– Ciao nonna.
– Ciao Cappuccè, come stai?
– Top! Che mi hai preparato, nonna?
– Una torta, Cappuccè.
– Top! A che gusto?
– Fragole e lamponi. Ti piace?
– Sì. È top!
– Top! Ma ce l’hai il panierino?
– Certo.
– Top!
– Ti piace questa nuova mantella, nonna? È di Max Mara. L’ho fatta un po’ stringere sui fianchi.
– Cappuccè, è Top! Sul serio. Top! forte. Ma sotto la mantella c’hai qualcosa? Non è che vai in giro senza niente?
– Sì. C’ho un top!
– Top?
– Top!
– Ma Top! o Top?
– Top! Top!
– Chi è?
– Cappuccetto Rosso
– Avanti.
– Vabbè, la nonna, vai dritto a casa adesso. Non ti fermare nel bosco, ok?
– Top!
– Top che cosa? Il bosco?
– Sì, il bosco è Top!
– Il bosco non è Top! Stanno i lupi nel bosco.
– Anche i lupi sono Top!
– I lupi non sono Top! Ti mangiano i lupi, lo sai, la nonna? E se non mangiano te, si mangiano la torta. Che è Top!
– Top la torta.
– La torta sì, è Top!
– È Top! Top! la torta.
– È Top! Top! alla porta, pure…
– E vedi chi è…
– Salve, sono il lupo.
– Toooop! il lupo, nonna.
– Mica tanto, Cappuccè… Il lupo ti mangia. Al massimo, se vegetariano, si mangia la torta. Top! un cazzo insomma… Prego signor lupo top, entri.
– Top!, nonna di cappuccetto.
– Top! lupo. Ci dica.
– No, niente, passavo di qua… Ho visto questa casa, abbastanza Top!, ho sentito l’odore della torta, Top! e ho bussato. Top! Top!
– Hai visto nonna? E’ proprio smart questo lupo…
– Cappuccè, se permetti son proprio Top!
– È vero Cappuccè. È top! Non è smart.
– Grazie nonna. Niente, volevo sapere se per caso qualcuno faceva la strada del bosco. Io vado di là…
– Top! signor lupo. Io faccio questa strada per andare a casa. Possiamo farla insieme. Sarebbe…
– Top!
– Esatto. Sarebbe Top!
– E andiamo dai, cappuccetto.
– Top!.
– Nonna, una cortesia. se passa di qua un cacciatore, puoi dirgli…
– Top!.
– No, magari no. Digli che non hai visto nessun lupo e che io e Cappuccetto non ci siamo mai conosciuti.
– Top!
– Buona serata signora nonna.
– Ciao nonna.
– Ciao ragazzi, mi raccomando a voi. In bocca al lupo.
– Top!
Avvertenze: questo articolo segue i canoni stilistici imposti da Vice. Lo scroll del vostro device vi presenterà perciò un articolo molto lungo, forse divertente, tendenzialmente inutile.
Nell’ideale comune Milano è molto famosa per le feste.
A qualunque parente racconti della tua vita in questa città, subito dopo il binomio “quando sei arrivato – quando riparti”, scatta tronfia la domanda: ma a Milano vai alle feste?
Rispondere sì implica ulteriori ed evitabili domande; rispondere no acclude ulteriore dispiacere e disappunto. La soluzione corretta è: cincischiare.
Anche perché, allo zio godereccio e post berlusconiano sarebbe impossibile spiegare che andare alle feste, a Milano, è sinonimo di: andare al Roll Over Beethoven.
Preparati: al Roll Over Beethoven son tutti bellissimi. Sia chiaro, non lo dico per la mia indole paracula, ma perché son tutti oggettivamente bellissimi. Roba che guardandoti in giro dici: madò, ma qui sono tutti bellissimi?
Il buttadentro all’ingresso del locale è il ras che doviziosamente impone questa difficile dittatura estetica. Se non sei bellissimo infatti è difficile che il buttadentro prenda in considerazione la tua esistenza; potrai arrivargli a tre centimetri dall’iride chiedendo spiegazioni sul fatto che sei in coda da 3 settimane, non riuscendo a varcare la soglia d’ingresso. Lui non ti risponderà.
Non sei bellissimo. Quindi non esisti. E non esistendo non potrai entrare.
Siccome però il Roll Over è un posto birichino, anche se sei bruttissimo, le tue speranze non decadranno. Gli sparuti bruttissimi all’interno del Roll Over Beethoven infatti, stridono talmente tanto con tutti i bellissimi che riescono ad assumere un contorno piacevole, eterogeneo. Diventano anche loro dei bellissimi bruttissimi.
E ciò, agli occhi di tutti, è definibile con una sola parola: bellissimo.
Dimostrazione danzereccia di quanto siano tutti bellissimi al Roll Over Beethoven.nota: se l’immagine qui presente lede la vostra sensibilità o i vostri diritti, avvertitemi prontamente e mi scapicollerò ad eliminarla; non ho euro a sufficienza per sostenere spese legali.
Attento agli apostoli del Roll Over Beethoven.
Sapientemente dislocati nelle zone più trendy della città, il Roll Over si affida a dei bellissimi e convincenti apostoli che diffondono il suo verbo.
Tramite codesti, non sarà difficile ascoltare sagaci approcci comunicativi di questa portata:
– Ciao roccia, come va? Come stai dopo che aver perso il lavoro? Vieni al Roll Over?
oppure:
– Ciao grande, com’è? Ti sei ripreso dalla departita di tuo zio? Vieni al Roll Over?
Non chiamateli PR però. Potrebbero inalberarsi. Il Roll Over è LA festa e non ha bisogno mica di chicchessia che gli faccia pubblicità.
L’importante è che tu, in qualunque modo, ci sia.
Sarebbe difficile spiegare al nostro zio, ormai metafora di una pasoliniana voglia di conoscenza, anche il friccicore dei venerdì sera. Quella smania taciuta e visibile nel provare a partecipare al Roll Over Beethoven.
Crederebbe, il nostro zio, che pur di assecondare questo friccicore, la gente è disposta a spingersi in comportamenti che hanno dell’irrazionale, tra cui:
affidarsi alle preghiere del Signore Gesù prima di affrontare una coda (che senza l’aiuto del buttadentro di cui sopra) è stimata sulle 3 settimane?
affrontare nuovamente la stessa coda all’ingresso, anche per riuscire a bere una Cedrata Tassoni?
indossare cappelli a falda equatoriale, in primavera-inverno, o da scuola calcio anni 90, in invenrno, che ostruiscono la normale deambulazione?
Ve lo dico io che lo conosco. No. Non ci crederebbe.
Dimostrazione pratica di quanto al Roll Over Beethoven talvolta sia difficile respirare
Cerca di rendere questa esperienza “eterna”.
Una volta superato lo scoglio dell’ingresso, è fondamentale godersi il momento.
Due, gli step fondamentali per riuscire in questa impresa:
cerca le ragazze con la macchina fotografica
In queste serate, delle ragazze (tendenzialmente bellissime) si aggirano con delle macchine fotografiche da quattro chili e un quarto. Una volta inserito il tuo volto nella loro memory card, il godimento potrebbe rivelarsi eterno. Ed etereo. Un post su Facebook e un tag appropriato, permetterebbero di ricordare per sempre quella che è stata la serata mediocre più bella degli ultimi otto mesi.
Non pensate sia così facile però. Ricordate che per destare l’attenzione delle ragazze con la macchina fotografica, è importante avere dei requisiti standard: baffi molto lunghi; tagli di capelli con rasature a muzzo, canotte e scarpe da scoglio con il tacco. Oltre a cento chili di tatuaggi, ca va sans dire. Onta: l’esclusione dalla gallery di Facebook.
Dimostrazione di soglie minime di inchiostro per accedere nella gallery delle ragazze con la macchina fotografica
p.s. se l’immagine qui presente lede la vostra sensibilità o i vostri diritti, avvertitemi prontamente e mi scapicollerò ad eliminarla; non ho euro a sufficienza per sostenere spese legali.
immagina di ascoltare una live session di Marvin Gaye su un atollo regalato da Equitalia
Il bello di posti del genere, di cui il Roll Over è il fulgido stendardo, è che durante lo scorrere del tempo non si fa assolutamente nulla. Un nulla autentico. Artistico.
Non essendo bellissimo e vergognandoti di quanto gli altri lo siano: non puoi ballare.
La troppa gente bellissima, in troppo bellissimo e piccolissimo spazio è un impedemento reale nell’effettuare danze che implicano più di un andirivieni di falangi.
Inoltre, bere, a causa di una coda simile solo ad una Tac al Gemelli, è altrimenti arduo.
Quindi, per godere un’esperienza che in realtà non stai riuscendo a vivere, devi scordare di stare ascoltando Ciccio Cicciotti [nome di fantasia] e credere di godere dell’ultimo live di Marvin Gaye (risorto) su un atollo regalato da Equitalia.
Perciò caro zio , tu non crederai possibile che la gente perda così tante calorie per entrare in un posto le cui barriere all’entrata sono il punto forte dell’offerta commerciale. Però è proprio così.
E al di là di quello che tu reputi sensato o meno, al Roll Over questo non fa nè caldo nè freddo. Tutt’al più, lo reputa in un solo modo: bellissimo.
Il sentirsi partecipe a un qulcosa quanto i cani di Paris Hilton si sentono partecipi alla categoria dei cani.
Gli interrogativi mai risolti su cosa spinge una donna ad indossare (e a comprare) uno stivale, bianco, di pelle.
Quelli che hanno il coraggio di “vedere” Radio Musica Italiana.
Il trolley che mentre cammini ti leva la scarpa; quelli che si fermano a vedere le partite fuori dai pub; la solidarietà in tram tra padri col passeggino; il conciliabolo tra anziani per le indicazioni stradali sul tram.
I portabonghi dei bonghi giganti che hanno sempre delle delle texture africaneggianti.
Il barbiere che muto, verso la fine del taglio del capelli, declina la testa cercando la tua approvazione.
O
Comprendere l’essenza della frase: “c’è un limite a tutto” guardando la Cassa di Risparmio di San Miniato.
I prati verdi incolti che delimitano un palazzo da un altro, in quartieri periferici e pieni di murales inappropriati.
Novi Ligure che in realtà è in Piemonte; quando scegli una marmellata che scopri non piacerti e sei costretto a mangiarla.
Il giusto spaventarsi dinnanzi a un: sarei felice se mi lasciassi in pace, detto da un bambino di anni 2.
Il piedino alzato delle modelle nella cartellonistica estiva di H&M.
O
I cani che cacano il cazzo sui mezzi pubblici con i padroni che sorridono.
La galera immediata per quelli che ti parlano al telefono masticando il chewingum.
Il tratto inconfondibile di quelle persone che crescendo diventeranno i cosiddetti “uomini cantanti”; quegli uomini che ogni 49 secondi si schiariscono la gola con un: “aaaaah aahhh mmmmh mm mmm”.
La fatale espressione: prendo il treno a quest’ora “tanto dormo“.
L’affermazione: ad agosto a New York proprio no, fa troppo caldo; come se in tutta l’Italia meridionale invece si stesse belli freschi.
Il gesto instintivo del guardarsi indietro appena si prendono le scale della metropolitana.
Tutto mi sarei aspettato dalla vita, tranne che le scarpette che mia nonna si ostinava a mettermi sugli scogli, sarebbero diventate il Top del Sogno della Moda. E per giunta, con il tacco. Nonna perdonali perché non sanno quello che indossano.
Federico Buffa è antipaticissimo.
Ha la voce antipatica, la cedenza antipatica e sa tutto. Troppo.
È quello che a scuola quando stavi ancora cercando di capire il problema, lui aveva già avuto i complimenti dalla maestra.
“Bravo Federico, questa soluzione non l’aveva mai data nessuno. Per te un Ciocorì, tieni”.
Federico Buffa è antipatico, soprattutto per la naturalezza e la spontaneità del suo sapere; dall’aneddoto che ha salvato il centravanti della Serbia dalle bombe nemiche, al racconto segreto del tassista peruviano sugli intrighi di Mexico 70.
La sua enciclopedica cultura inoltre, dettaglio volto a incrementare l’acredine nei confronti del lettore, non si limita al bieco football. Federico sa tutto di basket, di tennis, forse anche di cricket indiano (e di fisica quantistica, perchè no).
Durante lo sciorinìo della sua elegante saccenza, la summa è guardare i colleghi di Federico. Arrapati di calcio come lui. Più di lui. E invidiosissimi.
Lo guardano infastiditi. Dissimulano consapevolezza quando lui parla, come se avessero cognizione di quello che sta dicendo. In realtà si chiedeno il motivo per cui questo qua, che è spuntato dal nulla, deve rubare loro la scena, dicendo cose eccezionalmente belle. E troppo giuste.
“Lasciaci ai nostri commenti e alle interviste durante il primo tempo e vattene a commentare quelli della pallacanestro.”
Loro lì, a tergiversare su commenti di presidenti iracondi e reazioni di calciatori ebeti e lui ad incantare i telespettatori parlando come il doppiatore guercio di Jim Carrey.
Sarà un grande perciò Federico Buffa, senz’altro. Ma anche un grande antipatico.
Soprattutto per i suoi colleghi, credo.
C’è qualcosa che non va. O forse, c’è qualcosa che va e che non sono ancora stato in grado di capire.
Il successo nella modernità che viviamo, può essere categorizzato tramite Likes e Page Views? Chi usufruisce di enormi e inaspettate visualizzazioni grazie/a causa di social network, può essere considerato mediaticamente famoso? Quanto il word of mouth via etere e le labili categorizzazioni della viralità aiutano ad approdare a quantitativi di fama standard?
Alle tre domande di cui sopra, non so rispondere.
Tutte queste domande però sono state causate da un fortuito link visualizzato su Youtube. Oggetto e artista del contendere: Bello FiGo, o Figo Gu, che dir si voglia.
Bene, Bello FiGo fa musica assolutamente pessima. Di una bruttezza e di un demenza talmente assoluta, da lambire il trash-incredulo. L’utente/ascoltatore durante la fruizione dell’opera si imprigiona in un immobilismo atarattico, in quel senso che ti spinge a chiedere: fino a dove sarà capace di arrivare?
Ascoltando Pasta con Tonno o Sono tutte bianke di Bello FiGo (cito alcuni dei tanti esempi della sua discografia su cui è possibile scervellarsi), dopo l’incredulità iniziale ci si imbatte in alcuni tipi di reazioni che proverò ad enumerare:
– Com’è possibile che questo video e questa canzone siano stati visti più di centocinquantamila volte?
– Ammesso che centocinquantamila visualizzazioni siano un dato positivo e allettante (nonostante la qualità della musica di Bello FiGo sia becera) non è chiaro come etichettare l’artista:
se un buontempone che ha colto le logiche dello showbiz e della viralità;
se un eletto dal Fato rispetto agli studiosi di musica e del conservatorio, forti su nozioni musiciali ma pingui nel loro conto in banca;
se un giusto imitatore (tecnicamente scarso) dei rapper americani, profeti della triade: Figa a bombazza/ soldi/ pistole.
Bello FiGo è il degno erede di atipici fenomeni della rete (vedi Truce Baldazzi; Giuseppe Simone; Rosario Muniz) rispetto a lui: molto più visualizzati ma anche molto più Nerd.
Dunque, rispetto all’inconsapevole disagio – araldo contenutistico dei tre nomi sopra esposti – Bello FiGo mette in scena una rappresentazione mediata del suo modo di fare arte, motivo per cui le visualizzazioni delle sue performance vanno ascritte ad un intrinseco desiderio dell’utente di approfondimento.
Se così fosse, è un’ipotesi, Bello FiGo sarebbe da considerare un artista, e la viralità foriera di spropositate visualizzazioni, una diretta conseguenza del suo essere artista.
Lo ripeto, magari qualcosa non l’ho capita sul serio, anche adesso. La meravigliosa bruttezza di questi video però mi ha folgorato, e queste son le riflessioni che ho fatto durante un one-way da Damasco.
La gioia di alcune donne nell’andare al mercato, di sabato mattina. Anzi, più che la gioia, la smania di vestirsi e fare tutto con la relativa fretta per riuscire ad andare al mercato, di sabato mattina.
La poeticità delle cabine telefoniche.
I portieri dei palazzi molto antipatici che ancor prima di entrare ti chiedono: chi cerca, eh, chi cerca, eh?
Il problema del lunedì non è il lunedì in se, bensì il suo esser stato concepito subito dopo la domenica; se fosse stato messo tipo, dopo il mercoledì, sarebbe stata tutta un’altra cosa…
L’accanimento contro le amicizie di Ali Babbà e l’opinione comune che stesse con dei ladroni e non con dei semplici ladri.
Quello speciale tipo di casalinghe che lavano e rassettano casa una ventina di volta al giorno ma che conservano sempre un acidognolo odore personale.
I Motorola, appannaggio esclusivo degli over 65; tutto il tempo sottratto alla vita passato davanti agli ascensori; le perdite di peso epocali prima dei matrimoni e delle campagne elettorali.
Le birre calde; l’odore piacevole di alcune persone che rimane anche dopo che codeste si son fatte un bagno in mare;
Lauren Hill come corrispettivo dei Jalisse.
I dispensatori di like professionisti sulle partecipazioni agli inviti di Facebook
Le facce delle nonnine che non riescono a non dare euro a chi chiede l’elemosina.
Quelli con le gambe piccine con i piedi che penzolano quando si siedono.
Il culmine del colpo di sonno che coincide sempre con l’arrivo alla fermata dei mezzi.
La progressiva estinzione dei metallari.
Quelli che mentre parlano al telefono in tram raccontano tutto quello che succede: sì, questo è il rumore della fermata; no no, adesso un tizio voleva entrare ma non ce l’ha fatta; sentissi quanto parla la tizia dietro di me…
I bodyguard di colore dei grandi negozi del centro mentre tornano a casa in bicicletta.
Quelli dell’età dei figli espressa in mesi: quanto ha la bambina? 39 mesi. E tu che sei costretto a fare 12 24 36. Ah, 3 anni quindi?
L’inadempienza di Mosè nell’essersene andato prima che Dio gli avesse detto i comandamenti più importanti: non portarti l’ombrello quando ha smesso di piovere perché è certo che non pioverà e tu starai con le mani in mano; portati il libro quando pensi che dal dottore ci sia poca gente perché sicuramente ti ridurrai a leggere Famiglia Cristiana.
Quelli che ancor prima di mettere i piedi in mare: sputano.