Il disagio di un viaggio in treno riassunto in bullet point


1. Nerd molisano galvanizzato da Erasmus in Spagna che da corda a nonnino logorroico che si sente giovane, troppo giovane.

2. Matricola palestrata marchigiana che con cuffie nell’orecchio grida prestazioni fantacalcio: potevamo vincere, ma anche lui, secondo me, farà 5 gol, diobò.

3. Ciaciotta potentina che ripercorre (al telefono con la madre) le trentatrè operazioni – trentatrè – svolte prima di partire. Trentatrè operazioni che ripeterà per filo e per segno (di persona alla madre) una volta ricongiuntesi tra qualche ora.

4. Quelli che in fila, con il treno zeppo, ti dicono: scusi, posso passare?
Passare dove, demente, che io non riesco neanche a sedermi? Dove devi passare che non si cammina? Statti fermo. E zitto. Per favore….

5. La connessione di Trenitalia, che è come Atlantide: una leggenda.

6. Le femmine bone che non si siedono mai accanto a te ma sistematicamente al posto successivo.

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Il nuovo dramma estetico contemporaneo: IL CAPPELLO SCUOLA CALCIO ANNI ’90


tratto dal mio libro in cerca di un temerario editore…

 

Doveva essere il 1999, faceva freddo e il mister era pronto ad accompagnarci a casa.
Eravamo rimasti io, Delorenzi e Andriana, tutti e tre abitanti della zona storica della città, tutti e tre ad aspettare Nando, il Mister.
Andate in macchina, non accendetela, e aspettatemi: mò vengo.
Andammo in macchina, non l’accendemmo, io e Andriana, perche Delorenzi, il più birba dei tre, si azzardò.
La macchina fece il classico singhiozzo che fanno fare i pivelli che non sanno guidare.
Ci spaventammo tutti e tre.
Delorenzi non ci provò più.

Faceva freddo fuori. Faceva caldo in macchina.
Usciamo fuori, facciamo due palleggi, disse Delorenzi, il più birba. Nando, il Mister, non arrivava.
Finimmo i palleggi, iniziammo a farci i dispetti. A farci gli “sgamessi”, a rubarci le scarpe, a darci un po’ di botte, così, per diletto.
Ci rubammo i cappelli della scuola calcio. Quelli di lana. Da pescatore. Con tessuti improbabili e con loghi grossi quanto camerieri. Li lanciavamo da un capo all’altro della strada, facendoli cadere spesso per terra, prendendoli spesso a calci, scambiandoli per palloni. Facemmo in sostanza con i nostri cappelli “la mezzoretta.”

Tornai a casa scortato da Nando, il Mister. Molto felice, molto sporco e molto sudato.
Salendo le scale mia madre mi vide senza cappello.
Perché non hai il cappello?
Perché se no mi facevano “la mezzoretta”
Chi?
Andriana e Delorenzi.
Uh signore… “la mezzoretta” mò lo dico a tuo padre. Uh signore… Mò lo dico a tuo padre.
Tua madre mi ha detto che ti stavano facendo “la mezzoretta”. Che cos’è “la mezzoretta”?
Niente. Rubavamo un cappello e ce lo lanciavamo.
Chi?
Dipende. Io e Andriana a Delorenzi; Delorenzi e Andriana a me; io e Delorenzi ad Andriana…
Ho capito. Ho capito. Per questo non ce l’hai adesso addosso?
Esatto.
Sei sudato però. Te lo dovevi mettere…
Se me lo mettevo mi facevano “la mezzoretta”. Ce l‘ho in tasca, vedi?

Son passati quindici anni da quella sera de “la mezzoretta”
Andriana è diventato un muratore.
Delorenzi è diventato un calciatore, e tra i tre, probabilmente, è sempre il più birba.
Chissà se anche loro, in quella fredda sera del 1999, si immaginavano che il cappello scuola calcio, quel cappello brutto, di lana, da pescatore, sarebbe diventato un accessorio indispensabile.
Già da un anno
quel cappello scuola calcio, brutto, di lana, da pescatore, adesso in testa ce l’hanno tutti. Cioè, ma non tutti a scherzare. Tutti tutti veramente.
Il cappello scuola calcio anni ‘90, è addosso ai più fighi, alle più fighe, all’aperto, e inspiegabilmente, al chiuso.
Se vai a bere, in testa, nel locale hanno tutti il cappello scuola calcio anni ’90.
Se vai a ballare, in testa, hanno tutti il cappello scuola calcio anni ’90.
Non importa che fa caldo. Non importa che si suda. Magari stai in canotta, ma in testa c’è lui: il cappello scuola calcio anni ’90.
La tragicità della vita, non solo ha imposto questa moda, ma ha fatto di tutto per imporla colorata.
Tutti,
le fighe e i fighi,
ovunque,
al chiuso e all’aperto,
hanno i cappelli scuola calcio anni ’90,
brutti,
di lana,
da pescatore:
per giunta colorati.

Anche Andriana e Delorenzi, adesso, mentre scrivo di questo dramma sociale sottovalutato, avranno in testa il cappello scuola calcio anni ’90.

Vorrei parlarne con loro, con Andriana e Delorenzi. Ma anche con Nando, il Mister…
Facendomi spiegare se è una cosa normale. Facendomi mostrare il colore del cappello, che adesso, portano in testa. Perché io non mi rassegno.
Quindici anni dopo, tanti capelli in meno e tanti cappelli in più, io non lo capisco.

Vorrei parlarne con loro. Neanche per troppo tempo.
Solo per un po’.
Giusto, una mezzoretta…

Postilla: essendo il web un nonluogo accidioso, è bene specificare che questo sito non ha nulla contro i pescatori e il loro abbigliamento, bensì prova per questa categoria grandi dosi di stima e affetto.

L’amore ai tempi degli Hipster vol.3


Le porzioni di riso giuste.

La bellezza di svegliarsi durante una sosta in autogrill e chiedere: dove siamo?

Fino a quando dureranno le cabine telefoniche?

Visto che i tag e il racconto virtuale di noi stessi non è sufficiente, facciamo un po’ di screenshot e postiamo conversazioni, sempre su/di noi stessi, fatte sullo smartphone…

I segni di croce degli anziani di fronte alle chiese.

L’imbarazzo immotivato di quando trovi qualcuno accanto a te, in un bagno pubblico, che fa la cacca.

Son nato in un’epoca in cui si ambiva a diventare uno status symbol. Mi ritrovo a vivere in un’epoca in cui si vorrebbe diventare uno status di Facebook.

I cani che si chiamano Whisky.

Le somiglianze tra cani e padroni, come quelle tra stagisti e responsabili;

La ritrosia nell’uscire da un gruppo di w.app.

Guardie e like, giochi dei pischelli tecnologici moderni.

Il merluzzo surgelato-scongelato, i fagioli e l’insalata, sono la trasposizione culinaria della vittoria della domenica sull’uomo.

L’ingiustizia del Chi segna Vince.

Una delle tante colpe sottovalutate ed occulte di Silvio Berlusconi è l’averci fatto associare “Take five” al faccione di Ennio Doris.

Hai studiato all’esame? No no. Non so davvero un cazzo. Le premesse perfette per un buon 30 e lode

L’espressione dei genitori detta in età adolescenziale: “è orario”. Non importa che orario fosse, o quali fossero stati gli accordi sulla ritirata. Quando “era orario” ci si doveva ritirare. E basta.

Il dolore sotto gli zigomi quando ridi troppo.

I tizi che dicono le previsioni del tempo alla Rai. Sempre anacronisticamente con la divisa.

Nordafricani di seconda generazione che ballano Battiato in Metro.

Gattino come adesso non lo sono stato miao. Ma quando mezzanotte viene…


Modern drama

Il dramma delle donne belle con le gambe grosse.

Il dramma di non aver mai più trovato un paio di scarpe belle come le Gazelle dei tuoi 15 anni.

Il dramma del pensiero laterale e delle persone che camminano storte per trovarlo.

Il dramma dei dj nei negozi, ormai indispensabili.

Il dramma dei cicciobomba col sudore acido, relegati in stanze appartate degli uffici.

Il dramma della nebbia, che per chi è nato da Cesena in giu, (se non guida) sempre e per sempre avrà il suo fascino.

Gaetano Sburrazzi contro i cantanti moderni e i moderni talent sciò


Ceee
che io sti cantande di osce
ni capisciu.
Ni capisciu, gnor nò.
Tutti: gni gni gni; fi fi fi; pi ppi ppi.
Che minchiazza mi cantano? Eh?

Tutti ca ci vanno ai talend sciò.
I talnd sciò, capeit?
Che minchiazza mi rappresendino i talend sciò? Eh?
Alli tempi mia, i candandi erano candandi addavero.
Erano candandi ca ti facivano venire emozioni genuine
dentro ù còr.
Bobby Solo, Mina, Lucio Battiste.
I bbitols.
Ca mica uno de sti candandi ci ci ci fi fi fi dei talend sciò, ci assomiglia ai bbitols.
Ma manco per nessuna ragione dell’univèèrs…
I bbitols erano candandi addavero con le emozioni genuine.
H h, no i talend sciò…

E poi si ostineno con la forza
che vogliono fare a na còs come a Sanremo.
Canale cinguj, festivalbàr, ics fatto, non ci sta u paragòn. Non ci sta.
Il festival è meglio.
Il festival vinge sempre, capeit,
no i talend sciò…
i talend sciò
sono una minchiazza,
vabbuò?

Salutasse.

Amestista Lostagista e i festeggiamenti del Santo Natale


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qualche tempo dopo…

– Ametista, allora, ha fatto i biglietti per tornare a casa, a Natale?
– No direttore, non ancora.
– Che fa, non parte? Non va a ritrovare la sua terra natìa?
– Certo, mi piacerebbe tanto…
– Ma..?
– Ma Gianna (la mia tutor), mi ha chiesto di lavorare il 25 mattina. Sa, un’emergenza, non si sa mai…
– Ha fatto bene. Gianna è sempre sul pezzo, ha avuto un’ottima idea.
– Ottima, direttore. Ottima.
– Quindi il 25 mattina è in ufficio, giusto?
– Giustissimo. Poi per le 13:30 faccio pausa pranzo.
– Fa solo un’oretta, vero?
– Certo, solo per pranzo. È sempre meglio stare in ufficio il 25 pomeriggio; sa, le emergenze…
– Parole Sante, Ametista. Parole sante… Mi spiace molto però che si concede solo un’oretta. Può anche prendersene due, volendo…
– Eh direttore, meglio di no. Le emergenze non vanno mai in vacanza. Soprattutto il 25 dicembre, di pomeriggio.
– Verissimo… ma dove pranzerà quindi il 25, Ametista?
– Qui giù. Mi sono organizzato col kebabbaro.
– Ottima idea Ametista, davvero.
– Sempre sul pezzo, direttore.

– Lei invece, direttore, che fa a Natale? Dove va a pranzo?
– Guardi Ametista, anche io quest’anno sposerò la sua teoria.
– Andrà dal kebbabaro?
– No, no, non così massive. Sarò più light. Anche io il 25 dicembre farò qualcosa di inusuale.
– Cioè? Dove sarà? Sempre se posso permettermi di chiederglielo…
– Lei può chiedermi tutto, Ametista. Il 25 dicembre sarò a Honolulu.
– Accidentaccio…
– Sì Amestista, davvero, basta. Basta con le solite cose, i soliti pranzi…
– I soliti kebabbari…
– I soliti kebabbari. Io e mia moglie volevamo cambiare. E far svagare un po’ i bambini.
– Come darvi torto, direttore.
– Quando torno poi, le racconto un po’ come si stava ad Honolulu, che dice?
– Attenderò con ansia direttore. Io le racconterò di come erano i falafel.
– Ci tengo Amestista.
– Va bene direttore. Vado. Ho da fare molte cose oggi pomeriggio.
– Vada Ametista. E mi raccomando, in gamba eh…
– Sempre direttore, sempre.