E lei come si sta trovando col Corona Virius? mi ha chiesto ieri la signora Spinaci.
Bene Signora Elsa, abbastanza bene, le ho risposto scandendo le parole. È un po’ sorda Elsa Spinaci, giovinastra ottantenne del mio palazzo….
Le ho raccontato della mia vita forzatamente sedentaria. Le ho spiegato cos’é lo Smart Working. Cose così, argomenti da ascensore.
Poi è arrivato il suo turno. Mi ha detto che suo marito, Attilio, esce poco, per paura di prendere il Virius. Meglio che stia a casa…
Sa però cosa davvero mi è antipatico di questo Virius, signor Giorgio?
Cosa? Le ho risposto.
Beh da quando c’è questo Virius, a Messa non è più possibile scambiarsi il segno di pace. Sa, questo è davvero fastidioso. È il mio momento preferito della Messa. E questo Virius me l’ha tolto… Sia io che le mie amiche siam davvero tristi per questo.
Mi rendo conto, Signora Elsa. Deve essere davvero terribile non potersi scambiare il segno della pace, a Messa.
Adesso la saluto però. Buona Zona Rossa, Signora.
Buona Zona Rossa a lei, signor Giorgio.
Non è una vera domenica se non faccio almeno un tragitto in ascensore con Elsa Spinaci, giovinastra ottantenne del mio condominio.
Stamani Elsa, come tutti d’altronde, era un po’ preoccupata dal Corona Virius. Lo nominava proprio cosi: Virius. Sa, signor Giorgio, mi ha detto nel tragitto dal piano terra al quarto piano, questo Corona Virius mi fa davvero paura. Sino ad oggi ha tratto a sé solo gli anziani.
Ho cercato di consolarla dicendo che con le dovute precauzioni non ci sarebbero stati problemi ma lei, all’altezza del secondo piano ha ripreso: guardi, signor Giorgio, ma se devo essere proprio onesta è per mio marito che ho molta paura. Non per me. Attilio, mio marito, ha già avuto 1 infarto, 2 cataratte, ha un femore in precarie condizioni e un fortissimo raffreddore. Non vorrei che il Virius Corona me lo tolga proprio adesso, prima che a maggio compia 86 anni.
Si sono aperte le porte dell’ascensore, ho fatto pressione sulla porta ed aiutato Elsa ad uscire con la sua piccola busta della spesa. Congedandomi, avrei voluto dirle: Signora Spinaci e quando pensa che la morte potrà finalmente sottrarle suo marito Attilio? Al compimento del suo centotrentaseiesimo compleanno? Tra quarant’anni?
Ma mi sono limitato ad un: buona domenica signora Elsa. Si guardi bene dal Virius.
Ricordo i ramarri marroni e l’orrore che suscitavano in me ripetuto tre volte: orrore orrore orrore per aver visto quel ramarro marrone.
Ricordo il ruvido errare senza orario senza arrivi senza reietti eroi su eretiche rive. Rivivo il ricordo di quando chiamavo la mia amica alle superiori Aurora Pierro e chissà perché non si girava mai. Rivedo la reazione della cassiera a cui chiesi una crepes con: crema di marroni. Con cosa? Marroni. Cosa? Marroni, crema di marroni Con crema di ? Signora quella, quella lì. Potevate però scrivere castagne… E rivivo ripetutamente purtroppo l’eccessivo ardore di gente che mi sente mi dice hai la r moscia? e mi assicura che pronunciarla è semplice semplice. Basta mettere la lingua sotto il palato proprio qui e poi muovere la lingua, ripetutamente, velocemente facendo uscire il seguente suono: rrrrrrrrrrrrrrrrr. Non è tanto per i ramarri per il ruvido errare o per la crema di marroni ma è per questo episodio di irreale impotenza che ogni volta mi chiedo: perché da piccino non mi avete portato dal logopedista?
Mi è bastato dare un morso alla Fiesta
immergere quattro denti nella parte cioccolatosa e pandispagnosa
e mio fratello è tornato ad avere 3 anni
mia sorella è tornata ad averne cinque
sull’altalena
a carezzare la sua bambola obesa Pressione.
Si chiamava così perchè anche senza Pressione faceva davvero impressione, simile ad Alien più che a un bambolotto.
Con solo 4 denti nella Fiesta
mio fratello di nuovo estraeva da una valigetta nera i vestiti per il dopo piscina, eleganti
e mio padre tornava da lavoro per pranzo, accaldato
da viali assolati, in periferie pre-crisi industriale, a doppi sensi di marcia
e mia madre bellissima, coi capelli lunghi e gli orecchini d’oro
e mia nonna che diceva a mio nonno: compra le Fiesta ai bambini
e mio nonno che comprava le Fiesta e dava le Fiesta a mia nonna che dava le Fiesta a me che ero un bambino.
Tutto tornava, tutto filava
con le Fiesta, insieme a Berta
si faceva Fiesta.
Nessuno ormai ricorda più il sapore della frutta di un tempo,
delle verdura di un tempo,
del tempo di un tempo,
perché quel tempo non c’è più e mai ritornerà
ma la Fiesta, special che, risolve problemi,
Sempre uguale la Fiesta, con quel sapore cioccolatoso e pandispagnoso, identica a quando eravamo piccoli.
Ferrero coerente: nessun accenno al bio, all’olio di Palma, ai solfiti, agli sciiti, ai sunniti, al lattosio senza lattosio, alla caffeina senza caffè, alla theina senza the, cosa resterà di questi alimenti, senza alimenti, di questi anni 80?
Ferrero cuore ferreo: magari continui a mangiarti la mmerda, però è sempre la stessa merda che ti fa tornare a quando avevi 9 anni,
a quando tuo fratello aveva la valigetta,
ti fa tornare a tua sorella sull’altalena e accanto a sè la bicicletta
al rumore, il rumore della Fiesta:
quel rumore che faceva chi a un certo punto non ci vedeva più dalla fame
sjjuiiii sjuiiiii
quel runore che è impossibile scrivere e più difficile fare:
sjjuiiii sjuiiiii
Io stesso adesso, mentre mangio una Fiesta, faccio quel rumore
a stento non soffoco
però magari mia nonna arriva con un pacco di Fiesta
mi dice che posso stare con lei
ad aspettare che faccia buio, ad aspettare la notte e ad attendere l’alba
come facemmo quel giorno con mia sorella e mio fratello
non sapendo cosa potesse accadere dopo le 7 di mattina
forse non c’era nulla
forse finiva il mondo
forse avevamo paura di sapere
per questo potevamo solo fare una cosa
potevamo solo mangiare
nell’attesa delle nostre giovani vite: una Fiesta:
sjjuiiii sjuiiiii
Negli anni ’90 e nei primi 2000 tutti gli immigrati presenti nella mia città, a prescindere dalla loro effettiva nazione d’origine, venivano chiamati: marocchini. Faceva poca differenza se fossero, egiziani, tunisini, somali o eritrei. Tutti venivano annoverati nel mare magnum razziale dei marocchini. A dire il vero, molte volte anche dei: “marrocchini”, equipaggiati foneticamente, contro la loro volontà, sia di due giuste “c” che di due erronee “r”.
Il primissimo ricordo che mi lega ai marrocchini (da qui andrò con la versione local, rafforzata delle consonanti non richieste) fu quando a mia madre rubarono il portafogli al mercato comunale, in un sabato mattina di marzo. Tutti ci convincemmo che fossero stati i marrocchini, nonostante i Ris di Parma non fornirono e non hanno ancora fornito prove lampanti in merito.
Il secondo ricordo dei marrocchini invece, mi riporta con nostalgia alla figura di Kaled.
Kaled era un pizzaiolo (marocchino) che lavorava nella pizzeria accanto casa. Fece la fortuna del proprietario nei primi anni di creazione
Era bravissimo nel suo lavoro e molto in gamba con gli avventori. A un certo punto però, come tutte le storie belle, il marrocchino Kaled (che era tunisino) litigò con degli altri marrochhini (che erano algerini) e fu costretto ad andare via.
La notizia fece il giro del quartiere e fummo tutti dispiaciuti dell’addio di Kaled. Era simpaticissimo, era perfettamente integrato nel tessuto sociale, parlava addirittura dialetto e cosa non trascurabile: faceva una pizza meravigliosa.
Kaled restaurò l’immagine negativa che i marrocchini si erano guadagnati nell’alveo dei nostri vissuti di provincia. Da Kaled, mai al mondo ci saremmo aspettati un furto di un portafogli. Neanche i Ris di Parma l’avrebbero mai immaginato…
Tanto fummo tristi per l’addio di Kaled, altrettanto ridivenimmo felici quando dopo qualche anno Kaled ritornò a Barletta.
Nel frattempo era stato a casa (in Tunisia, non in Marocco) aveva aperto una pizzeria, l’aveva venduta ed era ritornato nella città in cui aveva lasciato il cuore, oltre a tanti amici marrocchini. Kaled aprì una pizzeria a Barletta, per conto suo.
In pizzeria da Kaled lavoravano due persone : sua moglie e Valentino.
Valentino veniva a scuola con me. Aveva perso un anno e ce l’eravamo trovati al primo liceo. Era bassino, simpaticissimo, ambiva ad essere ribelle e sfrontato ma aveva l’animo buono come un carpentiere coccolone. Noi lo chiamavamo Valendog, perché simile a Dylan Dog (con qualche centimetro in meno). Kaled invece lo chiamava: Vhlhntinhhhh.
Quando Kaled chiamava Valentino, tutti noi sorridevamo. La pronuncia delle vocali strozzate producevano un suono magico e irripetibile. Tutt’oggi, quando sento nominare Valentino, io non associo né il motociclista nè la festa consumistica che ha rovinato milioni di coppie nel mondo. Ogni volta che sento quel nome io penso a Valentino Chieco, in arte Valendog, e più precisamente a come veniva chiamato quando lavorava da Kaled: Vhlhntinhhhh.
Non abito più stabilmente a Barletta dal 2006. Da 12 anni non ho notizie di Valentino. Non so dove sia, come stia, se vive a Barletta o se vive altrove. Non so se ogni tanto va a trovare Kaled. Non so nulla di lui, da più di 12 anni. Da qualche giorno però vedo la nuova campagna di: Valentino, brand di moda planetario.
I modelli voluttuosi con i volti languidi e le lettere del marchio senza vocali (che presto saranno un ashtag) per me continueranno a farmi pensare ad una sola cosa.
Non mi indurranno a comprare cappotti rossi o a visitare ecommerce con prezzi faraonici. Tutte quelle lettere senza vocali, una dopo l’altra, mi faranno ricordare il mio amico del quale non ho più notizie e come era bello sentire pronunciare il suo nome da Kaled, il marocchino non marocchino più simpatico che abbia mai conosciuto. Vhlhntinhhhh.
Nel 2015 ho pubblicato il mio primo libro.
Nel 2017 credo di averne scritto un altro: “L’arbitro non fa il monaco”
Non credo riuscirò mai a pubblicarlo, per questo motivo pubblicherò tutte le poesie, qui di seguito…
IV
a. Graziella (How deep is your love)
b. Il bambino africano che mangiava poco
c. Le scienze della comunicazione
d. I culi su Instagram
e. Ello
f. Tartaro
g. Tutto l’amore del monte
h. Se-maforo
i. Sgomento
Ciao Evaristo.
Ciao Egidio, come va? Dimmi tutto…
Tutto bene, Evaristo. Ti chiamavo al volo per dirti due cose.
Dimmi pure.
Innanzitutto volevo ringraziarti per il file di recap che mi hai inviato.
Ma figurati…
È davvero molto utile e preciso.
Grazie ancora. Per voi questo ed altro.
E poi Evaristo volevo chiederti un’altra cosa.
Dimmi.
Il mio capo ha letto la tua email.
Ottimo…
Però non si trovava molto d’accordo sull’ultimo punto.
Mh, ok…
E ha detto ad alta voce che: se fosse per lui tu potresti anche buttarti dal balcone.
Dal balcone?
Sì, dal balcone. Io infatti sto portando avanti l’attività e vorrei chiederti se per te questa richiesta rappresenta una criticità…
Mah guarda, non credo. Dipende… Entro quando dovrei buttarmi?
Mah, sai… non immediatamente, c’è un po’ di tempo…
Ah ok, credevo fosse prioritario…
No, non è urgente, volendo anche tra due settimane, prima che inizi il nuovo quarter insomma… l’importante è che tu lo faccia, sai:me l’ha chiesto il mio capo…
Eh beh Egidio, è chiaro, se è il tuo capo a importi il mio suicidio, di certo io non posso farci nulla; senti, comunque, a ben pensarci non credo vi siano particolari problemi; magari però sento al volo anche il mio capo e mi assicuro che anche lui sia d’accordo, che dici?
Certo, certo, ci mancherebbe altro. Che facciamo poi, mi mandi tu un’email di conferma?
Sì, ti confermo la presa in carico dell’attività, il parere del mio capo e ti do qualche altro dettaglio, tipo su data della morte e luogo predisposto.
Sarebbe davvero fantastico.
Ok, rimaniamo così allora.
Va bene dai Evaristo, alla prossima.
Sì certo Egidio, alla prossima, ed ultima probabilmente. Grazie ancora.
In Montenegro non ci sono uomini che non siano spessi, non ci sono donne che siano basse. Il Montenegro è un po’ Como, un po’ il Gargano, un po’ Venezia e un po’ Trentino; tutto il resto è Chioggia.
In Montenegro non c’è la raccolta differenziata e da un randomico calcolo, troppo randomico forse, molti bambini tifano Juve (o almeno indossano il suo merchandising).
In Montengro, il posto più bello, ormai abbandonato, ha le sembianze di un centro sociale, se Berlino c’aveva lu mar era proprio una piccola Bar…
In Montenegro ogni tanto la gente dice Djokovic (che comunque è serbo).
In Montenegro la gente che non è del Montenegro, tende a fartelo sapere esibendo vistose catenine, lunghe croci, tatuaggi grossi quanto grossi pettorali.
Come sempre gli americani ti parlano in americano, come se tu dovessi per forza conoscere l’inglese e spesso ordinano pasta Bolonjeze, che pronunciano “Boloniesi”, tipo: mille grazzi.
In Montenegro non ho trovato l’amaro Montenegro e mi è rimasto l’amaro, in bocca.
In Montenegro c’è Sveti Stefan, dove i russi si sono comprati un isolotto in mezzo al mare e se provi ad andarci ti fanno Marameo, in russo; c’è Kotor che è un po’ Trani, con alle spalle un fiordo e non la Cattedrale; ci sono i monasteri, i laghi e le montagne.. e c’è sicuramente la barbabietola da zucchero, quella come diceva il libro di geografia c’è ovunque…
In Montenegro i poliziotti corrotti sono davvero onesti, si prendono solo 5 euro di mazzetta.
I camerieri, in certi posti, non sparecchiano. Si può fumare nei locali e i cuscini delle case in cui ho dormito sono stati grossi come mausolei.
In Montenegro ho sentito una versione in slavo di “Sapore di mare”, che all’originale di Gino Paoli gli da almeno 20 punti di distacco.
Ogni tanto, per strada, vedi un canestro da basket, il più delle volte piantato lì alla cazzo…
In Montenegro alla gente piace bere; un giorno mi hanno offerto della grappa alle 9 del mattino, e ieri ho visto delle ragazze che bevevano birre in cannuccia.
L’unica cosa invece che in questi giorni non ho visto è stato “Il trono di spade”, (girato in parte in Montenegro) e mentre noi qui: a ridere e scherzare, magari Jamie Lannister è morto.
Qui una foto mentre cercavo “l’amaro Montenegro” in Montenegro, in ogni dove, anche in delle piccole casette in mezzo ad una valle molto verde.Inserisci una didascalia