiale. Il castellozzo, a sua volta orrendo, era l’unica attrazione di questa città orrenda. Svanita quindi la possibilità di esperire cose che non fossero orrende decidemmo di tornare a casa. Per tornare a casa potevamo scegliere se: a) ritornare in stazione con il bus preso all’andata b) farci dare una passaggio da dei ragazzi del posto che avevano appena raggiunto il castellozzo orrendo ma che si apprestavano, giustamente, a tornare in paese. Noi scegliemmo la seconda opzione, ovviamente, sulla carta molto più attrattiva, noncuranti che la balbuzie del nostro accompagnatore non era balbuzie ma smascellamento da stupefacenti. Ce ne accorgemmo in macchina, quando il nostro accompagnatore iniziò a fare dei sorpassi in curva o a sfidare a casaccio le macchine ferma ai semafori. La morte è un momento ineluttabile della vita, certo. In quel tragitto io infatti pensavo solo chi e come avrebbero comunicato il mio decesso ai miei genitori.
– Salve, lei è la mamma di Giorgio Damato? Eh, vorremmo dirle che suo figlio ha fatto un incidente mortale in una strada vicino a un castellozzo orrendo di una città orrenda del Belgio. In macchina c’erano lui, una sua amica e due ragazzi kossovari imbottiti di pasticche. O forse sarebbero stati un po’ più diplomatici: Signora, suo figlio è andato in macchina con uno sconosciuto, strafatto. Adesso è morto. Insomma, è un coglione.

Non è successo. Non sono morto. Ma come diceva il poeta: potevo rimanere offeso.

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