20 anni a Milano – Milan l’è un gran Milan


– Se vuoi studiare comunicazione devi andare a Milano. A Roma so tutti: volemose bene, a Bologna, solo feste e festini. Se vuoi studiare e poi vuoi lavorare, devi andare a Milano.
Furono queste le parole dette da mio padre, in cucina, in una giornata feriale di settembre, che accreditarono Milano come meta della mia futura vita universitaria. Mia madre era concorde, ma non particolarmente felice all’idea che il suo figlio maggiore lasciasse definitivamente il nido di casa.
– Laureati a Bari, in Giurisprudenza, poi si pensa…
Anche mio zio, avvocato, desiderava lo stesso. Anche un altro zio, idem. A casa mia si pasteggia a pane e Diritto Commerciale, come si può intuire.
Ad ogni modo fu deciso. Avrei iniziato il mio percorso di studi a Milano,  alla Iulm per la precisione. Prima di trasferirsi però a Milano c’era solo un piccolissimo scoglio da superare: trovare casa.

– Quando si viaggia, è importante partire comodi e leggeri – sempre mio padre che pronunciava queste parole con me stipato come un confetto in una BMW aziendale zeppa di campionario. Ero pronto a vedere un nuovo orizzonte, in quel momento però non riuscivo a scorgere neanche la nuca del guidatore e del passeggero, che era mio padre, per l’appunto.
Le prime case viste a Milano le vidi proprio con lui. Ci muovevamo in metro o in taxi in quartieri e fermate Metro che mi sembravano mondi paralleli. Non ricordo assolutamente in che zona fossero, non avevo la benchè minima cognizione della città. Di quegli appuntamenti ricordo solo una stanza doppia, da affittare con uno studente d’ingegneria, in sovrappeso e un po’ puzzoso.
– Ti è piaciuta la casa che abbiamo visto – mi chiese mio padre.
– Non proprio – risposi, fin troppo buono. A distanza di vent’anni posso dirlo: era un cesso di casa.
Quella prima sortita alla ricerca di un alloggio non produsse i risultati sperati. C’era da venire con più calma e da cercare, con calma ancora maggiore, una casa. Bisognava trovare un’anima pia da cui appoggiarsi per qualche settimana, per poi scandagliare tutte le bacheche delle università.  Quelle, al plurale, anime pie da cui appoggiarmi furono Giuseppe e Michele.

Entrambi studenti, entrambi più grandi di me, mi offrirono il loro divano letto per qualche settimana, facendomi vivere il turbinio degli affitti di Milano Sud. Vivevano in uno basso di Via Bonghi. I loro letti davano sulla strada ed erano chiusi da una saracinesca. Quella saracinesca, nei molti anni in cui ho frequentato la casa, io non l’ho mai vista aperta. Agli amici e ai curiosi, che mi chiamavano o mi mandavano un sms, chiedendomi dove stessi vivendo, rispondevo che ero a Milano ma che dormivo nella Bat-Caverna di Gotham.
Milano vent’anni fa era una città molto diversa. Il mondo, vent’anni fa era un mondo molto diverso. A Milano la Darsena era un acquitrino e l’Italia non solo partecipava ma addirittura vinceva i Mondiali, tanto per dire due cose a caso.

Io vivevo la città al pari di un esploratore che si imbatteva per la prima volta in delle isole Vergini e osservavo tutto con una vorace curiosità: le vie, i monumenti, i modi di dire. Ad esempio, un po’ per vezzo un po’ con un orgoglio sentivo pronunciare dalle persone a cui dicevo che sarei stata una futura matricola, l’espressione: Milan l’è un gran Milan. È da venti anni che mi chiedo il senso di una frase del genere e soprattutto la trasposizione della stessa su altre città d’Italia: Urbino l’è un gran Urbino, oppure: Marzamemi l’è un gran Marzamemi.
Insomma, ero molto sbarbato, confuso, elettrizzato e felice.
E dopo venti anni in città, nonostante una diversa market share degli aggettivi, lo sono ancora.

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