20 ANNI A Milano – Glasgow


Glasgow è una grande bugia. La mia grande bugia. La bugia di saper parlare inglese e di saper fare il cameriere. Le bugie, oltre ad avere le stesse gambe del Pibe de oro hanno una ricaduta pratica sulla vita quotidiana. Si scoprono presto. Basta pochissimo per rivelarsi per quello che sono: delle menzogne, appunto. Finita l’esperienza in Belgio avevo subito capito che bisognava impratichirsi sull’inglese. La cosa migliore per farlo, avendo qualche mese a disposizione era fare una full immersion. E così, eccomi a Glasgow.

Perché Glasgow? Perché scegliere la peggiore regione anglofona del mondo per impratichirsi sulla lingua? Come ogni bugia che si rispetti, c’entra mia madre. Il fratello di una sua cara amica lavorava lì, a Glasgow. Carlo per l’appunto, il fratello di Maria Rosaria, credo facesse il medico lì, in Scozia. Dico “credo” perché Carlo io l’ho visto due, forse tre volte in vita mia. Tendenzialmente solo a dei funerali. Carlo era solito andare a mangiare in un ristorante italiano, che con un imbattibile sforzo di fantasia si chiamava: Mediterraneo Restaurant. Carlo, da cliente fedele e persona perbene, era diventato molto amico di Mario, general manager del ristorante e gli aveva chiesto se per qualche mese suo “suo cugino” Giorgio potesse lavorare presso il ristorante di sua gestione. Io, ovviamente, non ero suo cugino. Prima Bugia. Bugia piccola, veniale, forse. Una parentela bugiarda che vista a posteriori, in più di un’occasione, mi ha permesso di non farmi cacciare dal ristorante, ma ci arriviamo…
Carlo aveva detto a Mario, il gestore del ristorante, che io avevo già fatto il cameriere (seconda bugia) e che parlicchiavo inglese. (seconda bugia e mezzo).
Mario, da persone buona, si era fidato e aveva preso il pacchetto completo. Giorgio, cameriere, nel suo ristorante, a Glasgow.

Il Mediterraneo Restaurant era una ristorante di prima fascia nella parte nuova della città. Camerieri con camicia azzurra, sedie e sedute in pelle, area drink con salottino e un centinaio di coperti. Il menù era abbastanza vario, copriva tutti i must have delle cucine regionali, rigorosamente storpiati nella pronuncia dagli avventori scozzesi: lasanie, orecchietti, parmisano etc… I camerieri erano esclusivamente italiani, in cucina invece erano ammessi accenti dalle latitudini superiori alle Dolomiti. I camerieri stavano in Scozia ormai da moltissimi anni. Con quaranta ore settimanali, tra mance e paghe ordinarie, portavano a casa uno stipendio che io tutt’oggi fatico ad eguagliare. Erano tecnicamente bravissimi. Portavano anche quattro piatti al tavolo contemporaneamente e non perdevano un’ordinazione neanche per scherzo.
Il proprietario del ristorante invece era una persona incredibilmente spiacevole. Si chiamava Tony. Traslitterazione di un ben più classico e natìo Antonio. Era il genero di un calciatore italiano che aveva giocato per parecchi anni nei Rangers di Glasgow (che adesso allena la Lazio ma che per motivi di privacy preferisco non nominare) ed aveva tutti i defetti che le pagine degli HR di Linkedin segnalano come “tossici”. Parlava un misto di campano/scozzese, cercando sempre di pescare le cose più spiacevoli da entrambi gli idiomi.
– Hai vist a chill? Hai vist a chill? Chill è nu son of a bitch. Aveva una voce roca, graffiante e non perdeva tempo nel pontificare qualcosa che lui aveva già fatto, molti anni prima di te, sicuramente meglio di te.
– How long stai ccà? Io all’età tua avevo already aperto due restaurants.
Era ricco, ben vestito ma profondamente incattivito dalla vita. Non ebbi mai modo di chiedergli perché o di capire le ragioni di questo astio nei confronti del mondo. Ero troppo impegnato a sopravvivere.

Io non avevo mai lavorato in un ristorante in vita mia, seppur Carlo avesse detto a Mario il contrario e dovetti imparare a farlo con i malefici occhi di Tony che mi scrutavano e con le considerazioni caustiche che scagliava bevendo degli immancabili camparini. I primi giorni furono giustamente terribili. Non capivo come parlavano, non sapevo servire ai tavoli, non conosceva la planimetria dei tavoli. Tutti gli ingredienti per commettere almeno un disastro a servizio. Ricordo un sabato pomeriggio quanto tolsi letteralmente di bocca a un cliente delle lasagne che dovevano andare al tavolo 38, riportandogli una carbonara indebitamente portata al 48. Lo so, lo so. Lui non si era accorto che la lasagna non era una carbonara e quindi si meritava questo trattamento terribile. Lo so che lo state pensando anche voi. Io però ho sempre lasciato le mie generalità. I RIS di Glasgow sanno dove abitavo e dove abito. I say I’ sto ‘cca, per dirlo come padron Tony e qualche altro.

Il disastro più bello e una delle figure di emme più bella mia vita però fu quando feci un gavettone di spumante ad una signora. Sì, ho scritto bene, non è un typo. Un gavettone di spumante ad una signora. Ero a Glasgow da un mesetto, l’incidenza di disastri al servizio era calata da uno al giorno a uno a settimana. Il responsabile di sala quindi mi aveva reputato idoneo per iniziare a portare e soprattutto aprire i vini al tavolo. Come mio ulteriore capo d’imputazione, c’è da dire che non era il primo vino frizzante che aprivo in vita mia. Magari non come cameriere, ma in passato, mi era già capitato di farlo. Non so però cosa successe quel giorno.
Ricordo solo la faccia della signora colpita ai seni da un gayser di bollicine venete, il verso, simile a una pentola a pressione in ebollizione e il gesto istintivo di alzarsi di soprassalto, facendo cadere la sedia per terra. Il ristorante, squassato da questo ensemble di rumori inusuali, sussultò all’unisono. Quando poi capì cosa fosse effettivamente successo si divise in due fazioni. La prima, la fazione razionale, cercò di prestare supporto alla signora e a me che avevo avuto lo stesso spirito di reazione di un bradipo guatemalteco; la seconda, quella più sanguinea e maggioritaria, iniziò a ridere. Proruppe all’unisono un fragore di risate simile a quelli che si ascoltano negli sketch degli animali buffi di Paperissima. Io ero indeciso se scappare, piangere, nascondermi sotto il tavolo fino ad orario di chiusura o dare la mia camicia blu alla signora per asciugarsi. Non feci nessuna di queste cose. Dopo aver prestato soccorso alla signora bagnata e visto gli amici cuochi in sala che ridevano talmente tanto da buttarsi sui fornelli accessi, dopo qualche minuto andai da Mario e gli dissi che se voleva, proprio in quel momento, ero pronto ad andarmene. Mi poteva licenziare senza problemi.
– Giorgio, non scherzare, al cugino di Carlo non potrei mai fare questo. Capita. Non ti preoccupare.

Ci sono parecchi altri aneddoti su Glasgow. Magari faccio una seconda puntata. Magari li metto dentro un libro. Magari me li tengo per me, per evitare che Padron Tony mi raggiunga a Milano e mi spezzi le legs.

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