Il miracolo dei pullman


tratto dal mio libro in attesa di un clemente editore

C’è un sacco di gente che crede in qualcosa.
Un sacco di gente che crede in Gesù, in Maometto, in Budda
che va fino a Lourdes, che torna da Fatima,
che torna dalla montagna
perché Maometto, a suo dire, preferisce il ravennate.

Questa gente crede in qualcosa.
Ed è giusto che lo faccia.
Costoro però, o la maggior parte, sempre per restare sull’approssimativo,
crede in cose facili, in religioni scontate
come sempre nella loro evidenza, intangibili.
Questa gente non si accorge di cose più acute,
di forze e di spiriti che si intrecciano sul bagnasciuga del fato.
Questa gente non si accorge che ogni mattina, soprattutto in alcune fasce periferiche della città,
si compie: il miracolo del pullman.

Più o meno in tutte le città, più o meno in tutte le nazioni,
ad un certo punto, un signore o una signora anziana, entrano nel pullman.

Ogni mattina, nel pullman,
questi anziani signori, guadagnato un posto semi stabile
iniziano a parlare.
Così.
Senza nessun motivo.
Del nulla.
Ed ogni giorno, quando questi signori iniziano la loro conversazione
immotivata, ingiustificata, insignificante,
qualcuno risponde.
Sempre.
È questo, checchè ne dicano i più scettici, è un miracolo.

C’è sempre qualcuno, sempre, che a un: oh come sono stanca oggi,
risponde: e come mai?
C’è sempre qualcuno, sempre, che a un: che bella giornata oggi
risponde: ha visto signora? Non come ieri, che pioveva…
C’è sempre, soprattutto, qualcuno che invece di aspettare la domanda sparata a caso,
propedeutica al miracolo,
anticipa l’anziano signore per far sì che l’incompiuto si compia.
Vuol sedersi signore, prego, io starò tutto il giorno seduto. Si sieda pure.
Grazie. Grazie mille. Ma lo sa che io quando ero giovane….

Miracolo casuale. Miracolo anticipato. Miracolo indotto, ma pur sempre miracolo.

L’amore ai tempi degli Hipster vol. 5


Le facce dei ragazzi che incontrano le amiche delle ex per parlare delle ex.

La speranza quando si stende un bucato di trovare il maggior numero di capi di grossa taglia per finire prima.

Gli imitatori di Rai 1.

I vocalist riciclati che si ritrovano a gridare: quanto è unico questo Capodanno che stiamo vivendo insiemeeeeeee.

Nella vita si può prescindere da tutto ma non dal tagliaunghie.

Le ultime chiamate al gate in aereoporto, che non sono mai le ultime chiamate. Fai 3 km. di corsa e trovi ad imbarcarsi 3 km di gente.

I mezzi pubblici dove parli solo tu in italiano e le stazioni metro dove fa più freddo dentro che fuori.

Le cozze crude; i tragitti che al ritorno sono sempre più corti; il coraggio di indossare un marsupio; il sogno agognato dei liceali in erba di sinistra: i dread.

La professionalità insuperabile dei filippini nell’organizzazione di pic nic.

Padri e madri del sud che abbracciano figli nei tram semideserti di domenica mattina.

La somiglianza di Chet Baker con Pasolini.

Gli anelli lesbo.

Le puzze eccezionali di alcuni spogliatoi e di alcuni suoi abitanti.

Se durante la settimana il tempo è scandito dalle ore, nel week end lo é dalle lavatrici.

I sabato pomeriggio all’Ikea.

Quando ritrovi 2 euro nei pantaloni.

Gli Hotel del Corso che non stanno mai sul corso.

I cani stressati dei paunkabbestia, dai punkabbestia.

La soddisfazione nell’aver nettamente percepito una parola nel flusso di conversazione tra due ragazzi arabi. Non sai che significa, ne potrai saperlo. Ma c’è grande soddisfazione nell’averlo capito.

Quelli che sull’altalena dicono: mi spingi per favore? Guarda che devi fare avanti e indietro con le gambe. Sì lo so, ma non ci riesco.

Il genitivo sassone sui link delle pagine Facebook italiane: i 100 quadri più belli di tutti i tempi’s.

Il ricambio dei baristi cinesi nei bar cinesi.

Quando dici ciao in uno spazio angusto, in contemporanea ad un altro, e sembra che non vi siate salutati.

Gli studenti stranieri che girano con borsa e felpa dell’uni ospitante; il ritorno preponderante delle Dr Martens; l’estetica dei Depeche Mode.

Ivan Zamorano che ti viene in mente alle 08:36 del mattino.

Le mistificazione delle parentesi quadre, ingiustamente sottovalutate.

Le canotte estive nonostante i peli neri sul deltoide.

L’attacco della batteria di Nothing Else Matters di Metallica.

La combo martello-trapano alle 8 del sabato mattina: bom bom bom trrrrrr trrrrr. Bom bom trrr trrr. Trrrrrrrr


Ovviamente la scelta dei sottotitoli in lingua amena, non è affatto casuale ma profondamente Hipster. Fa più underground.

La tragica storia di Chissene e Frega cap. 1


In un’assolata notte d’estate, Ezio e Pina decisero di fare all’amore.
Lo fecero con forza ed entusiasmo, svegliando molti sonni stentati del loro palazzo.
Chissenefrega che si svegliano tutti, ammor mì, disse Ezio, in questa notte assolata stanno tutti svegli.
Fa caldo. E dormire non si può. Chissenefrega. Grida. Grida di passione.
Aaaaaaaaaaaaaaaa

Da quella notte assolata, zeppa di amore e sudore, nacquero due figli. Due gemelli. Un maschio e una femmina.
Fossero stati entrambi maschi o entrambi femmine, non ci sarebbero stati problemi.
Nome del nonno materno e paterno; nome della nonna materna e paterna; a entrambi: la giusta soluzione.
Il problema è che nacquero una bambina e un bambino, gemelli, quasi nello stesso momento.
Quasi, per fortuna della mamma.
Perciò, il problema che si pose sin da subito, fu come chiamare quei due bambini nati quasi insieme.

Parteciparono tutti alla questione del nome. Anche Pina, nonostante i dolorini al pancino, volle prendere parte al futuro naming della sua prole.
Nella sala parto, felice e festosa, tutti dissero la propria.
Ora, non si potranno replicare tutti i contributi dei parenti in sala, ma gli highlitghts furono più o meno questi:
L’ostetrica disse: Cristianucci, perché non li chiamate Quasi e Insieme?
È una puttananta, dissero in molti.
È una puttana, disse una delle nonne in sala.
Non è una puttana – disse un nonno in risposta a sua moglie – è che le piace vivere la vita.
È un’idea simpatica disse Ezio.
E poi aggiunse: chiamiamoli Chissene e Frega. Così sembrano un po’ giapponesi e un po’ tedeschi. Di sicuro non sembreranno di Campobasso, come sono e saranno.

Anche in questo caso tutti dissero che era un puttanata. Tranne Pina, la mamma dei bambini, che disse: a me mi piace.
Mi piace questa idea del Giappone e della Germania, aggiungendo infine un verso di dolore: aia, sempre per i dolori di cui sopra.
Volti tristi nella sala, soprattutto per l’ostetrica, derubata del copyright sul nome bizzarro.

Insomma, in quella sala, quel pomeriggio, fu presa una decisione. I due bambini si sarebbero chiamati Chissene e Frega. In barba alla tradizione, ai copyrights dell’ostetrica e ai patronimici di Campobasso.

La discriminazione di Luana Maria


la ragazza che faceva le pompe…

Luana Maria faceva le pompe, delle pompe eleganti,
e a causa del suo mestiere
veniva ingiustamente bistrattata.

Faccio le pompe, diceva
e appena lo dico
tutti sorridono o ammiccano.

A imparare a fare le pompe
Luana ci aveva messo
tante passione e tanta dovizia.

Eppure chiunque,
quantunque in lei vi fossero et la passione et la dovizia,
mostrava poco rispetto.

Volendo farla breve,
anzi davvero molto breve,
Luana a causa dell’altrui scemenza cambiò mestiere:
smise di fare le pompe.

I più rammaricati
dell’abbandono della sua passione
furono i genitori
che le chiesero:

Luanuccia bella,
perché se fare le pompe ti da tanta gioia
abbandoni il mestiere?
Diccelo, zio cane.

Perché non ne posso più
Di cosa non ne puoi più?
Di come reagisce la gente.
La gente è scema; e non sa che per fare le pompe hai fatto anche un Master.

Volendo farla finita,
anzi davvero molto finita,
Luana Maria da provetta designer di stazioni di benzina
diventò una provetta ausiliare del traffico.

Ametista Lostagista e lo stipendio in pennette


A fine del mese, quasi inizio dell’altro, Ametista parla con la sua collega di questione delicate…

– Enrica, posso chiederti una cosa?
– Certo Ametista, dimmi pure.
– Ma a te è arrivato lo stipendio?
– Certo. Da una decina di giorni. A te no?
– No!
– E parlane…
– Con chi?
– Con Gianna, o con il direttore.
– Va bene. Vado.

– Ciao Gianna, ti disturbo?
– Ehh, no Ametista. Dammi due minuti che rispondo alla candidatura di un annuncio su Linkedin.
– Certo, certo. Fa pure.

Dopo 2 minuti, all’incirca…

– Dimmi pure Ametista
– No, sai, volevo chiederti una cosa. Così, per sapere…
– Dimmi pure.
– A me non sarebbe ancora arrivato lo stipendio.
– Ah, interessante.
– Sì, molto.
– E quindi?
– E quindi, siccome questo mese mi piacerebbe riuscire a mangiare, vorrei sapere come mai non mi fosse ancora arrivato.
– Giusto. Ottima domanda. Sai che potresti fare?
– Cosa?
– Parlane col direttore.
– Ok.

Dopo 4 minuti, all’incirca.

– Salve direttore
– Salve Ametista, entri pure, prego.
– Grazie mille. Senta, volevo chiederle una cosa.
– Mi dica, mi dica…
– Ehh… in pratica… a me… questo mese…
– Si?
– Non mi è…
– Sì?
– Non mi è arrivato lo stipendio.
– Ah, certo, certo.
– Come certo, mi scusi…
– È tutto sotto controllo Ametista. Non tema nulla.
– No, io non temo nulla, vorrei solo…
– E poi io mi aspettavo gliel’avesse già detto Gianna.
– Cosa?
– Che questo mese, per questa attività, non c’è budget!
– Per quale attività?
– Per il suo stipendio.
– Ma direttore, il mio stipendio è uno stipendio. È la ricompensa del mio lavoro. Non è un’attività.
– Lo credo anche io Ametista. È per questo che vorremmo in ogni caso premiarla.
– Ma come? Come fate a premiarmi se non mi pagate?
– Volevamo regalarle una bella pennetta usb. Guardi. Guardi un po’ che bella. Non la trova molto bella?
– Sì…
– È a forma di coccodrillo. Non le piace?
– Sì, molto, però…
– Ne vuole un’altra? Ne ho una a forma di carota, le piace più questa?
– Mi piacerebbe più uno stipendio a dire il vero.
– Non tema nulla Ametista. Tra un po’ sistemeremo anche questo. Nel frattempo si goda la sua pennetta a forma di carota.
– Me la godo. Certo, me la faccio al sugo.
– Esatto. Mi piace questo suo spirito d’iniziativa, Amestista. Vada. Vada pure adesso.
– Vado, direttore. Vado. E vada anche lei…
– Dove?
– Ehh, glielo dico la settimana prossima magari…
– Perfetto, ci conto. In gamba Ametista, mi raccomando, in gamba…

L’amore ai tempi degli Hipster vol. 4


I piedi freddi, nel piumone caldo, d’inverno.

Dopo Stevie Wonder il buio (e non volevo essere ironico).

Le Katia con le k.

Le signore affacciate alle finestre chiuse dei piani terra.

La trascurata essenzialità del ;

Le foto a spruzzo di Audrey Hapburn e Maria Callas nelle stanzette delle studentesse universitarie.

L’influenza degli Articolo 31 sulla vita dei trentenni milanesi.

L’espressione “non per fare polemica”, inevitabilmente seguita da una polemica.

Le passeggiate col freddo polare per far fare le cacchette al cane.

Le uscite senza meta di domenica sera, quasi sottozero, come risposta agli attacchi di disagio.

Ma tipo, il Dalai Lama, nella vita, che fa?

La poca luce nelle case al primo piano.

Una vita di rimpianti nel non saper fischiare come Heidi e il suo amico Peter. Ma poi, perché se Peter si chiama Peter, Heidi e il nonno lo chiamano Peta?

Le attese in macchina in attesa del primo bacio.

I gadget regalati alle fiere che hanno lo stesso effetto dei dolci ai matrimoni.

Ci vorrebbe più onestà nella creazione delle boy band. Bisognerebbe dire fin dall’inizio, chiaramente, che ad un certo punto qualcuno diventerà famoso, abbandonerà il gruppo e condannerà gli altri componenti ad un triste e perenne oblio.
Chi si ricorda i nomi degli “altri” ‘N Sync o delle “altre” Destiny’s Child?

Le foto dei boss mafiosi di 20 anni fa.

I Giacomo nati a Milano che diventano inesorabilmente Jack.

Quelli dell’acqua a temperatura ambiente anche quando l’ambiente fuori è di 50 gradi.

L’inverno in ufficio che ti permette di non stirare più le camicie.

La finta conoscenza che si finge quando ti nominano un Dj:
– Suona Alex Cherrish.
– Ah, certo, un mito lui.
L’accondiscenza maggiore che si mostra se il cognome ha sonorità germaniche.
– Suona Alex Cherrishenger.
– Ah, certo, lui è il mio mito personale.
In entrambi i casi, del buon Alex,  non si è mai sentito parlare.

Le recite dei figli a Natale.

L’incongruenza dell’indaco.

Immaginare il tempo fuori in base ai rumori delle macchine.

L’effetto che fa il tuo balcone, chiuso.