Il primo impatto che ebbi con la Iulm, ancor prima di conoscere il corpo docenti fu con il suo edificio e posso dire che fu positivamente devastante. Dei palazzi così belli, così puliti, con così tante scale mobili io non li avevo mai visti. Si ricordi che io venivo da Barletta, che non era di certo Nairobi ma neanche Los Angeles.
(Un saluto, ovviamente, agli amici di Nairobi e agli amici di Los Angeles.)
L’impatto economico invece che, in questo caso i miei genitori, ebbero con la Iulm, fu altrettanto devastante, temo. Me ne resi conto quando il giorno dell’immatricolazione vidi uscire entrambi, dagli uffici amministrativi dell’università, con delle macchie rossastre all’altezza dei reni.
– Cosa avete là?- chiesi in maniera un pò naif.
– Ma niente… – risposero entrambi – Avevamo finito il blocchetto degli assegni e abbiamo pensato di dare due reni in pegno. Ne abbiamo dato uno io e uno tua madre. Così, in caso, ne abbiamo ancora qualcuno per l’università di tuo fratello o di tua sorella.
(Un saluto, ovviamente, anche ai reni di mio padre e di mia madre.)
A parte gli scherzi, il primo anno d’iscrizione fu economicamente impegnativo soltanto perché uno dei miei zii decise di cambiare residenza ed entrare nel nostro nucleo familiare. Il fine era risultare residente vicino la parrocchia, di fronte a casa nostra, dove si sarebbe voluto sposare. Il trick gli riuscì abbastanza bene. Riuscì effettivamente a sposarsi nella parrocchia prescelta e i miei genitori, nonostante fossero diventati mono-rene, riuscirono a prendere parte alla cerimonia.
(Un saluto ovviamente anche a mio zio e alla parrocchia prescelta).
La Iulm, dicevamo, era un posto fatato. Per un ragazzetto della provincia pugliese era un luna park estatico. C’erano troppi stimoli che non ero abituato a processare. C’erano le ragazze. Una marea di ragazze. Ragazze di tutte le regioni, di tutte le nazionalità, di tutti gli accenti, di tutti i laghi, di tutti i luoghi. Non ho dubbi che su alcune di queste, io e i miei amici terroncelli, destassimo la stessa impressione che i Nani facevano agli Elfi quando accidentalmente si incrociavano nella Terra di Mezzo. Tra una lezione e l’altra, alcune di queste figure angeliche ci parlavano di weekend in Toscana e di gite in montagna. Noi ascoltavamo e basta, non potendo invece raccontare nulla dei nostri weekend. Al massimo eravamo stati in Viale Toscana, all’MD.
Quando ogni tanto riuscivamo a farci guardare, queste figure elfiche ci guardavano con tenerezza, con affetto, come un proprietario terriero fa con il gestore del suo maneggio. Tra tutte queste ricordo Noemi. Era una ragazza siciliana dagli occhi chiari. Ci innamorammo tutti di lei, più o meno nello stesso minuto in cui la vedemmo per la prima volta. Non era particolarmente ricca, né eccessivamente snob. Era soltanto eterea e angelica. A metà della triennale sparì, quasi senza lasciare traccia di sé. Per anni tutti l’abbiamo cercata su tutti i social, cercando di capire dove e come stesse. Nessuno l’ha mai più trovata.
Oltre le ragazze c’erano i ragazzi, come è ovvio che sia, altrimenti la Iulm sarebbe stata “Non è la Rai”.
Uno dei ragazzi che più avrebbe segnato l’immaginario degli iscritti della mia generazione fu Perimetro. Perimetro non era uno studente. O forse lo era ma di sicuro non aveva la nostra età. Era molto più grande di noi. Si chiamava così perché ogni giorno, dalle 18:00 in poi, arrivava al terzo piano, leggeva i suoi libri e iniziava a percorrere l’intera planimetria del terzo piano, facendo dei giri sistemici attorno al ballatoio rettangolare del piano. Era un movimento continuo, instancabile, quasi in trance, fatto tra l’altro con un libro in mano. Nessuno sapeva chi fosse, nessuno sapeva come si chiamasse, a parte le guardie immagino, eppure era un complemento d’arredo, in movimento, dell’università.
C’era anche Michigan, oltre a Perimetro, che ha riempito interi bancali di racconti.
Michigan si chiamava così perché dopo una partita di calcetto sostenne che qualcuno gli avesse rubato la felpa del Michigan, regalata da un suo zio, del Michigan appunto, a cui lui teneva molto. Non era nostra abitudine rubare felpe del Michigan, cercammo di spiegarglielo in tutti i dialetti, ma lui non volle sentire ragioni e da lì, per un’ora intera, proruppe con un lamento in abruzzese: la mi felpa dè Michigan. La mi felpa dè Michigan. Diciamo che il soprannome se lo scelse da solo.
Che Michigan sarebbe stato indiscusso protagonista del triennio lo capimmo il primo giorno, quando alla prima lezione in assoluto, del primo corso in assoluto, al primo banco in assoluto prese posto, in ritardo, vestito con: abito bianco, maglietta nera e diamantino all’orecchio dalla grandezza di un motoscafo. Bastarono poche settimane di frequentazione per vivere la sua trasformazione da idolo delle folle a meme vivente (nonostante i meme non esistessero ancora). Accadde quella notte in cui decise di portarsi una televisione marroncina, con tubo catodico, di una cinquantina di chili, in braccio, dalle Colonne a Famagosta.
Lui, proprio lui, il nostro Michigan, il giorno dopo, ci disse che purtroppo però la televisione non funzionava. Coincidenze? Io non credo. cit.
C’è un’espressione che in ambito aziendale si usa molto. Di solito, verso la fine dei workshop, quando il relatore ha mostrato l’ultima slide mostra i So what. Di solito, quando sa che nelle riunioni ci sono parecchi C.Level, anche per legittimare il loro utilizzo del telefono entro i tre minuti e mezzo, questi So What vengono mostrati all’inizio. Che sia all’inizio o alla fine però, solitamente, il relatore dice con fare sornione, mostrando la slide dei So What: Cosa ci portiamo a casa? È un’espressione bizzarra, che spesso mi fa sorridere, immaginando me che porto a mio figlio e mia figlia sei distinte Personas per degli ipotetici User Journey. O che torno a casa e dico: Amore, oggi ho portato un po’ di Awareness. È fresca fresca. L’ho presa grazie al budget di Headquarter. Sorrido perché questi sarebbero alcuni dei So what che potrei portarmi a casa, dopo una riunione.
Se dovessi tirare una somma della Iulm, dei tre anni passati alla Iulm invece, oltre a professori e lezioni incredibili, quello che mi sono portato casa sono stati gli amici di una vita. Tre, dei miei attuali e migliori amici, li ho conosciuti proprio lì, alla Iulm. Sono stati loro i miei “So What”.
Quegli amici che in caso di bisogno, come per la televisione di Michigan, potresti trasportare in braccio da Famagosta alle Colonne. Con la differenza che la loro amicizia e il loro affetto, il giorno dopo e per una vita a venire, continuano a funzionare.