Riflessioni eterozigote dopo un concerto dei Depeche Mode


Un mio amico drammaturgo mi ha rivelato che per tutta la sua giovane vita ha creduto che le parole precedenti al ritornello di Personal Jesus fossero: “Richard touch friends !”. Giovedì scorso, durante il concerto dei Depeche Mode, ho pensato al piccolo Riccardino, guardingo e lesto, che tra un’estasi e l’altra del pubblico, provava a palpare gli astanti. È a lui e al mio amico drammaturgo infatti, che vorrei dedicare queste riflessioni estemporanee   ahimè postate in ritardo.

– Dave Gahan oltre ad essere una rock star è anche un innovatore. È uno dei pochi cantanti che suona un oggetto che non può suonarsi: l’asta del microfono.
– Dave Gahan è la dimostrazione dell’infondatezza sulla pericolosità delle droghe. Le droghe fanno benissimo. Se i risultati delle droghe sono le performance di Dave Gahan, drogarsi è formativo e costruttivo.
– Dave Gahan ha qualcosa di Ibrahimovic anche perché Zlatan è l’uomo con più sosia al mondo. Compresi i formichieri.
– Dave Gahan tiene il palco meglio di Papa WoJtyla.
– Dave Gahan ha scoperto il segreto della magrezza ed Iggy Pop non ne sarà sicuramete felice.
– Dave Gahan sta ai gilet come Venditti sta ai Ray-Ban a goccia.
– I Depeche Mode senza il suo cantante sarebbero arrivati massimo a Castrocaro. O al Festivalbar. O per essere democristiani, difficilmente avrebbero costantemente riempito gli stadi.

Spregevolezze


Nella classifica delle spregevolezze maggiori del globo
primeggiano i tizi
che in un luogo semi silenzioso
stridono i denti e le labbra
e fanno il seguente rumore: mff.

È un rumore che può assumere molte sfaccettature.
Può diventare: mffz.
Oppure: mffpzz.
Ma limitiamoci qui.

La spregevolezza è data perlopiù
dalla frequenza con cui costoro,
da ligi spregevoli, quali essi sono,
fanno il rumore spregevole.
Quasi mai si accontentano di farlo una volta sola.
Imperversano, scostanti, in cadenzati: mff. O: mffz. O: mffpz.

Lo fanno finchè ti giri a guardarli
per ammutolirli col tuo sguardo cattivo
avendo in compenso, senza parole aggiuntive,
soltanto una sillaba grama:
Mffz.

Ballata d’amore Marinea


Non credere che non ti ami più,
no, non farlo.
Ti penso, sempre,
come clusters geotargettizzati.

Non credere che non ti pensi più,
no, non farlo.
Lo so che l’ho già detto,
faccio come il prof. di matematica che soprattutto a me diceva:
Repetita Iuvant.

Ho sempre in testa il tuo profumo.
Lo cerco, lo sogno, lo capto, lo colgo.
Son mesi che non ti assaggio
eppure…

Non credere che non avendoti ti dimentichi,
no, non farlo.
Sei la concierge del mio cuore
accogli e sfratti emozioni.

Non credere che tema il web,
no, non farlo,
o che fare il tuo nome, in rete,
mi crei qualche problema.
Proprio questo è ciò che faccio, adesso,
in questa ballata su questo testo,
in queste righe di questo giorno.

Svelo al mondo per chi e quanto soffro,
sì, so farlo.
Dicendo come ti chiami,
quanto ti amo, quanto ti penso e quanto mi manchi,
è come se lo dicessi a te, diretto,
sì, so farlo.

Ti amo più che mai e mi è difficile scordarti:
linguina con l’astice.

“Sei una forza della natura”


Speso si dice: “sei una forza della natura”.
È un concetto che si applica a tante cose: ad un alunno discolo e snervante, ad un procacciatore elettorale di voti, ad un uomo/donna iperattivo/a e indefesso/a.
Secondo me però, anche quando il concetto si categorizza ad agenti atmosferici, non si da il giusto peso all’espressione: forza della natura. Puoi trovarti sotto un uragano, essere in balìa del vento, soffrire l’afa sullo scooter, tanto da levarti il casco. Tutte queste cose ti faranno molto innervosire, ma non ti porteranno a riflettere sull’effettiva forza della natura.
Io ho capito quanto è forte la natura oggi pomeriggio (a seconda di quando posterò questo post).
Ero sul bagnasciuga a leggere il mio nuovo e bellissimo libricino. Combattevo il logorio della vita moderna. Quando ad un certo punto il vento si è incazzato. Si è incazzato come se il suo titolare gli avesse annunciato un licenziamento in tronco. E ha iniziato a soffiare. Molto forte. Per protesta. Anche lui. Protestano tutti, vuoi che non protesti anche il vento?
Mi hai licenziato? E mò ti faccio vedere io…
Io continuavo a leggere il mio libricino, lottando col freddo del vento d’estate. Che troppo estate ancora non è. Fino a quando mi son girato, ho scorto il mio asciugamano e l’ho notato pieno di sabbia. Ricoperto. Sommerso. E per la prima volta ho riflettuto, grazie allo sgarbo contrattuale subito dal vento, su quanto sia forte la natura.
Non ho potuto pensarci più di tanto perché la sabbia stava sommergendo anche me. Mestamente sono andato via e per la prima volta, propriamente, ho detto: natura, sei una forza della natura.

Berlusconi per favore vai a dormire


Non è mai facile sintetizzare malessere e non risultare banali.
Io però sono davvero stanco di far scandire la mia vita in base ai processi di Berlusconi. Per me Berlusconi è un nulla assoluto. Non un mafioso, un corruttore, un santo o un guru. Per me Berlusconi non esiste. È una nuvola. Fluttuante. Ffiuuuu.

Vorrei che in Parlamento si parlasse di come ci si è abituati alla barbarie che viviamo. Vorrei che qualcuno iniziasse a discutere se è normale che un ragazzo si abitui a lavorare gratis. O per 300 euro. Ormai è pura normalità. E non dovrebbe esserlo.
[Cito solo questo tragico esempio perchè corrispondente alla mia generazione; consapevole che di problemi da discutere se ne potrebbero riempire bastimenti]
E tra parentesi, metaforiche, chi scrive queste righe tendenzilmente incazzate ha sempre fatto una vita splendida. Dignitosa. A cui non è mancato nulla. Ma proprio nulla. Son parole quindi di un ragazzo fortunato. Tendenzialmente incazzato.

Sarà che a Milano piove da 5 mesi, sarà che si cresce e ci si interroga, io non reputo più ammissibile però che la vita politica italiana debba ruotare su occupazioni di tribunali e riproposizioni di scudi giudiziari. Perchè la magistatura sarà di sinistra, Berlusconi sarà un povero perseguitato e un commosso benefattore, ma che un ramo del Parlamento occupi un Palazzo di Giustizia è una cosa da fantascienza. E noi ci siamo abituati anche a questo. Per noi, anche questo, è normale.

C’è un paese che piange modernità, che vuole diventare un paese competitivo (e non solo simpatico), che reclama civiltà. E noi qui parliamo di Ruby, del lodo Mondadori, di Longo e Ghedini. Ma io ne sbatto la minchia…
Dall’alto dell’inutilità di questo post, potrò permettermi di essere volgare?

Schiscia – Schiscetta


Non puoi dirti di Milano
finchè a lavoro non mangi
la Schiscia.

Puoi bagnarti all’Argelati,
puoi strabere da Peppuccio
puoi ballare alla Balera
tutto ancora troppo poco.

La Schiscia o Schiscetta,
che dir si voglia,
racchiude e reassume la milanesità.
Nativa o importata.
Locale o terrona.

Chi si porta la Schiscia?
Ci si porta la Schiscia
per risparmiare
per mangiar sano
per ottimizzare
cibo, tempo, denaro.

Nomen omen culinario,
il suo essere gastronomico, smart e fast,
ha migrato verso significanti comportamentali:
stai schiscio!
Sparuto vessillo gergale della dialettizzazione milanese.

Diffusa ma intransigente
non si presta a sfaccettature.
Una zuppa (comprata) non è una Schiscia.
Un’insalata (comprata) non è una Schiscia.

Imprescindibile dal Tapperware casalingo
schiscetta chi ha voglia di farlo
chi è forte ordinato e costante
chi è saggio e previdente.

Schiscetta
chi ormai è di Milano
ma non se l’aspetta.

immagine presa da: Cheschiscia

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